O.M. Somov
Gajdamak (un fatto piccolorusso)
traduzione, postfazione e appendice di C. Olivieri, Terzo millennio editore, Caltanissetta 2004
(Recensione di Sergio Mazzanti)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 553-555
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Spesso alcuni ottimi scrittori hanno la “sfortuna” di essere contemporanei dei grandi classici della letteratura e vengono spesso ingiustamente dimenticati: è questo indubbiamente il caso di Orest Michajlovič Somov, vissuto nella Russia d’inizio XIX secolo, un periodo di grandissimo rigoglio letterario, e ricordato spesso solo come precursore di Gogol’.
Viene oggi presentato al lettore italiano, grazie al lavoro di Claudia Olivieri, Gajdamak (un fatto piccolorusso), un testo molto interessante e di solito trascurato dalla critica (tanto che non viene neanche citato nelle due pagine scarse dedicate all’autore in Storia della civiltà letteraria russa, I, Torino 1997, pp. 465-466).
Il racconto (il termine russo “byl’”, reso dalla traduttrice con “fatto”, racchiude anche il significato di “storia vera”) narra la cattura e la quasi immediata liberazione di Garkuša, semileggendario bandito nell’Ucraina del XVIII secolo, soprannominato Gajdamak, da cui il titolo dell’opera (la complessa etimologia del termine, spiegata nella nota 9 della postfazione, accomuna in realtà nel testo tutti i membri della sua banda). La capacità di Somov di descrivere in maniera viva ed efficace il folklore piccolorusso, che costituisce lo sfondo storico-culturale di questa e di altre sue opere, ha giustamente assicurato a questo scrittore un posto nella storia della letteratura, oscurando altri aspetti interessanti della sua opera.
Infatti, come mostra in maniera molto convincente la Olivieri nell’apparato critico del volume, già in questo breve racconto (meno di trenta pagine), scritto con una leggerezza di stile che ricorda quella di Puškin (si veda p. 40), si cela una straordinaria complessità strutturale e ricchezza di rimandi. Per quanto riguarda il paratesto, il rapporto tra le epigrafi ai quattro capitoli della novella, che si riferiscono alla storia ucraina del XVII secolo (definito dalla Olivieri “Passato 2”), e il tempo della vicenda, ambientata nel secolo successivo (“Passato 1”), allarga notevolmente l’arco cronologico della narrazione, altrimenti limitato a pochi giorni, proiettando inevitabilmente la vicenda nella contemporaneità politica del primo Ottocento, periodo di riscossa nazionale ucraina.
Non è certo un caso che esattamente al centro della novella (fine del secondo capitolo, il più lungo dei quattro), si trovi un episodio apparentemente slegato dal resto dell’opera, l’unico che non vede Garkuša come centro compositivo: la comparsa del suonatore cieco permette a Somov di inserire “epicamente” altri brani tratti dal folklore ucraino e soprattutto di introdurre in modo “criptato” il parallelo Chmel’nickij (eroe della storia ucraina del XVII secolo) – Garkuša – attuale situazione di sottomissione del popolo ucraino (si vedano pp. 69-70).
Uno degli elementi costitutivi del Gajdamak è sicuramente il gioco linguistico (difficilmente traducibile) tra il russo, in cui è scritto il racconto, e l’ucraino, presente in epigrafi, citazioni e regionalismi, che arricchiscono stilisticamente il testo. Somov utilizza al massimo le potenzialità del racconto breve che, come scrive la Olivieri “permette di approntare appena un personaggio, senza scandagliarne gli aspetti fisico-somatici e psicologici” (p. 55). Il Gajdamak viene tratteggiato quasi sempre in modo indiretto: appare da metà del primo capitolo, ma la sua vera identità viene svelata solo nel capitolo successivo; nel secondo e terzo capitolo è sempre centro e movente dell’azione, ma senza apparire direttamente, per poi tornare nell’ultimo capitolo, mostrando la sua grande capacità oratoria nell’episodio della sua fuga. Questo artificio retorico, che sarebbe stato utilizzato di lì a poco da Lermontov in Un eroe del nostro tempo, permette inoltre di conferire al personaggio principale un carattere quasi mitico, amplificandone lo spessore narrativo nello spazio di poche pagine e creando una tensione straordinaria tra racconto e “racconto nel racconto”. Le dicerie popolari, nonché alcuni artifici narrativi come i rimandi ai cliché romantici (illustrati dalla Olivieri alle pp. 70-73), creano nel lettore un’aspettativa di un evento meraviglioso, che, in contrasto con quegli stessi cliché, non accade mai. La figura di Garkuša, a metà tra reale e immaginario, agisce soltanto attraverso la parola, il fantastico non interviene mai direttamente, ma è sempre confinato nei racconti dei personaggi: è infatti la parola il vero deus ex machina (p. 44) del Gajdamak, una parola dotata di una forza quasi magica, che diventa infatti l’autentico protagonista del racconto e che non può non farsi strumento politico di rivalsa nazionale ucraina.
