B. Akunin
Pelagija e il bulldog bianco
traduzione di E. Guercetti, Frassinelli, Milano 2003
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 300-301
B. Akunin
Pelagija e il monaco nero
traduzione di E. Guercetti, Frassinelli, Milano 2004
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 302-303
(Recensioni di Massimo Maurizio)
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La tranquilla città di Zavolžsk sta vivendo la sua età dell’oro, dopo la fine dei furti e della corruzione, avvenuta ad opera dell’illuminato vescovo Mitrofanij, giunto dalla capitale. All’improvviso, contemporaneamente all’arrivo del funzionario sinodale Bubencov, giunto da Pietroburgo per estirpare la fede dei vecchi credenti, vengono rinvenuti in città due cadaveri decapitati.
Nella tenuta di Marija Afanas’evna, la vecchia zia di Mitrofanij succedono cose strane: il suo allevamento di bulldog bianchi (l’anziana generalessa dedica la vita ad esperimenti per ottenere una razza nuova di cani) viene decimato da una mano sconosciuta. La vecchia zia chiama ad investigare il nipote monsignore, dotato di un fiuto nei paraggi ben conosciuto. L’alto prelato manda la sua fedele e caparbia assistente nelle indagini, la suora Pelagija, che assiste in pochi giorni all’assassinio degli ultimi due esponenti della rara specie di bulldog. Le indagini smascherano Naina Georgievna, la nipote della vecchia, una strana ragazza che parla per enigmi, e che dopo l’ammissione della colpa fugge in città, a Zavolžsk. Qui nel frattempo Bubencov ha collegato le decapitazioni agli Zitiachi, pacifici abitanti del luogo, non ortodossi. Monsignor Mitrofanij non nasconde la sua antipatia per l’inviato da Pietroburgo, che nel frattempo sta arrestando gli Zitiachi e imponendo la sua autorità, ma anche il suo fascino di uomo della capitale, su Zavolžsk, un tempo cittadina tranquilla, ed ora incapace di opporsi all’uomo di Pietroburgo.
Pelagija, insieme al suo padre spirituale (Mitrofanij) e ai consiglieri cittadini più illuminati, cerca una spiegazione agli omicidi. La situazione si complica quando a seguito di una mostra, il fotografo che l’ha allestita (Poggio, forse traduzione di un qualche cognome, tipo Bugor) viene assassinato. Alla mostra le sue fotografie di Naina Georgievna nuda avevano suscitato le ire di diversi spasimanti della donna. La notte successiva all’omicidio di Poggio anche quest’ultima viene assassinata, dopo aver fatto una sibillina rivelazione a Pelagija, che si era recata a casa sua per parlare degli omicidi. L’assassino scopre la suora, che fugge e cade nel fiume. Dopo aver rischiato la vita si ritrova sulla spiaggia accanto alla villa di Marija Afanas’evna. Le parole di Naina Georgievna moribonda riportano alla mente della suora un luogo della villa che era ritratto in una fotografia scomparsa di Poggio. Pelagija scopre le teste dei due corpi rinvenuti nel fiume e sviene.
Insieme al monsignore e con un processo in cui l’unione dei provinciali di Zavolžsk da una lezione di abilità forense agli impettiti pietroburghesi (Bubencov finisce sul banco degli imputati, insieme al suo collaboratore Spasёnnyj), la suora riesce a far dimostrare la verità degli omicidi, ribaltando all’ultimo momento la versione della giuria.
B. Akunin è lo pseudonimo di Grigorij Tčchartišvili, (autore fra l’altro del saggio Pisatel’ i samoubijstvo [Lo scrittore e il suicidio], Novoe Literaturnoe Obozrenie, Moskva, 2001). In italiano Frassinelli ha pubblicato nove libri (oltre a Pelagija e il bulldog bianco, anche Pelagija e il monaco nero. Inoltre Il consigliere di stato e i sei libri della saga del detective Erast Fandorin La regina d’inverno, Gambetto turco, La morte di Achille, Assassinio sul Leviathan, Il fante di picche, Il decoratore, e due della suora-investigatrice).
