N.N. Zapol’skaja
"Obščij" slavjanskij literaturnyj jazyk: tipologija lingvističeskoj refleksii
Indrik, Moskva 2003
(Recensione di Viviana Nosilia)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 302-304
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Nel 2003 N.N. Zapol’skaja ha pubblicato “Obščij” slavjanskij literaturnyj jazyk: tipologija lingvističeskoj refleksii. Il termine Obščij [comune] nel titolo, così come all’interno del saggio, è posto fra virgolette, a indicare il suo carattere estremamente relativo, quasi la studiosa ritenesse di citare una parola altrui, che assume un significato diverso a seconda di chi la pronuncia di volta in volta. Ciò che nel libro non si trova è un tentativo di identificare univocamente questa pretesa lingua; per contro l’autrice presenta l’avvicendamento di differenti concetti di universalismo, esaminandone la connessione con le temperie culturali dell’epoca e del luogo considerati e, soprattutto, le ricadute a livello linguistico, in particolare per quanto attiene alla riflessione sulla lingua: proprio questa riflessione, come indicato, per l’appunto, nel titolo, costituisce il fondamentale oggetto di analisi nel saggio qui recensito. Essa è colta sia attraverso lo studio delle dichiarazioni esplicite, come i trattati o gli scritti che accompagnano, in veste di prefazione o postfazione, un testo principale, sia mediante l’esame delle correzioni effettuate su testi preesistenti, dalle quali è possibile trarre implicite conclusioni teoriche per via induttiva.
Il primo capitolo rappresenta una premessa generale in cui la Zapol’skaja ripercorre brevemente la storia della riflessione linguistica sui rapporti fra slavo ecclesiastico e lingue volgari, con particolare attenzione al russo, evidenziando come l’avvicendarsi di diverse concezioni di universalismo (di carattere religioso fino al XVIII secolo compreso, precisamente cristiano-ortodosso con Meletij Smotrickij (Smotryc’kyj) e cristiano in generale con Juraj Križanić, etnico, invece, dal XIX secolo) si siano saldate all’affermazione di criteri differenti nell’ambito della riflessione linguistica, portando da una situazione in cui il criterio dominante era quello della correttezza ( pravil’nost’) a una in cui era preponderante il criterio della comprensibilità ( ponjatnost’); occorre peraltro tenere presente che il significato stesso attribuito a questi termini è andato soggetto a variazioni legate sia allo spazio sia al tempo. Tutto ciò è posto in relazione con l’idea di lingua comune ( Obščij jazyk), idea che ha conosciuto un notevole cambiamento dall’epoca della koiné linguistica e culturale rappresentata dallo slavo ecclesiastico, soprattutto nella sua fase antica, fino alle teorie ottocentesche sulla lingua comune per tutti gli slavi, legate molto più alle parlate nazionali in quanto lingue comprensibili (cioè con uno spiccato coefficiente di ponjatnost’) rispetto allo slavo ecclesiastico, passando attraverso la fase di crisi dell’unità iniziale rappresentata in particolar modo dai secoli XVI-XVII, segnatamente nella Rus’ Sud-occidentale (il termine usato dalla studiosa è proprio Jugo-Zapadnaja Rus’). L’autrice distingue altresì tra riflessione in ambito religioso e in ambito laico, evidenziando comunque come esse non possano essere tenute completamente separate, e sottolinea il fatto che in area russa, per esempio, la riflessione sul vernacolo abbia finito per intaccare anche il tradizionale appannaggio dello slavo ecclesiastico e abbia portato alla nascita di traduzioni di libri ecclesiastici in russo.