Le qualità della novella risultano ancora più evidenti dal confronto col romanzo (dallo stesso titolo), intrapreso da Somov e mai portato a termine (il lettore italiano ne trova un esauriente compendio nell’appendice del volume, pp. 125-146). Dalla cinquantina di pagine di quello che sarebbe dovuto essere un grande affresco dell’Ucraina del XVIII secolo (sette capitoli pubblicati a più riprese su diverse riviste), appare abbastanza evidente la difficoltà di organizzare in un vero e proprio romanzo il materiale del racconto. Il Gajdamak del romanzo, con la svolta moralistica da brigante buono (per lo più voluta dalla censura) e un gusto quasi Hollywoodiano per il colpo di scena, finisce per diventare un misto tra Robin Hood e James Bond, perdendo quell’interezza e verosimiglianza storica, che la novella aveva così efficacemente creato.
In questo volumetto (158 pagine di piccolo formato) l’apparato critico occupa molto più spazio della novella stessa (28 pagine, comprese le note). Il libretto soffre di una certa ambiguità irrisolta tra testo di lettura e saggio critico, evidenziata dalla prima pagina, nella quale (forse per una svista editoriale) appare la Olivieri come autrice del Gajdamak. Dopo una mezza pagina di ringraziamenti della curatrice/traduttrice (p. 3), il lettore si trova immediatamente davanti all’inizio della novella, introdotta solo dalla nota informativa sul risvolto della copertina. La Olivieri ha preferito rimandare ogni nota esplicativa all’apparato critico, senza quasi inserire rimandi espliciti, obbligando il lettore a ricercare tra postfazione, note e appendice spiegazioni sparse per tutto il volume. Bisogna aspettare, per esempio, decine di pagine per sapere che le 12 piccole note a fine testo sono scritte dallo stesso Somov.
Nella traduzione, nel complesso discreta, anche se a volte un po’ accademica, scelte traduttorie alquanto discutibili (con alcuni errori) si alternano ad altre indubbiamente felici ed efficaci; ne risente soprattutto la resa dello stile vario ma scorrevole di Somov, a volte sacrificato a quello a tratti un po’ disomogeneo e ridondante della Olivieri (riscontrabile anche nell’apparato critico), ad esempio negli accostamenti, non giustificati dall’originale, di parole desuete in italiano e linguaggio parlato, o negli immotivati cambiamenti della struttura dell’originale. Non è un caso che le parti migliori della traduzione siano quelle in cui è lo stesso Somov a utilizzare un linguaggio aulico.
Ma la parte più valida del volume è indubbiamente quella che viene chiamata un po’ impropriamente “postfazione”, che costituisce in realtà un lungo saggio critico (quasi 60 pagine, purtroppo senza alcuna suddivisione in paragrafi), di altissimo valore scientifico, dove la Olivieri dimostra di conoscere perfettamente l’arte di analizzare un testo letterario.
Dopo un excursus sulla fortuna della novella e un breve riassunto, vengono presentati gli strumenti critici utilizzati nel saggio e gli aspetti principali della novella. Grazie a un notevole bagaglio culturale e metodologico (Lotman, De Saussure, Bachtin, i formalisti, e così via), la Olivieri analizza la novella in quasi tutti i suoi aspetti, sviscerando ogni argomento fino ai minimi dettagli (grazie anche a un notevole lavoro d’archivio, ammirevole per una giovane studiosa). Risulta molto interessante, inoltre, il frequente confronto con le arti figurative, particolarmente importante in un testo che ha nella pittoricità un suo punto di forza.
La parte più debole dell’apparato critico è invece la struttura stessa del volume, che non aiuta il lettore nella fruizione del testo (anche se frutto sicuramente di una sofferta, ma ponderata scelta). Nonostante i problemi illustrati e qualche “scivolone” critico (come la lunga nota sulle rusalki, che ignora del tutto una lunga tradizione di studi scientifici, p. 92), il lavoro della Olivieri è davvero di gran pregio. L’unico rammarico è che sarebbe forse bastato un ulteriore piccolo sforzo per venire incontro al lettore e rendere un testo di grande valore accessibile anche ai “non addetti ai lavori” (tra le altre cose un gran numero di termini russi non vengono tradotti). A ogni modo il volume della Olivieri costituisce un riferimento imprescindibile per chiunque, non solo in Italia, voglia avvicinarsi alla figura di Orest Michajlovič Somov.

 
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