I. Surat, S. Bočarov
Puškin: kratkij očerk žizni i tvorčestva
Jazyki slavjanskoj kul'tury, Moskva 2002
(Recensione di Ju. Orlickij, traduzione di Massimo Maurizio)
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 255-256
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È evidente e perfettamente legittimo che ogni generazione di lettori russi abbia bisogno della propria biografia di Puškin. Ancora non molto tempo fa sembrava che lo splendido volume di Juryj Lotman fosse assolutamente al passo coi tempi, ma se lo si legge oggi ci si stupisce di quanto grande sia il contributo che il grande studioso ha pagato al proprio tempo. Il suo Puškin resta comunque un rivoluzionario, prima di tutto, ma anche un decabrista, un combattente, e così via. Certo che oggi Lotman avrebbe scritto il suo libro in maniera diversa, ma ahimè...
È evidente che ogni nuovo autore incontra sempre più difficoltà a scrivere una biografia del poeta, avendo alle spalle l’autorità collettiva, in cui il novero di illustri predecessori diventa sempre più ampio. E forse proprio qui sta il motivo per cui questo nuovo libro è stato scritto a quattro mani da due autori piuttosto noti. Nella prefazione essi ammettono che il loro saggio “è nato in maniera quasi casuale” [“složilsja neprednamerenno”] da voci del vocabolario biografico degli scrittori russi, da quel quinto tomo che gli specialisti attendono da molto tempo e, almeno per ora, invano. Il libro è conforme agli standard enciclopedici: denso di contenuti, breve, preciso. Sono comunque venute fuori più di 200 pagine.
L’obiettivo primo è dettato dal carattere sintetico dell’opera comune, in cui la vita e l’opera di Puškin vengono prese in esame come un tutto unico. Per il poeta questo è particolarmente importante: la sua vita è sempre stata parte dell’opera e l’opera parte della vita. Questo fatto viene evidenziato dagli autori con particolare insistenza.
Le caratteristiche principali della nuova biografia di Puškin, che la pone al passo coi tempi e le conferisce un tono tanto attuale, sono l’obiettività e l’indipendenza da qualunque influenza ideologica. Il poeta in queste pagine viene analizzato senza ciò che un suo sfortunato “erede” ha chiamato “decoro da antologia” [“chrestomatijnyj gljanec”]; per esempio, si afferma che studiare al Liceo non era importante e che l’istituzione stessa, secondo gli autori, dava una conoscenza “non troppo approfondita e non del tutto sistematica” [“ne sliškom glubokoe i ne vpolne sistematičeskoe”]. Viene anche avanzata l’idea che Puškin non abbia incominciato da subito a scrivere buoni versi e che molte opere sono state composte “su ordinazione”, senza autentica ispirazione. Puškin non è un ateo battagliero, come veniva dipinto nel periodo sovietico, ma nemmeno un monaco asceta, come si afferma, e nemmeno tanto di rado, oggigiorno. Egli si trova costantemente in balia di illusioni pericolose e questo influisce inevitabilmente sulla sua opera e, cosa ben più grave, sul suo destino.
Tutto ciò non vieta comunque a Puškin di essere un grandissimo poeta russo. Forse, ai nostri occhi per lo meno, gli è d’aiuto. In ogni caso la mancanza di pathos tipica dell’enciclopedismo permette di guardare al poeta come a chi è riuscito a esprimere qualcosa di estraneo e astratto, ma anche come a una persona dotata di un genio che non sempre sa sfruttare correttamente. Ma il fato lo porta nella direzione giusta: in arte alla cime dell’Olimpo nazionale, nella vita a una fine inevitabile.
Questo libro farà senza dubbio discutere: in Russia nessuno aveva ancora scritto di Puškin con questo tono, ma sempre mettendo in mezzo qualche Puškin portatile e personale. C’era bisogno di rischiare e puntare sull’obiettività.
A mio giudizio il rischio ha pagato. Il libro è indubbiamente utile. In primo luogo per chi “lavora” con Puškin, a scuola, nei licei, in teatro. Le emozioni le aggiungerà il lettore, come si dice, a proprio piacimento. E ce n’è ben ragione...

 
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