Nel secondo capitolo l’autrice mostra la ricaduta della concezione dell’universalismo ortodosso a livello di riflessione linguistica, una riflessione che si orienta sullo slavo ecclesiastico, considerato lingua letteraria e liturgica comune degli slavi ortodossi e che adotta come criterio fondante quello della correttezza ( pravil’nost’). In particolare, Zapol’skaja prende in considerazione la cosiddetta “zona di confine” ( pogranič‘e), tale non solo a livello confessionale, bensì anche culturale e linguistico, vale a dire, la Rus’ sud-occidentale, zona in cui l’incontro di culture e tradizioni diverse non solo stimola l’insorgere stesso di una riflessione sulla lingua, bensì ne determina anche il carattere e i modelli di riferimento. Dopo un breve confronto fra la grammatica di Lavrentij Zizanij del 1596 e quella di Smotrickij del 1619, l’autrice si concentra su quest’ultima, cercando di cogliere la concezione di correttezza di Smotrickij. Sulla base di numerosi esempi, la studiosa dimostra come il lavoro di questi sia guidato essenzialmente dalla necessità di misurarsi con i fenomeni di ridondanza formale ( formal’naja izbytočnost‘) e inadeguatezza formale ( formal’naja nedostatočnost‘). Mentre Smotrickij considerava la prima una caratteristica dello slavo ecclesiastico e cercava di trovare criteri che regolassero la distribuzione delle diverse varianti possibili, — per esempio delle diverse desinenze del genitivo singolare maschile dei sostantivi —, nella seconda egli vedeva un sintomo di scorrettezza e dunque un fenomeno da eliminare, ricorrendo a differenziazioni grammaticali e ortografiche, come nel caso della desinenza –y dello strumentale plurale dei sostantivi. A livello sintattico, una variabile fondamentale per definire la correttezza della lingua è rappresentata dai grecismi: Smotrickij stabiliva quali fossero da ritenere ammissibili e, anzi, preferibili, quali inammissibili e quali accettabili accanto a forme slave di pari dignità.
L’autrice segue poi i cambiamenti apportati al testo di Smotrickij nelle successive edizioni, in primo luogo in quella moscovita del 1648, in cui, mentre da una parte si tentava di cancellare ogni traccia di una possibile influenza “latina”, dall’altra ci si spingeva oltre nella limitazione della ridondanza delle forme e nell’eliminazione dei casi di omonimia. Anche nell’edizione del 1721, riveduta da Fedor Polikarpovič, i problemi affrontati erano la sovrabbondanza e l’insufficienza formali, assieme al confronto con il greco, ma le soluzioni proposte erano talora diverse rispetto alle edizioni precedenti. I principi formulati nelle grammatiche trovavano riscontro anche nella correzione dei libri di Chiesa.
La Zapol’skaja contrappone ai libri editi in uno slavo ecclesiastico riveduto e corretto la pubblicazione di testi biblici scritti in una lingua definita “semplice” ( prostoj russkij jazyk), come la Bibbia di F. Skorina (Skaryna) (1517-19) o il Salterio di A. Firsov (1683), lingua sentita come propria ( svoj) in contrapposizione a quella comune ( Obščij). Al di là di quelli che possono essere i tentativi di definizione della lingua di Skorina, l’autrice sottolinea l’orientamento ideologico di fondo alla comprensibilità ( ponjatnost’), orientamento che poi si sarebbe diffuso dalla zona di confine anche in Moscovia, manifestandosi nel Salterio di Firsov che, per il suo carattere innovativo, si scontrò con una forte opposizione; se lo slavo ecclesiastico di prima era orientato sul greco, la lingua di Skorina e Firsov risente fortemente dell’influenza di un vernacolo dotato di un proprio prestigio (il ceco nel primo caso, il polacco nel secondo).
