Jurij Andruchovyč
Moscoviade
traduzione di L. Pompeo, Besa, Lecce 2003
(Recensione di Laura Piccolo)
eSamizdat 2004 (II) 1, pp. 195-196
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Mosca. Vigilia del crollo dell'Unione Sovietica. Una casa dello studente. I letterati che vi sono ospitati. Un giovane poeta ucraino, Otto Von F. e il suo ultimo giorno nella capitale raccontato da lui stesso. Fin qui in breve la trama di Moscoviade (scommessa di una piccola e coraggiosa casa editrice, la Besa di Lecce, che ci ha regalato la prima traduzione di un'opera letteraria ucraina contemporanea), il romanzo del giovane scrittore ucraino Jurij Andruchovyč, classe Sessanta, che ha realmente trascorso due anni della sua vita a Mosca, forse negli stessi luoghi battuti da Otto. Si potrebbe pensare alla semplice cronaca di uno dei tanti cittadini dell'"Impero sovietico", catapultati nella capitale dalla "provincia" in cerca di fama e successo. E invece lo spazio in cui si muove Otto non è la Mosca dalle cupole dorate, ma la "Moscoviade", uno spazio urbano deformato dall'inquietante suffisso -ade.
Moscoviade apre così la dimensione del viaggio, quello di Otto e del suo interminabile giorno. Come nella grande epopea, l'eroe affronta difficoltà, viaggia attraverso lo spazio e il tempo trovandosi in altri mondi. Discende agli Inferi, o nell'Ade, se preferite. La Mosca del romanzo è una città claustrofobica e sotterranea, fatta di sporchi cunicoli, oscuri corridoi, labirinti che si diramano al di sotto della superficie urbana. La verticalizzazione dello spazio è algebrica: ogni edificio possiede un suo equivalente sotterraneo, un'architettura capovolta, una cifra negativa e speculare. Sono le viscere della "mamma imperiale", in uno stato di già avanzata decomposizione, viscere incancrenite, la cui sintomatologia è ormai evidente anche nella Mosca al piano di sopra, che va incontro ad Otto "zoppa, umida". L'impero sta crollando "e percepisci sulle tue spalle che l'impero si scuce e si strappano, cascando da tutte le parti, paesi e nazioni". Mosca non sembra voler morire da sola, ma trascinare nell'imminente implosione sotterranea anche i suoi abitanti. Inghiottito, Otto procede il suo andare per i gironi della Mosca infernale, abitati ormai dai rimasugli del KGB e da grandi ratti, pronti a colonizzare la superficie come dopo una grande catastrofe atomica. Quale salvezza allora? Forse la parola, "in ogni modo non mi ucciderete del tutto. Ho lasciato parole, parole, parole... Parole, parole, parole...i ratti sono impotenti, non riescono a morderle e bucarle". I manoscritti non bruciano. Non sono bruciati nella prima Mosca-Ade non lo faranno nemmeno ora.
La Mosca--de del Maestro e Margherita, ma anche Diavoleide con l'ormai affezionato suffisso e il senso di fuga e di fine, Uova Fatali e Cuore di Cane nei fantomatici esperimenti del KGB sui ratti. Ritroviamo anche Gogol' e del resto non poteva non essere altrimenti: al di là della madame senza naso della bettola moscovita, le atmosfere gogoliane fanno infatti parte del codice genetico del grottesco della narrazione.
Al filone ucraino va però aggiunta una nota "alcolica", perché se tutti sono usciti dal cappotto di Gogol', molti negli ultimi tempi sembrano farlo dal bicchierino di Venedikt Erofeev. Moscoviade è avvolta nei fumi dell'alcool, la sua stratificazione geologica corrisponde a quella etilica dell'anima dell'eroe, "in cuor tuo esegui una sezione verticale del tuo ego. In questo modo sarà più facile concentrarti ed arrivare all'essenza della questione. Dunque, nella parte più bassa abbiamo la birra. Più o meno tre o quattro litri di liquido giallo e torbido. Prodotto appositamente per il proletariato. Più in alto uno strato caldo e rosso di vino. Lì si svolgono i processi tettonici, ci sono profondità vulcaniche. Ancora più in alto, da qualche parte all'altezza dell'apparato digerente, c'è uno strato di vodka [...] Sopra la vodka, più vicino al gargarozzo, giace il BUF - Bevanda d'uva forte". Il viaggio diventa anche ricerca interiore, ricostruzione della propria identità, apocalisse individuale che porta Otto con un proiettile nel cranio a tornare e a non fuggire.

 
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