Pelagija e il bulldog bianco è un giallo interessante, scritto con un linguaggio da romanzo dei primi del XX secolo, a cui però a volte la voce del narratore alterna uno stile scherzoso: “Vladimir L’vovič Bubencov, ottenuto il più totale sostegno delle alte sfere, svolse l’indagine sul caso delle teste (o più esattamente sulla loro mancanza) con slancio veramente napoleonico” (p. 150). Queste rare “uscite” si stagliano sullo sfondo di una scrittura sostanzialmente compassata, che soltanto di rado sfocia nel coinvolgimento diretto del narratore nella descrizione. Egli è chiaramente uno di Zavolžsk, e Akunin risulta molto abile a far emergere dalle sue “intromissioni” la mentalità provinciale e un certo simpatico campanilismo.
La duplicità riscontrabile nel tono della voce narrante si manifesta anche a livello della fabula, in cui si alternano momenti di rigore quasi moraleggiante e timoroso della religione e dei ranghi a tirate di orecchie simpaticamente paterne da parte monsignore alla suora-investigatrice o ai movimenti goffi e impacciati della stessa sullo sfondo di omicidi e scene tremende, di decapitazioni e spargimenti di sangue. Gli inserti “moraleggianti” sono sostanzialmente un gioco con il lettore, teso a svelare le due maschere di Akunin, scrittore postmodernista e narratore dell’inizio del XX secolo. La trama di Pelagija e il bulldog bianco si svolge attorno ad un sottofondo storicistico, accennato, ma ben definito nei suoi tratti essenziali.
La morale religiosa che anima i due “buoni” della vicenda (e che dà una colorazione particolare alla narrazione) lascia spazio a considerazioni attorno alla morale e alla vera via da seguire, che non appesantiscono assolutamente la scrittura. I due eroi ecclesiastici del romanzo si devono confrontare costantemente con il mondo laico e le sue regole, creando situazioni che ricordano certe scene di Guareschi, introducendo contemporaneamente nel testo un tono moralista che ricorda quello di alcuni personaggi di Tolstoj.
Le modalità dell’omicidio di Naina Georgievna e della sua cameriera (uccisa soltanto perché presente nel momento in cui l’assassino entra in casa della vittima) ricordano quelle di Delitto e Castigo. Emergono quindi rimandi chiaramente all’eredità classica molto marcati.
È interessante anche la descrizione psicologica della protagonista, che vive una fede incerta, molto umana. La suora indaga anche con l’identità (inventata) di una sorella moscovita, Polina Andreevna Lisicyna, nome e cognome secolare di Pelagija, che le consente maggior libertà di manovra. L’eroina di Akunin sembra a volte godere della sua identità “laica”. Anche il vescovo è soggetto a debolezze assolutamente umane (la collera, la testardaggine).
Tutti questi elementi, l’intreccio da serial della televisione (con un sottofondo appena percettibile, ma grandemente intellettuale) fanno di Pelagija e il bulldog bianco una lettura piacevole, leggera. Akunin dimostra di essere in grado di elevare lo stile di un romanzo che si vuole presentare come leggero. Questo fatto è dimostrato da alcune “sviste” narrative, che si muovono in direzione di una letteratura non soltanto d’intrattenimento.
Un’ultima osservazione sulla traduzione (di Emanuela Guercetti), che è di ottimo livello. Particolarmente apprezzabile la sostituzione con inserzioni nel testo delle note a piè di pagina per spiegare i realia russi, tipiche delle traduzioni in italiano dei romanzi russi: “I giovani cresceranno, e qui da noi tutto cambierà. Giorni fa è passato da me un mercante dei bespopovcy, sai, i ‘senza pope’” (p. 79). Soluzione snella e calzante.


Il secondo romanzo della “saga” della suora investigatrice è la prosecuzione di Pelagija e il bulldog bianco, alla fine del quale entra in scena un monaco del Nuovo Ararat, un’isola, in cui otto secoli prima del momento della narrazione il santo Basilisco aveva fondato un ordine ascetico, divenuto col tempo molto famoso. Accanto al monastero eretto in onore del santo, inaccessibile ai non iniziati, si trova la parte dell’isola destinata ai pellegrini; è questo un luogo spirituale di pace, in cui però da qualche tempo sono incominciate le apparizioni di un monaco nero (si crede che sia lo stesso Basilisco), che terrorizza la gente del posto ed i pellegrini e miete vittime. Il “fantasma” intima a tutti di lasciare il Nuovo Ararat, che definisce un posto maledetto.
Monsignor Mitrofanij manda sul posto uno studente di sua conoscenza (Aleksej Lentočkin), giovane nichilista e geniale matematico d’indole romantica, che è stato cacciato dall’università per poco rispetto nei confronti dei superiori. L’alto prelato gli affida questa missione perché è convinto che il luogo santo potrebbe avere un influsso benefico sull’educazione spirituale del giovane; egli da parte sua accetta perché spinto dal desiderio di far luce sul mistero e di dimostrare l’inconsistenza della fede e la non esistenza del divino. Sull’isola il giovane si interessa al fenomeno, cerca di risolverlo prima con mezzi razionali, poi con il misticismo, ma dopo il primo contatto con il Monaco nero impazzisce, perde l’uso della parola e viene ricoverato nella clinica del miliardario Korovin, uno scienziato che ha creato una struttura per la cura delle malattie mentali di soggetti particolarmente interessanti, a suo giudizio, dal punto di vista scientifico. Alla notizia della pazzia del giovane, Mitrofanij, Pelagija e Berdičevskij, il magistrato di Zavolžsk, decidono di mandare Lagrange, il capo della polizia, un militare non incline ai sentimentalismi e dal pugno di ferro. Poco dopo egli si suicida. Mitrofanij, incapace di prendere decisioni a causa dei sensi di colpa che lo attanagliano, accetta di buon grado la decisione di Berdičevskij di recarsi personalmente sul Nuovo Ararat, nonostante che la moglie sia incinta del tredicesimo figlio. Dopo qualche peripezia e la tentazione di una bellissima donna del luogo, anche il magistrato di Zavolžsk, incontrato il Monaco nero, perde il senno, finendo con Lentočkin a far parte della variopinta schiera di pazienti di Korovin. Appresa la notizia dell’ennesima perdita umana, il vescovo viene colto da infarto. Pelagija decide di andare personalmente sull’isola, nonostante la promessa data al padre spirituale di non immischiarsi. La suora ruba dei soldi dalle casse del monsignore, si trasforma nella voluttuosa pellegrina Polina Andreevna Lisicyna e si reca a Nuovo Ararat, dove viene in contatto con tutti i personaggi del luogo e ritrova Lentočkin e Berdičevskij, in manicomio. Dopo aver incontrato il Monaco nero diverse volte, aver rischiato la vita, e dopo una serie di colpi di scena incredibili, la zelante suora viene a capo della faccenda, smascherando Lentočkin come il Monaco nero, che ha scoperto un meteorite (il segno del cielo che indicò al santo Basilisco il luogo su cui edificare il monastero), nel quale vede il mezzo per realizzare i suoi sogni di fisico mancato. Egli riesce a fuggire, ma lo attende una brutta sorpresa: il meteorite è radioattivo e il giovane comincia ad avvertirne gli effetti, sebbene non se ne renda conto. Il monsignore, ripresosi e giunto sull’isola, ha nel frattempo riportato Berdičevskij alla salute mentale.