Il capitolo centrale è dedicato dall’autrice a un altro tipo di riflessione linguistica sulla lingua letteraria e liturgica in ambito ecclesiastico, fondata però su basi diverse rispetto ai casi precedentemente illustrati. Questa parte del saggio è dedicata alla figura di Juraj Križanić, un erudito croato che si proponeva di svolgere attività missionaria in Moscovia anche e soprattutto attraverso la cultura. La sua ideologia si fondava su un universalismo cristiano, in nome del quale egli, ricco di una formazione occidentale, non esitò a occuparsi dello slavo ecclesiastico di redazione russa, cercando a suo modo di contribuire alla sua codificazione. Ponendo il croato immediatamente al di sotto della variante russa dello slavo ecclesiastico nella sua gerarchia delle lingue slave, Križanić usò spesso la sua lingua madre come parametro per ricostruire la correttezza dello slavo ecclesiastico; egli cercò di ottenere una lingua che, liberata dalla soggezione servile verso il greco e dalle influenze deleterie di altre lingue slave considerate corrotte, risultasse nello stesso tempo più corretta e più comprensibile. A questi stessi criteri egli si attenne nella correzione dei testi biblici da lui attuata.
Nel quarto capitolo la Zapol’skaja si concentra sui risultati di un nuovo tipo di universalismo, diffuso nel XIX secolo, l’universalismo etnico ( etničeskij universalizm), che conduce a tentativi di creare una lingua slava comune basata sul criterio della ponjatnost’, cioè comprensibile a tutti gli slavi. In particolare, l’autrice insiste sul modello proposto dallo studioso sloveno Matija Majar. Passando alla situazione della Russia, ella effettua una panoramica delle tendenze di pensiero affermatesi a partire dall’età petrina, cioè da un periodo di considerevoli cambiamenti per il paese. È interessante che la Zapol’skaja, anziché fare riferimento alle ormai ben note teorie di Trediakovskij e di Lomonosov, si soffermi brevemente su quest’ultimo, ma metta soprattutto in evidenza la riflessione linguistica di Tatiščev, vedendo in lui “neposredstvennyj predšestvennik M.V Lomonosova v oblasti normalizacii novogo russkogo literaturnogo jazyka” [diretto predecessore di M.V. Lomonosov nell’ambito della normalizzazione della nuova lingua letteraria russa, p. 176] . La riflessione in campo laico stimolò quella in ambito religioso, dove si continuò per la strada già intrapresa dell’eliminazione dei grecismi dallo slavo ecclesiastico: anche in ambito religioso l’orientamento alla ponjatnost’ si è dimostrato sempre più forte.
Nel capitolo successivo Zapol’skaja mette fra loro in relazione i testi dei quali si è occupata precedentemente, considerandoli in un modello di azione-reazione (quest’ultima reale o potenziale, a seconda delle circostanze storiche): la grammatica di Križanić rappresenterebbe una correzione di quella di Smotrickij; una lunga serie di esempi illustra il rapporto fra le due grammatiche, così come, successivamente, sono messi a confronto la Bibbia di Ostrog e quella corretta da Juraj Križanić, o, ancora, la grammatica del dotto croato (1666) e il trattato dello sloveno Majar (1865).
Il lavoro della Zapol’skaja si rivela particolarmente pregevole per diversi motivi. La studiosa ha verificato attentamente le fonti e le bozze con le correzioni dei testi, il che rende il suo lavoro scrupoloso e attendibile; a ciò si è aggiunta inoltre la consultazione di una bibliografia vasta e varia sugli argomenti trattati. Dal punto di vista metodologico è positivo il fatto che alle affermazioni teoriche corrisponda un’ampia serie di esempi, che permette al lettore di verificare in prima persona quanto appena esposto. Zapol’skaja ricava dai dati generalizzazioni che mettono in collegamento gli orientamenti linguistici con quelli culturali e che permettono di superare i tentativi spesso forzati di definire in modo univoco la lingua di un singolo testo o di un singolo scrittore, prendendo piuttosto in esame tutte le componenti che concorrono a formarla. Particolarmente apprezzabili sono l’approccio al problema della riflessione linguistica, che rispetta la consolidata e feconda tradizione di desumere le concezioni linguistiche non solo dai trattati, bensì anche dalle correzioni ai libri, l’utile categorizzazione proposta e la scelta stessa dei materiali sottoposti ad analisi.

 
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