Mauro Martini legge il dottor Živago di Boris Pasternak
Metauro Edizioni, Pesaro 2003
(Recensione di Sergio Mazzanti)
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 252-254
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Il volumetto Mauro Martini legge il dottor Živago si presenta come un saggio dal titolo “Una lunga introduzione alla morte”, saggio senza capitoli né paragrafi, senza note né bibliografia (tranne una pagina di “altre letture” alla fine del libro). La dichiarazione di intenti della collana La Piccola Biblioteca del Romanzo (ovvero “presentare al pubblico i grandi romanzi del XX secolo attraverso le riflessioni di scrittori e critici letterari di tutto il mondo interessati ad affrontare un’opera in piena libertà espressiva e in modo originale”) sembra adattarsi particolarmente allo stile di scrittura di Mauro Martini. Salta subito agli occhi come l’autore non voglia interrompere il flusso della lettura, come già dimostrato in Oltre il disgelo. La letteratura russa dopo l’Urss, in cui le indicazioni bibliografiche nel testo sono limitate alle traduzioni in italiano (che costituiscono una parte minima dei testi consultati).
Martini ci porta in viaggio nel mondo di Jurij Živago attraverso un labirinto di rimandi e citazioni, in cui il lettore è invitato ad affidarsi all’autore, seguendo il suo filo interpretativo. Il libro costituisce a ben vedere un tentativo di spiegare il fascino del romanzo, senza ricorrere a spiegazioni “politiche”, né nascondere i suoi lati negativi, anzi cercando di ricondurli alla poetica stessa di Pasternak.
La non convenzionalità del saggio si rivela già nella scelta della morte come chiave di lettura del romanzo che si contrappone all’interpretazione tradizionale di Pasternak come poeta della vita. Ma è una contraddizione apparente, in quanto, come sottolinea lo stesso autore, Il dottor Živago è strettamente legato alla più importante raccolta di poesie dell’autore, Mia sorella la vita: vita e morte sono i due estremi della condizione umana, le due facce della stessa medaglia, e la morte fisica è solo la conclusione di un lungo processo che dura tutta una vita. Martini cerca (non sempre in maniera convincente) di ricondurre al proprio percorso interpretativo (quello della morte) tutte le digressioni che si affastellano nel suo testo, disorientando il lettore che volesse indicare in pochi punti gli argomenti trattati.
Attorno alla linea interpretativa principale si susseguono e intersecano vari altri temi, presentati in modo più o meno efficace come possibili antidoti alla morte, tentativi destinati al fallimento di dimostrare che “la morte non esiste” (p. 11). Uno spazio preponderante è attribuito al fattore religioso, quello cristiano (una specie di tentativo di resurrezione laica) e quello ebraico (si cerca quindi di restituire il giusto peso all’origine semitica dell’autore); il tema “dell’inafferrabile autobiografismo” del romanzo viene analizzato lungo tutto il testo, mantenendone la complessità e pluralità di significati; l’amore tra Živago e Lara rimanda a Maria Maddalena, incarnazione dell’amore perfetto, contrapposto a quello passionale; il continuo misurarsi con la “Storia con la maiuscola” (p. 38), e in particolare con il periodo di transizione tra la prima e la seconda rivoluzione del ’17, si lega alla riflessione sui tre giorni tra la morte di Cristo e la resurrezione; non del tutto convincente e organica risulta infine l’importanza attribuita a Mosca, verso la fine del testo. È da notare, inoltre, che la maggior parte degli spunti proposti rappresentano lo sviluppo di pensieri accennati in Oltre il disgelo, dove, nell’analisi delle influenze sulla letteratura russa degli ultimi quindici anni, viene dato larghissimo spazio a Pasternak e in particolare al suo celebre romanzo.
Questi temi vengono supportati da una grande quantità di rimandi che illustrano il metodo critico dell’autore: Martini è in continuo dialogo con il passato e il presente, alla ricerca di modelli, commenti, nuove interpretazioni, alla ricerca, insomma, di uno sguardo multilaterale sul tema da lui prescelto. Il dialogo parte dalla critica attuale, di cui cerca di confutare alcune prese di posizione. Analizzando i possibili modelli letterari del Dottor Živago Martini abbandona il classico riferimento a Tolstoj, intraprendendo percorsi meno battuti: dal rimando obbligato a Puškin (il tema della tormenta ne La Figlia del capitano) e all’Amleto, a quelli più originali alla Cvetaeva (con la quale il legame personale si unisce a quello letterario con la “pièce in versi e tre quadri” Phoenix), a Bulgakov (il racconto “Morfina”, già lungamente analizzato in Oltre il disgelo), a Čechov (partendo dal racconto “Ragazzini”, citato nel romanzo), al Demone di Lermontov, fino al Faust di Goethe, di cui Pasternak aveva progettato una traduzione insieme alla Cvetaeva negli anni Venti.
Il dialogo prosegue con le parole dei contemporanei di Pasternak (come Alja Efron, figlia della Cvetaeva) e di critici illustri, da Šalamov, che aveva potuto leggere il dattiloscritto del romanzo, a Lichačev, che aveva presentato la prima edizione sovietica (del 1988), passando per Brodskij e Sinjavskij.
Ma l’elemento forse più interessante e originale sono i rimandi agli altri scritti di Pasternak, visto che la sua opera viene qui considerata come un insieme omogeneo e ne viene rispettata la complessità. Martini cerca di offrire nuove ipotesi interpretative del Dottor Živago a partire dall’intera produzione del poeta, ripercorrendone tutta la produzione letteraria, dall’esperienza futurista (il saggio "Il calice nero", del 1916) fino alla conclusione del suo celebre romanzo, attraverso saggi ("Chopin", del 1945, "Uomini e posizioni", del 1957), corrispondenze (con la Cvetaeva, con Šalamov), poesie e prosa (dalla già citata raccolta Mia sorella la vita, del 1917, a Racconto, del 1929), opere incompiute (L’infanzia di Ljuvers, 1917-18) e progetti mancati (come il romanzo Innokentij Dudorov). Nello sforzo di contrastare “l’abitudine ormai invalsa di tralasciare i versi di Jurij Andreevič Živago come un qualcosa di accessorio” (p. 9), risulta particolarmente interessante l’analisi di queste poesie non solo come parte integrante, ma come rivisitazione poetica del romanzo e quindi come sua possibile chiave di lettura.
Più che un saggio il libro di Martini è allora una specie di conversazione sul romanzo di Pasternak, un viaggio attraverso quest’opera così discussa. I passaggi logici sono in realtà affidati più a suggestioni che non a una solida strutturazione del libro. I fili dei diversi rimandi si ricongiungono con il riferimento a Goethe, particolarmente convincente, dove Faust viene accostato ad Amleto (dal quale era partito), ambedue figure strettamente legate al tema della morte. Il nostro viaggio al fianco di Martini e Živago si conclude allora con una frase, che può forse riassumere il nucleo dell’interpretazione proposta: “la vita come introduzione alla morte non comprende in sé dei talenti ma è di per sé un talento da non dissipare preferendogli tutte le vie illusorie lungo le quali perseguire l’impossibile sconfitta della morte”.
Il libro di Martini resta allora come un’interessante, suggestiva introduzione al romanzo, in cui vengono aperti nuovi percorsi interpretativi. Una lettura da fare tutta d’un fiato, senza cercare una solida strutturazione del testo, che il libro non ha e non vuole avere.

 
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