La trama di questo romanzo è estremamente complessa e si dipana secondo linee narrative parallele e indipendenti l’una dall’altra, che fanno sembrare la soluzione del mistero costantemente a portata di mano. Questi artifici servono in realtà a prendere tempo e ad aumentare la suspence. Akunin è molto abile nel portare il lettore dove vuole, utilizzando sia la psicologia deviata di tanti pazienti della clinica di Korovin, sia le manifestazioni più estreme dell’ascetismo ortodosso per rendere la narrazione estremamente avvincente. Essa perde la caratteristica intonazione fin de siécle del primo romanzo della serie, per farsi più neutra nei toni, forse più seriosa e più dinamica.
L’autore presenta una gran varietà di personaggi secondari, che servono per non tanto per l’evoluzione dell’intreccio, quanto per creare storie nella storia principale.
Su tutta la narrazione aleggiano motivi dostoevskiani: durante le indagini la vedova Lisicyna (Pelagija travestita) rischia di morire, ma viene salvata da un uomo bellissimo, che la seduce e la tenta. Lei è sul punto di cedere. Scoperta la sua appartenenza al clero, l’uomo si getta su di lei e tenta di ucciderla, definendosi Satana in persona. Korovin la salva e racconta che l’uomo che ha tentato di violentarla dopo averla salvata, e che l’ha tanto irretita non è l’affascinante demone faustiano che lei credeva, ma semplicemente un ex attore, suo paziente, con un’individualità praticamente nulla che ha letto I demoni e che è entrato nella parte di Stavrogin (il libro era stato regalato da Mitrofanij a Lentočkin alla vigilia del viaggio e passato da quest’ultimo al malato, visto che sull’isola ci sono soltanto libri di carattere strettamente religioso). Dopo l’accaduto sarà condannato dal dottor Korovin a un mese di reclusione e alla lettura di Povera gente. Che diventi un nuovo Devuškin. L’eredità classica viene travisata, sostituendo alla solennità dell’originale una conclusione umiliante per il novello Mefistofele del Nuovo Ararat.
Come ogni opera postmodernista che si rispetti, in Pelagija e il monaco nero abbondano i rimandi e le citazioni letterarie. Accanto ai motivi dostoevskiani, sono presenti anche molti riferimenti a Čechov: oltre all’accenno contenuto nel titolo, la narrazione sfrutta i motivi dell’autore del Gabbiano; un frammento, per esempio, fornisce un’indicazione precisa dell’epoca in cui si svolgono gli avvenimenti: “Mi dica”, si rivolse [Korovin] alla bruna, conservando la stessa espressione ossequiosa, “perché veste sempre di nero? È il lutto per la sua vita?”. Polina Andreevna scoppiò a ridere, apprezzando l’erudizione di Korovin, ma Lidija Evgen’evna non sembrò riconoscere la citazione da una recente pièce di Čechov” (pp. 215-216).
Akunin indugia sulla psicologia dei suoi eroi, rivela un marcato interesse storicistico ed un gusto particolare per la descrizione e l’indagine degli stati anormali dei pazienti di Korovin e della mistica degli asceti del Nuovo Ararat. Questo romanzo mostra un interesse maggiore per la narrazione thriller rispetto al primo romanzo, che presentava molti inserti psicologici e di carattere moraleggiante. Particolarmente ben riuscita è la descrizione dello sfondo religioso, sotteso a tutta la narrazione; l’intreccio è costruito infatti sull’incontro-scontro di molte manifestazione dell’ortodossia, ma anche sul nichilismo del giovane Lentočkin che si trasforma in misticismo e follia e sul materialismo del capitano Lagrange. La rigidità di tutti questi approcci alla vita non portano a nulla, se non alla morte, mentre la semplicità e la trasparenza di Pelagija vengono premiate con la risoluzione del mistero ed il perdono di monsignor Mitrofanij per la fuga e la disobbedienza.

 
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