Dumki su "dumki"
a cura di O. Vdovyčenko, Editrice La Rosa, Brescia 2003
(Recensione di Massimo Maurizio)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 280-282
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È uscito a Brescia un libricino di poesie, una raccolta di liriche composte da donne ucraine (con il testo a fronte)… Una raccolta? Anche! Una testimonianza? E quale raccolta di poesie non lo è... Nelle 94 pagine che compongono questo volumetto c’è però qualcosa di più, qualcosa che sfugge alla “filologizzazione”, all’interpretazione scientifica condotta attraverso il prisma delle letture precedenti e delle conoscenze accumulate…
Voglio cominciare dal punto di arrivo: giovedì 10 febbraio 2005 a Torino c’è stata la presentazione del libro e la lettura di alcune poesie, seguita da un dibattito. È intervenuta Ol’ga Vdovyčenko, ingegnere navale, giornalista ed esperantista, che ha raccolto e tradotto le poesie… una donna semplice e solare con gli occhi tristi che ha parlato della sua terra, della sua gente in un italiano tale da far pensare a una lunga permanenza nel nostro paese. Ol’ga fa l’assistente familiare, come si è definita, la badante, per usare un’odiosa parola entrata nella consuetudine. E anche le sue “colleghe” fanno lo stesso mestiere, nel bresciano, a Napoli o in altre città italiane… nel nostro paese. Proprio la parola “paese” compare più spesso di altre, un filo che collega le diverse esperienze, la nostalgia di casa, la coscienza di aiutare chi si è lasciato in Ucraina, i figli o le madri…
A Palazzolo sull’Oglio, ha raccontato Ol’ga, si è formata una comunità, la “piccola Russia in Italia”… piccola per il numero esiguo di russi in un paese piccolo di per sé. Quest’espressione richiama però anche l’Ucraina, la “piccola Russia”, appunto… e allora ci si incontra, si mettono in musica le poesie del libro, si beve tè, ci si confronta e conforta… E così ci si incontra a Palazzolo, a Napoli, in Piazza Garibaldi, dove le chiacchiere sugli anziani assistiti si confondono con i ricordi e le nostalgie: “Ecco perché va questa gente in schiavitù all’estero, / e non credete a quello che dicono: / “Come stiamo bene!” / Queste parole sono per i figli, per i familiari, / mentre l’anima di ognuna corrode l’angoscia. / Sembra che il sorriso fiorisca sulle labbra, ma la tristezza e il distacco / gelano negli occhi. / Le labbra ridono, ma gli occhi sono tristi, / perciò non credete che stiamo bene loro e io. / Tu sei stata per noi la madre, Ucraina, / adesso sei diventata la matrigna indifferente. / Hai cacciato dalla casa le tue figlie, / non vediamo più né il tuo sole, né il tuo cielo. / Non sentiamo più cantare gli uccelli nei tuoi boschi, / fra poco dimenticheremo la nostra lingua…” (pp. 18-20).
L’eccesso di pathos di questi versi anonimi tradisce una scrittura istintiva, dal tono quasi folcloristico, ma dischiude un senso della realtà molto forte, come il distacco (e quello psicologico è ben più pesante di quello fisico) dalla terra d’origine, la perdita delle radici, della lingua, ma anche la coscienza di fare qualcosa di importante per aiutare i propri cari lontani… Non mi pare che in questo vi sia racchiusa una denuncia, anche se leggere queste poesie a cuor leggero è difficile. È questa una raccolta di gridi, di disperazione di molte persone che vivono al confine tra due realtà, quella italiana, nella quale l’integrazione è decisamente ardua, e quella ucraina, che muta costantemente senza le protagoniste di queste liriche. Ol’ga raccontava di essere tornata in patria poco tempo fa, dopo un’assenza di diversi anni e di aver trovato un paese che non era più il suo… Che fare? No, non è un libro di denuncia, ma una lezione di civiltà forse si può trarre…
Il sentimento dominante è comunque la nostalgia, che diventa un grido silenzioso attraverso lo spazio e i paesi, una preghiera sussurrata che potrebbe idealmente ricongiungere madre e figlia, marito e moglie, amici e parenti: “Ogni sera, figlia mia, guarda la finestra, / lì, nel cielo, brilla la prima stellina. / Sai, bambina mia cara, mio sole chiaro, / io guardo sempre quella stellina. // La guardo e piango, con lei parlo, / con lei parlo e la prego: / ‘Stella-stellina, cara sorellina, / accarezza la mia bambina lì, nell’Ucraina. // Accarezzala per me, abbracciala al posto mio, / sono nel paese straniero, non posso io’” (p. 14).
Un’altra poesia anonima, un’altra donna che scrive uno sfogo… Quando, durante la presentazione del libro, Ol’ga leggeva queste liriche mi sono convinto dell’assoluta mancanza di affettazione di queste parole, del fatto che questi pensieri, queste piccole meditazioni (Dumki, appunto) sono tanto sincere e comuni da far brillare gli occhi della lettrice che ha letto e riletto, tradotto e ritradotto queste parole… Proprio il fatto che le due poesie che ho riportato siano anonime (accanto a molte altre, forse più liriche, autoriali) mi porta a pensare all’universalità del sentimento espresso, nella stessa maniera in cui la scrittura del folclore diventa appannaggio di tutto il popolo di cui narra le imprese… Qui l’eroismo viene naturalmente sostituito dall’umanità, dal dolore, dal dialogo serrato e sincero con la carta. Queste ballate sono state scritte in maniera spontanea, incurante della pubblicazione o del fatto di essere lette da qualcuno.
La traduzione spesso non riporta le rime e il tono dell’originale. È un peccato. Ma credo che la cosa importante di questo libro sia il libro stesso, testimonianza tangibile di un mondo sconosciuto fintanto che non se ne viene in contatto… E anche la scrittura a tratti spigolosa, la mancanza di audacia di alcuni momenti fa parte di queste voci, non professionali. Ancora Ol’ga, nella prefazione al libro, significativamente intitolata “Grazie!”, scrive: “Le PICCOLE BALLATE di questo libro non sono poesie di scrittrici di mestiere, piuttosto sono pensieri, emozioni, testimonianze rese in forma poetica. Sono un rimpianto della vita che fu cambiata di colpo. Scrivere le poesie è normale per noi, fa parte della nostra cultura. Ci si sfoga, cantando, leggendo, parlando, scrivendo. E, siccome tutti i lati del carattere sono più visibili nelle situazioni estreme, è normale che in Italia tantissime nostre donne siano diventate poetesse” (pp. 6-7).
La nostra cultura, dice, non può fare a meno della poesia… Un monito, forse, per la nostra, di cultura?

 
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