L. Koutchera Bosi
La Chanson Russa. Canzoni di delitto e castigo
Polimetrica, Milano 2004
(Recensione di Sergio Mazzanti)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 305-307
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero [545 Kb]
La storia della musica leggera sovietica è un argomento spesso trascurato dall’ambiente accademico italiano. Eppure, per cogliere l’importanza di questo aspetto nella cultura russa, basta pensare al fenomeno di massa prodotto dalla figura di Vladimir Vysockij, attore di teatro e di cinema, ma soprattutto autore di numerose canzoni di grande successo, tanto da venir indicato, in un’inchiesta fatta in Russia nel 2000, come il personaggio più importante del XX secolo.
Il libro di Liudmila Koutchera Bosi La Chanson Russa. Canzoni di delitto e castigo cerca di gettare un po’ di luce su questo mondo così complesso e affascinante. Il volume costituisce la prima uscita di una collana curata da Gian Piero Piretto, “I manoscritti non bruciano”, che della cultura russa e in particolare del periodo sovietico mira ad “affrontare anche quegli aspetti che dalle indagini disciplinari tradizionalmente intese sono esclusi o relegati a posizioni marginali” (dalla presentazione alla collana).
Il volume è concepito come un’antologia di 111 testi, raccolti e presentati come appartenenti alla categoria di “chanson russa”. Delle diverse accezioni che il termine può assumere (e ha assunto) in Russia, la Koutchera accoglie la più vasta e generica: “la ‘chanson russa’ ( russkij chanson) è una definizione della canzone popolare russa che include vari generi e sottogeneri: ballate, canzoni d’amore, romanze metropolitane, stornelli, canzoni degli internati ( lagernye pesni) e canzoni della mala ( blatnye pesni)” (p. 19). Alla lista si potrebbero aggiungere, tra le altre cose, le stilizzazioni da parte di vari cantanti e gruppi rock (dai “classici”, Andrej Makarevič e Majk Naumenko ai più giovani Mongol Šuudan e Sergej Šnurov).
È tuttavia molto difficile tracciare una chiara distinzione tra canzone popolare e non popolare. Molti considerano la chanson russa come la versione commerciale della tradizionale blatnaja pesnja. Il “popolare” vi si confonde spesso e volentieri con il “pop” (nell’accezione attuale di musica ad alto consumo e bassa qualità), come appare evidente dalle parole non molto convincenti di Michail Šufutinskij, forse il più famoso esponente della nuova chanson, interrogato sulla differenza tra “chanson” e “canzone da varietà” ( estradnaja pesnja): “non posso rispondervi precisamente. A ogni modo percepisco questo confine interiormente, ma non mi ci metto troppo a pensare” (da un’intervista del 30 ottobre del 2003, riportata sul sito ufficiale del cantante, <www.shufutinsky.net>).
Ben più autorevole il giudizio di Aleksandr Rozenbaum, uno dei più grandi rappresentanti della canzone d’autore russa: “non esiste questo genere [la “chanson”, S.M.]. Come non esiste la vodka giapponese e non esiste il sakè ucraino… La chanson esiste in Francia, in Russia non può esistere. Da noi può esserci il folklore russo, la canzone popolare russa, ma in nessun modo la chanson. Per quanto riguarda il contenuto di questo genere, allora posso dire una cosa. Prima scrivevano canzoni ‘blatnye’ per l’anima, per il cuore. Ora scrivono un blatnjak [termine dispregiativo per “blatnoj”, S.M.] da quattro soldi, che anche nelle osterie fa vergogna e schifo a cantarlo. Ma su questo fanno soldi e a volte un sacco di soldi” (da un’intervista del 2000 su TVR).
Questa opinione si rafforza ascoltando la voce di Andrej Rublevič, internato in un lager quando c’era ancora “chi era stato condannato sotto Stalin e Berija”, e autentico cantante blatnoj: “non ci crederete, ma nel lager non amano la blatnaja pesnja. Certo, possono cantare a seconda dell’umore, ma chiedono più spesso Esenin” (Russkij Pariž, 2002, 2).
È evidente, come si desume anche dall’introduzione di Piretto, che il volume si ricollega alla trasmissione televisiva V našu gavan’ zachodili korabli [Nel nostro porto arrivavano le navi], dal cui sito (<www.gavan.km.ru>) è tratta la maggior parte degli articoli utilizzati in questa recensione. La trasmissione è “dedicata al riascolto […] di canzoni del passato afferenti a un genere non facile da identificare per chi russo non fosse o chi, per ragioni cronologiche, non avesse una diretta conoscenza del contesto socio-politico degli anni sovietici” (p. 13). Nonostante l’approccio da talk-show americano (notato dallo stesso Piretto), la trasmissione cerca di raccogliere la migliore tradizione riconducibile al genere “chanson”. È proprio la definizione di “blatnaja pesnja” proposta da Igor’ Efimov (uno degli ispiratori del sito “semi-ufficiale” della trasmissione) che viene riportata dalla Koutchera nella sua introduzione: “ Blatnye pesni sono canzoni a tematica malavitosa che vivono nel loro ambiente naturale” (p. 21), definizione di per sé un po’ generica, ma proposta da Efimov principalmente “per distinguere la blatnaja pesnja […] dalle stilizzazioni da varietà [“ estradnye”] oggi di moda” (I. Efimov, “Vysockij i blatnaja pesnja”, <www.blat.dp.ua>).
