Ju. Mamleev
Mir i chochot
Vagrius, Moskva 2003
(Recensione di Laura Piccolo)
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 243-244
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Un appartamento nella Mosca degli anni Novanta. Alla si sveglia e si accorge che suo marito Stasik è scomparso lasciando un biglietto d’addio e la propria immagine riflessa nello specchio. Questo l’evento scatenante dell’ultimo romanzo di Jurij Mamleev (1931), Mir i chochot [Mondo e riso]. Inizia così l’affannosa ricerca dell’uomo che coinvolgerà parenti, amici, veggenti, medium, circoli misticheggianti, sette, fantomatici enti segreti paragovernativi e ancora obitori, manicomi, mondi visibili e invisibili. Sin dalle prime pagine è evidente il legame della nuova “creatura” mamleeviana con le opere precedenti, in particolare con gli ultimi cicli di racconti come Zadumčivyj killer [Il killer pensoso, 2003]: dal riecheggiare di motivi e situazioni si giunge addirittura alla reiterazione di battute ormai familiari al lettore più fedele. Così, dietro ad Alla e alla sorella Ksenja che guardano il riflesso di Stasik imprigionato nello specchio, sono facilmente individuabili la moglie e l’amante di Nikolaj Nikolaevič del racconto Čto-to grjanet [Qualcosa risuona]; il corridore Mitja è il doppio di Vasja Kurolesov che in Begun [Il corridore] corre fino a morire per sfuggire a se stesso. Intrecci che si ripetono con il cambiare di poche varianti ed espressi sempre attraverso gli stessi mezzi linguistici, in un continuo e insistente, quasi patologico autocitarsi: un eterno ritorno di Mamleev ai suoi mostri e ai suoi incubi. Sono passati più di trent’anni dalle ossessioni di Fedor Sonnov, personaggio di Šatuny [1968, traduzione italiana: Il killer metafisico, a cura di U. Persi, traduzione di M. Caramitti, Voland, Roma 1997], primo romanzo di Mamleev, pagine e pagine di racconti eppure, questa monotonia di fondo non impedisce al lettore di appassionarsi di volta in volta al nuovo delirio dell’autore.
In Mir i chochot, il tessuto narrativo è sostenuto quasi completamente dai personaggi, in una galleria di volti e di storie insolite e straordinarie, presentati nelle loro parentele di sangue e di iniziazione. Lo spazio e il tempo potrebbero scomparire lasciando il posto a un oscuro e denso vuoto all’interno del quale i personaggi si dimenano e si agitano, alla ricerca di una spiegazione della propria esistenza e di quello che sta loro succedendo. Ritorna anche il mondo “sotterraneo” delle sette religiose, alle quali lo stesso autore ha partecipato, con un’eco della fedoroviana teoria della resurrezione dei morti, tornata in voga in Russia negli ultimi anni.
La narrazione presenta anche delle novità: il mondo mistico-religioso di Mamleev questa volta tocca anche le sponde della capitale del nord, “come se Pietroburgo fosse necessaria a Mosca, come se queste città fossero delle sorelle mistiche, nonostante la loro diversità” (p. 243) . Inoltre, se prima questo mondo era capace di dare risposte a quello che di incomprensibile appariva nella vita di tutti i giorni, ora vacilla, turbato da eventi incontrollabili. L’aldilà non rappresenta un porto sicuro di fronte all’assurdità del mondo che pare dominato da una nuova malattia, una follia senza controllo, dalla quale sembra difficile potersi sottrarre: “è scaturita una nuova patologia in quel mondo invisibile che ci circonda. Deviazione su deviazione, patologia su patologia” (p. 31). Mondo visibile e invisibile portano avanti al contempo una nuova forma di derisione: da ogni pagina un riso scaturisce profondo e turba, ostacolando quasi la lettura. Di fronte a situazioni inspiegabili, i personaggi reagiscono spesso con un riso isterico e incontrollato e la città stessa, una Mosca beffarda, sembra prendersi gioco dei suoi abitanti. E il riso compare nel titolo del romanzo: dopo gli eventi raccontati, dopo le resurrezioni, che hanno scardinato anche il segreto ordine dell’aldilà, “è diventato molto divertente vivere! Il mondo si trasformerà in riso!” (p. 130). Il sarcasmo non risparmia nemmeno l’autore che deride i suoi stessi personaggi, quasi a ridimensionare la tragedia compagna del destino umano e a far sorridere anche il lettore, perso in un percorso linguistico dove follia, delirio e stramberia diventano elementi linguistici chiave per ogni costruzione sintagmatica: ogni cosa al mondo è folle, delirante e strana, la stessa normalità è tale proprio perché lo è fino alla follia; la normalità sconcerta e spaventa in un mondo in cui i confini tra ragione e follia, tra vita terrena, inferno e cielo, sono svaniti.
Alla fine Stasik torna, un barlume di ordine debolmente si accende sulla follia del mondo e la vita prosegue anche se, come già affermato dall’autore, la vita resta comunque “una beffa del cielo sulla terra”.

 
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