E. Boč’orišvili
Pioggia sottile
a cura di A. Lena Corritore, Voland, Roma 2002
(Recensione di Claudia Olivieri)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 506-508
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“A una donna si ruppe la collana e le perle schizzarono in ogni direzione. Tutti si lanciarono a raccoglierle. Si mise a piovigginare”. E la pioggia sottile del titolo scandisce, silenziosa e leggera, il ritmo narrativo, eccezion fatta, forse, per le intense albe insonni attese con trepidazione dal Nonno. Opalescente e ticchettante come una collana di perle, coglie di sorpresa gli “ultimi principi” rimasti a Suchumi, in Georgia, quando, salendo a bordo di una nave italiana, si accingono a emigrare, a disperdersi, a schizzare, come pioggia, o una collana rotta, in ogni direzione. È il 25 febbraio 1921 (il giorno dell’annessione all’Unione sovietica) e la nobiltà che emigra si lascia alle spalle un’epoca intera, mentre la nazione si dissolve sotto il peso degli eventi incalzanti.
Scritto in russo, a esclusione del titolo e di alcune significative eccezioni in georgiano, il racconto breve Žužuna c’vima ripercorre, ancora una volta, ascesa e progressivo sgretolamento dell’Unione sovietica, fornendoci una versione non russocentrica su avvenimenti capitali ancora freschi nella memoria collettiva e documentando, tra intimità familiare e storia, una realtà distante e distinta da quella ampiamente mediatizzata della Russia. Non è forse un caso allora che a scrivere, distaccatamente autobiografica, sia proprio una giornalista, Elena Boč’orišvili (nata a Batumi, ma residente in Canada), la cui testimonianza è raccolta dal traduttore, Andrea Lena Corritore, nella postfazione.
Quello della citazione è il primo dei due trapassi epocali dell’opera: nelle ultime pagine, con riferimenti diretti (Gorbačev) e indiretti (Černobyl), concluderà la sua parabola anche l’era sovietica, l’era di uno stato percepito come estraneo e lontano, e non solo geograficamente, lungo tutta la narrazione. E tuttavia, la patria mostrataci dalla Boč’orišvili, non è quella dei radicali rivolgimenti politici o sociali. In primo piano spicca la “quotidianità storica” di una famiglia, la nobile e autentica stirpe Arešidze, le cui vicende fissano i momenti salienti della Georgia del XX secolo, sempre uguale a sé stessa, nonostante i mutamenti (è pre-sovietica, sovietica e quindi post-sovietica).
Sebbene non manchi qualche accenno a una remota Parigi, l’azione è sospesa tra Tbilisi, la capitale, dove in un appartamento chrusceviano abitano Padre, Madre e Figlio, e Suchumi, una provincia “vaga” (alla stazione il nome della città è scolpito scorrettamente, p. 18), dove gli Arešidze vivevano prima della rivoluzione del 1917 e dove il Nonno ritorna dopo l’arresto politico nel 1936. Pochi i personaggi, osservati per tre generazioni: dal Nonno, Giorgi Arešidze, e Margarit’a, nasce il Padre, dall’unione con la Madre verrà inaspettatamente alla luce il Figlio; Lali è frutto del matrimonio cui la sboccata Seconda moglie costringe il Nonno, mentre la Terza moglie sarà la giovane e mite compagna della sua vecchiaia. A sublimare il racconto in epopea, un’epopea certo semplice e domestica, è inizialmente proprio l’assenza dei nomi, appresi solo in itinere, mentre gli interpreti sono individuati e collocati dal loro grado di parentela (le uniche a eludere il paradigma sono Margarit’a e Lali, complementari l’una all’altra e dalla ipnotica femminilità).
Se a cominciare dall’onomastica, astratta e quindi universale, i confini della vita familiare vengono trascesi, si dilatano, dal particolare al generale, a simbolo e metafora della Georgia intera, a sottolineare questa assolutezza, il fatto storico è sempre affiancato dal caso domestico. Per tutta la narrazione – e lo nota già il curatore – la storia ufficiale, macroscopica e collettiva e quella riservata e privata, si attorcigliano, interferiscono, si amplificano a vicenda senza reciproca soluzione di continuità (il Figlio compie gli anni il giorno dell’annessione della Georgia, la Madre diventa sterile “a causa” della morte di Stalin, Lali improvvisa un twist in occasione delle pompose festività per il 1° maggio).