La scelta dei testi dell’antologia, per la verità, non sembra adattarsi molto a un tale punto di vista: solo 12 canzoni su 111 sono state composte da coloro che “hanno apportato un contributo importante al genere” (<www.gavan.km.ru>), e quasi tutte da Vladimir Vysockij. Certo, come scrive Mauro Martini nella sua recensione apparsa sul sito dell’associazione Lettera 22 (<www.lettera22.it>), il merito del libro “non sta soltanto nella proposta di un autentico canone di un genere che arriva a comprendere il periodo giovanile dell’attività di Vladimir Vysockij. L’elemento di interesse sta nella dimostrazione del modo in cui la chanson si è mantenuta in vita anche dopo il crollo dell’Urss”. Tuttavia la sproporzione con cui viene rappresentato il breve periodo tra il 1990 e il 2002 (circa due terzi delle canzoni) rispetto ai 70 anni precedenti rischia di dare un’immagine falsata della “chanson”, assai lontana da quella di autentico genere “popolare”, proposta nella prefazione.
Anche se non ci si può non rammaricare per lo scarso assortimento delle canzoni (quasi tre quarti appartengono a sei autori, alcuni quasi sconosciuti), l’antologia offre, anche nei pezzi più recenti, brani di autentica poesia. I testi sono raggruppati, per sottolineare “l’interesse per i contenuti, o, meglio, i sentimenti umani, universali che vi troviamo espressi” (pp. 22-23), secondo la tematica dominante: amicizia, amore, delitto, destino, donne, evasione, ingiustizia, libertà, malavita, mamma, reclusione, tradotta, humour. In questo senso, forse sarebbe stato più opportuno seguire un criterio cronologico, anche per agevolare la ricerca dei testi. Il lettore troverà alcune delle canzoni più significative della cultura “alternativa” sovietica, come il famosissimo “Canto a Stalin” di Juz Aleškovskij o la ballata d’amore “Quando ci incontrammo”, attribuita al poeta Arsenij Tarkovskij.
Per quanto riguarda la traduzione, non si può non ammirare lo sforzo con cui la Koutchera ha cercato di riprodurre la rima “che è fondamentale nella poesia e nella canzone russa” (p. 22): chiunque abbia provato a cimentarsi nell’arduo lavoro di traduzione di testi in poesia sa quanto sia difficile mantenere il giusto equilibrio tra contenuto e metro, compito ulteriormente complicato, nel caso delle canzoni, dall’elemento musicale. La collaborazione di italiani madrelingua (si veda p. 23) non è bastata tuttavia a evitare un’evidente mancanza di naturalezza nelle scelte di traduzione (abuso di vezzeggiativi e rime verbali, uso di parole ed espressioni cacofoniche o addirittura inventate, rime inaccettabili in italiano, e così via), che rende spesso poco piacevole e difficoltosa la lettura; se è innegabile che la rima sia un aspetto importante della poesia, non può essere certo trascurato il ritmo, altro fattore fondamentale (forse ancor più della rima) quasi sempre dimenticato dalla traduttrice. Nonostante l’enormità dell’obiettivo e l’ostacolo linguistico, a tratti la traduzione raggiunge comunque, grazie all’inventiva della Koutchera, risultati apprezzabili anche nella resa in italiano.
Il libro è corredato di un buon apparato critico che suscita interesse e invita alla lettura (evidente l’esperienza editoriale di Piretto): la maggior parte delle canzoni è introdotta da brevi note esplicative; un utile glossario del linguaggio della mala fornisce un ottimo sussidio a chiunque voglia apprezzare la poesia blatnaja (alcuni termini sono peraltro ormai penetrati nel linguaggio russo di oggi); il testo si chiude con una breve bibliografia (con qualche svista nelle fonti internet) e un interessante campionario di illustrazioni raffiguranti i tatuaggi dei malviventi.
Bisogna infine sottolineare l’approccio più sociale che storico-filologico del libro, come evidenzia il breve rapporto sulla situazione carceraria in Russia (pp. 25-26). La Chanson Russa. Canzoni di delitto e castigo vuole dare voce al grido di libertà di ogni condannato, giustamente o ingiustamente, ovunque nel mondo, di ogni uomo che vorrebbe uscire dalla propria gabbia e volare in cielo insieme agli uccelli, ma “Abbattute son le ali, spezzate, / Un grigio dolore ha storto l’anima mia, / La cocaina, come polvere argentata / Tutte le strade ha spazzato via” (p. 170). Piretto e la Koutchera si avventurano dunque in un terreno quasi vergine, fornendo un buon punto di partenza per studi più specifici e approfonditi.

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli