Metamorfosi. Dieci racconti di narratori russi
cura e traduzione di A. Alleva, Avagliano editore, Cava de' Tirreni (Salerno) 2004
(Recensione di Massimo Maurizio)
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 242-243
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Ed ecco un’altra antologia che continua il fortunato momento per la letteratura russa contemporanea: dieci autori diversissimi fra loro (N. Bajtov, A. Eppel’, N. Kononov, A. Matveva, A. Najman, E. Rejn, N. Smirnova, E. Švarc, M. Višneveckaja, E. Zvjagin) e dieci aspetti di una Russia e della sua narrativa estremamente eterogenei. Annelisa Alleva ha tradotto autori giovani e meno giovani, scegliendoli evidentemente secondo la propria sensibilità e il proprio gusto. Tutto sommato legittimo, perché no? Tutti i racconti di quest’antologia sono contemporanei, sebbene le date di nascita degli autori coprano un periodo di più di quarant’anni. Molti di essi accostano all’attività di prosatore anche quella, spesso primaria, di poeta (Bajtov, Kononov, Najman, Rejn, Švarc) e in alcuni casi si avverte chiaramente la contaminazione della poesia, come nel racconto di N. Kononov “Il genio di Evgenija”, bella commistione di tratti lirici e volgarmente quotidiani: “in lacrime di pentimento, tirandosi via il moccio insieme al trucco da babbuino, con un feroce lamento funebre, urlava disperatamente in un recitativo operistico che tutta la vita, tutta la vita aveva odiato ferocemente, oh, quanto ferocemente, quella Evgenija. E non ci sarebbe stato perdono per lei di questi odio e ferocia disumani. Odiava la piccola carogna di successo, puttana, troia, rivale, odalisca dodicenne nel talamo del suo mutilo bellissimo imperatore amato oltremisura, zar, sovrano, Serse. E quest’uomo, questo marito, un tempo era tutto intero, un tempo aveva braccia e gambe. Poteva ogni cosa, tutti lo sapevano, e era buono. Oh, quant’era buono! Oh!” (p. 68).
Annelisa Alleva è poetessa e si vede. La traduzione è limpida, chiara, bella, restituisce la voce potente e il brusio sommesso in maniera molto efficace. E queste peculiarità emergono soprattutto con autori barocchi come Kononov.
Evgenija non è che una delle figure femminili che baluginano in questi racconti: cinque su dieci trattano di donne, e quattro autori su dieci sono donne. Questo indica un’indubbia inversione di tendenza rispetto alla letteratura omocentrica del periodo precedente. Le protagoniste di Metamorfosi sono molto diverse fra loro, si va dalla bellissima ninfetta che uccide il figlio scriteriato nel racconto di Kononov, alla repressa Elena di A. Matveeva, succube della madre fino alla fine, dalla Lenočka di Bajtov, alle donne di N. Smirnova o alla tata di M. Višneveckaja.
Quello che emerge dai racconti di Metamorfosi è un mondo proteiforme, che spazia dalla prosa autobiografica e dai ricordi di guerra di Rejn (o degli anni ’60 di Najman), alla surreale vicenda narrata da N. Bajtov, in cui una lingua che va scomparendo diventa il mezzo per stabilire gerarchie e assumere ruoli all’interno della famiglia: qui Lenočka diventa Elena vietando l’uso di una parola appartenente a un codice linguistico custodito dalla stirpe del vecchio Pafnutyj Alekseevič, morto all’età di 112 anni. La dimensione di cui parla Bajtov è quella del nucleo familiare al di fuori del quale non esiste nulla, come nel suo libro Prošloe v umozrenijach i dokumentach [Il passato in contemplazioni e documenti, 1998], in cui il ricordo degli avi diventa spunto per tracciare una storia della Russia vista come un vita familiare che incomincia e finisce nella dimensione casalinga.
Accanto a quello di Bajtov trova posto il racconto "Il toccatore" di E. Švarc, in cui una strana esperienza mistica condotta attraverso il tatto, non servirà ad acquistare le virtù guaritrici di un Gesù del nostro tempo, come crede il protagonista, ma solo un tocco di morte. La ricerca che porta il “toccatore” nei luoghi sacri d’Europa e non solo, da Gerusalemme a Roma e alla Germania, da Bologna alla Francia, avviene nei sensi del protagonista che viaggia e si scopre nuovo, potente, divino, per poi farsi involontario omicida, quando i suoi presunti poteri taumaturgici uccidono un mendicante invece di riportarlo a nuova vita.
Un altro mendicante è il protagonista del racconto di A. Eppel’ ("Natale nel vicolo perduto"), anch’esso introspettivo dialogo suscitato dai gemiti di due amanti alla fermata dell’autobus che danno spunto al protagonista per un esame della propria solitudine e della propria situazione. All’arrivo del mezzo si scoprirà che i gemiti d’amore non sono altro che le fantasie di un barbone alla fermata che congeda autista e protagonista con un gesto dallo spirito “poco natalizio”.
Altri racconti mettono in luce anche la Russia postsovietica, reale e allucinata, come ne "L’allievo" di E. Zvjagin, in cui un pittore in cerca d’ispirazione, ma soprattutto di tranquillità, si reca nella dača di un amico per restare a contatto con la natura. Dopo un mese trascorso in una fiera solitudine riceve la visita di un’amica e di un critico d’arte francese, accompagnato dalla giovane segretaria e interessato a comprare le sue opere. La pace della campagna e la contrattazione finiscono con una sbornia e l’arrivo della prima neve, che spinge il pittore a far ritorno a Pietroburgo:
caricandosi sulla schiena le tele legate, chiuse casa e, quando si voltò dal cancello per l’ultima volta, vide l’albero d’altri, da lui spogliato. Se ne stava come se niente fosse, biancheggiante per via della neve che si era attaccata ai rami, ma il suo aspetto, solitario e spaesato, aumentava la sensazione di dolore.
Il treno elettrico, vuoto al mattino, vibrava fastidiosamente, masticando chilometri.
“Eh già!” pensava il pittore. “tutto un mese a lavorare e a vivere dignitosamente, concentrato, dimenticando la vanità e le piccolezze quotidiane, e poi ubriacarsi e scrollare il melo del vicino, come uno schifoso teppista!”.
E quel tono servile di piaggeria, che i soldi avevano introdotto nei suoi rapporti con gli stranieri! Br-r-r... Perché lui era una persona orgogliosa e consapevole del proprio valore, non quello monetario, ma quello vero, l’altro! Sì... E andare a finire così! (p. 183).
È questa la fine di molti racconti, che riporta a zero la sfera del sogno e della ricerca (di se stessi, della quiete interiore, della felicità personale, dell’appagamento professionale, delle proprie radici). Così è per la mite Elena, che a 19 anni viene deflorata da un uomo sposato che amerà per tutta la vita, così è per il bambino di E. Rejn (Rejn stesso) che baratta un gelato con tre quaderni nuovi e poi si sente “appena sollevato, quando il terrore del castigo mi si presentò in una forma così reale. Abbassai la testa, strinsi gli occhi – non c’era salvezza” (p. 128).
È la quotidianità che lascia una patina grigiastra sulla Bellezza e sulle pulsioni di chi cerca e non trova. È la vita di oggi, che emerge non soltanto da quest’antologia. È un aspetto reale con cui la letteratura russa (ma, ovviamente, non solo) ha imparato a fare i conti, che ha imparato a sfruttare come tropo primo della scrittura. E della vita.

 
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