Significativamente, entrambi i piani (ma sarebbe meglio dire un “doppio fondo”) vengono scardinati cronologicamente con continui strappi e raggrinzamenti, che dimostrano, afferma il traduttore, tutta l’“insensatezza della storia” (p. 86), intrinsecamente schizoide. Destini individuali e accadimenti storici si rincorrono ininterrottamente, infrangendo tutte le barriere narrative e temporali, tra facce, pensieri, uomini, caratteri, emozioni. Un flusso di coscienza, insomma, in cui parole e azioni per lo più scaturiscono le une dalle altre, concatenate da rapporti di casualità. Particolari e dettagli sono distribuiti lungo tutto il racconto con un avanzare espositivo placido e rarefatto: la fisionomia di ciascun personaggio, la sua vicenda e la sua interiorità, appaiono in continuo divenire, al pari, in ultima analisi, della Storia stessa. Mi sembra proprio questo un merito dell’opera: il rallentamento delle dinamiche percettive, che ne amplia, ancora, i limiti spaziali e cronologici. Un artificio cui contribuiscono le costanti reiterazioni: l’autrice torna spesso a un frangente, riportandolo dalla bocca (e dunque dal punto di vista) di differenti interpreti (come nel caso della nave affondata, di cui parlano il Nonno, il Figlio e Melor, ognuno con una verità personale); similmente, alcune frasi ricorrono ciclicamente, conferendo all’opera una cadenzata struttura musicale (concetto peraltro esplicitato nella postfazione: il curatore cita un’intervista alla scrittrice, per la quale “tutto si ripete”, p. 85). Architettura e armonia del testo risultano così sorprendentemente intatte: ogni evento appena abbozzato trova un circostanziato compimento, ogni microtrama si chiude con esatta circolarità (la propria morte, annunciata dal Padre all’inizio, è “improvvisa” e speculare a quella nell’epilogo dell’Unione sovietica, p. 69).
In una prosa dove più importante del caso è la fascinazione della parola, il fulcro è il Figlio, che determina i rapporti generazionali e testuali tra i protagonisti (e in Pioggia sottile coincidono). Chiaramente alter ego dell’autrice, “parla di sé sempre in terza persona” e, a tratti, è apertamente l’io narrante (passaggi indicati tipograficamente con un carattere distanziato, p. 12). Fin da bambino, esattamente come lei (p. 83), è ossessionato dalle parole, ricorda ed è in grado di ripetere alla lettera quanto sentito (il Nonno teme che i comunisti possano farne “una spia o un buffone” p. 17) e comincia a scrivere terapeuticamente, perché le frasi smettano di ronzargli in capo, infastidendolo come api: “una volta messe sulla carta, non gli risuonavano più in testa. […] Le parole rimaste sul fondo morivano” (p. 19). Pagine dunque che scremano solo l’essenziale, asciutte, concise, le stesse della Boč’orišvili, secondo la quale è “una forma di rispetto verso il lettore, esporre gli eventi nella maniera più semplice possibile”, (ma “lo stile scarno – avverte il curatore – è anche frutto della sua esperienza di giornalista”, p. 81). Un misurato uso della parola che nel racconto è assieme codice comunicativo e messaggio, radicalmente e significativamente opposto com’è alla retorica ridondante o vuota di Brežnev o Gorbačev.
Tale sostanzialità stilistica non va tuttavia a discapito della pienezza narrativa: lo sfondo storico viene dipinto per intero a pennellate decise, i protagonisti – ritratti a tutto tondo, come Margarit’a, le cui evanescenze magiche (p. 19), ritengo la rendano la figura più affascinante e riuscita (già il nome la imparenta, del resto, alla più celebre strega della letteratura russa). O come la Madre, nata a Žitomir in Ucraina, che consente una digressione da un canto su un’ulteriore realtà nazionale dell’ex Unione sovietica, dall’altro, su un’“altra” diversità rispetto ai russi (è un’ebrea, “un sangue diverso”, pp. 9 e 77), complementare alla nobiltà degli Arešidze.
La tecnica della contrapposizione, resa in primo luogo sotto forma di artificio linguistico, è comunque latente in diverse zone del testo: tra personaggi antitetici, gli Arešidze e i Melor (il capo del Kgb rivela al Nonno “antichi segreti” non con le parole, ma con la loro assenza, p. 57); tra il russo e il georgiano, utilizzato prevalentemente come “lessico familiare” (le conversazioni tra il Nonno e il Padre). La contrastività linguistica attualizza inoltre una certa “meridionalità”, fatta di una geografia di diffidenza, pregiudizi e pettegolezzi (che in Georgia “fanno fuori la gente più in fretta di un’epidemia”, p. 12 e 53), ma soprattutto di alterità rispetto alla Russia (è il mestiere di C’op’e, chirurgo plastico ante litteram, rimodellare “i nasi all’insù come quelli dei russi”, p. 15). E di una prosa in buona sostanza meridionale, assonnata e assolata, mi sembra parli Andrea Lena, ricordando il “realismo magico” del colombiano García Marquez, il cui ascendente è confermato dalla scrittrice (e, sebbene a tutt’altro livello artistico, è impossibile non cogliere alcune suggestioni de La casa degli spiriti della Allende, che col medesimo intrecciarsi di micro e macro storia, attraversa insieme ai Trueba l’ultimo secolo di tumultuosa vita cilena).
Ma l’opera “meridionale” che più riaffiora durante la lettura è forse Il Gattopardo di Tomasi di Lampedusa. E non solo perché, per una curiosa coincidenza, anche in Pioggia sottile compare, nello stemma familiare, un felino, quello del poema georgiano L’uomo dalla pelle di leopardo. Le analogie più profonde riguardano ben altro. La promiscuità tra principi e iene predatrici (i Melor, “sgherri da generazioni” o la Seconda moglie, con Lali) sancisce, nell’epilogo di entrambe le opere, il tracollo, perché nulla cambi, di un’epoca, sopravvissute alla quale, le imponenti figure di Fabrizio di Salina e Giorgi Arešidze (“un bell’uomo, alto, con l’anello al mignolo”, pp. 9 e 15) si stagliano solitarie ed eterne.

 
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