O. Tokarczuk
Ostatnie historie
Wydawnictwo literackie, Kraków 2004
(Recensione di Leonardo Masi)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 270-272
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Olga Tokarczuk (1962) si annovera oramai, insieme a Pilch, Stasiuk, Tulli e pochi altri, tra quegli autori polacchi “over 40” che si sono conquistati un pubblico eterogeneo nel proprio paese (decisamente meno all’estero) e la meritata reputazione di “bravi scrittori”. Né piatti tradizionalisti, né arditi sperimentatori, sono autori più o meno proficui, ma che difficilmente sbagliano un libro. Non c’è di che lamentarsi, ci sono stati tempi peggiori, anche se è inutile negare che da anni siamo in attesa di qualcosa che incida veramente sulla storia della letteratura. Quanto detto non vuole in alcun modo sminuire il valore di Olga Tokarczuk, della quale purtroppo in Italia è stato per il momento tradotto soltanto un romanzo, Prawiek i inne czasy [Dio, il tempo, gli uomini e gli angeli, Edizioni e/o, Roma 1999].
L’ultima fatica della scrittrice, Ostatnie historie [Storie ultime] conferma l’impressione avuta con la precedente fortunata raccolta Gra na wielu bębenkach che la Tokarczuk si trova perfettamente a proprio agio con il genere del racconto. Come anche in Dom dzienny dom nocny , anche in Ostatnie historie l’autrice si muove nel contesto di un romanzo fatto di singole storie trattate separatamente. Il libro è composto da tre lunghi racconti tenuti insieme da un filo al tempo stesso sottile e indissolubile, un filo che conferisce al libro un vago sapore di saga, genere che la scrittrice aveva dimostrato di amare già in Prawiek. Le tre protagoniste di Ostatnie historie sono infatti membri di una stessa famiglia: la cinquantenne Ida, sua madre Paraskewia e sua figlia Maja. Ma si tratta di una saga sui generis, visto che le storie delle tre consanguinee si svolgono in luoghi tra di loro distanti e senza che la successione degli eventi segua una tradizionale linea temporale.
Il titolo, con un po' di umorismo nero, si riferisce al tema che accomuna le tre donne nel corso del romanzo: l’incontro con la morte. Una morte che però non si vede: nessuno si aspetti quindi qualcosa che somigli alla bergmaniana partita a scacchi. La morte qui non è un personaggio, eppure è “qualcosa” che a un certo momento si incontra e con la quale ci si trova a fare i conti. Il topos secondo il quale nel momento della propria morte si vede scorrere davanti a sé la propria vita passata come in un film è usato soltanto nel primo racconto. Nel secondo e nel terzo le protagoniste hanno invece a che fare rispettivamente con la morte di una persona vicina e con quella di un estraneo. In tutte e tre le occasioni l’incontro con la morte rappresenta però il momento per un bilancio esistenziale retrospettivo.
Il tema della morte appariva già in un racconto originale e curioso di Gra na wielu bębenkach, nel quale una signora appassionata di romanzi gialli si imbatteva in una storia che andava avanti per pagine e pagine senza che avvenisse alcun delitto, finché, innervosita, non finiva per entrare lei stessa nel romanzo per ucciderne i personaggi. Nel leggere il primo capitolo del romanzo, “Czysty kraj” , il lettore prova un po‘ la stessa sensazione della signora appassionata di romanzi gialli, nell’attesa di una morte che non arriva. In realtà poi ci rendiamo conto che la morte era arrivata nelle primissime pagine del romanzo. Ida, cinquantenne dalla vita incolore e anonima esce di strada con la macchina e trova ospitalità nella casa di due anziani coniugi in mezzo alla campagna. Durante il suo soggiorno nella strana casa, immersa in un’atmosfera fuori dal tempo, osserva l’agonia di una vecchia cagna: qual è il senso della sua sofferenza? Quale aiuto possono darle gli antidoloriferi? Sanno gli animali di nascere e morire? Intanto affiora il tremendo dolore che si nasconde dietro la piatta esistenza di Ida che, come in vita ha accettato svariate sofferenze, finirà, così come l’animale, per essere pronta anche alla propria morte, del resto già avvenuta con l’incidente stradale che apre il romanzo.
Paraskewia, protagonista della seconda parte, Parka , è una rimpatriata il cui marito Petro è appena morto di vecchiaia. Nella sua casa isolata sulle alture di un luogo che non ha mai amato, nel quale ha vissuto con un uomo che non ha mai amato, Paraskiewa ricorda la sua storia, la sua difficile esistenza, mentre nella neve compone la frase “Petro è morto” perché la gente del paese la possa leggere.
La terza storia vede Maja, trentenne “il cui corpo produce solo freddo, per questo non ha mai abbastanza caldo”, come apprendiamo già dalla prima frase, su in’isola della Malesia, che sta visitando col figlio adolescente per conto dell’agenzia turistica nella quale lavora. L‘inaspettato l’incontro con la morte, disperatamente inevitabile, avviene attraverso la figura di un prestigiatore che porta su di sé una malattia letale. Tanto amato dal figlio, che da lui apprende i trucchi del mestiere, tanto odiato da lei, il prestigiatore smaschera l’assenza di amore della donna, che uscirà trasformata da quest’incontro.
Quest’ultimo è il racconto più interessante e ben costruito del libro. Le atmosfere, cupe, livide, plumbee (i colori della copertina del romanzo fanno capire perfettamente quali umori vi troveremo nelle pagine interne) assumono nelle pagine finali le sfumature più interessanti. Soltanto nella terza parte, Sztukmistrz , la Tokarczuk riesce magistralmente a immergere il lettore in uno stato d’animo di sottile mistero e inquietudine. Decisamente noiosa appare al confronto la seconda parte: evidentemente la Tokarczuk, che ha cercato di usare per ognuno dei tre racconti uno stile diverso che si confacesse ai suoi personaggi, si trova per motivi di affinità generazionale più vicina a Maja che a Paraskiewa. Del secondo racconto può forse irritare anche la tematica del conflitto tra la cultura polacca (Petro) e quella ucraina (Paraskiewa): le pagine della Tokarczuk non aggiungono niente a quanto nella letteratura polacca è stato ambientato sullo sfondo dei kresy .
Ostatnie historie è comunque un libro costruito in maniera molto più articolata di quanto possa suggerire una prima lettura. È di certo un pregio la sapienza con la quale vi sono condotti successivamente tre punti di vista diversi su di uno stesso avvenimento e tre modi diversi di guardare la realtà. Sebbene non si tratti di una stessa storia narrata da tre personaggi diversi, affiorano tuttavia qua e là momenti nei quali le tre vicende per un attimo si incrociano; ci sono altresì comuni immagini simboliche con le quali i tre personaggi si trovano a misurarsi (per esempio quella del Grande Carro). Non è la psicologia dei singoli personaggi, ridotta all’essenziale, quanto le relazioni psicologiche tra di loro a essere tratteggiate magistralmente, in modo quasi minimalista. Ne escono tensioni interne profonde e archetipiche, che possono ricordare una tragedia greca: si veda ad esempio il rapporto tra Maja-figura maschile e il figlio di Maja-figura paterna, con il prestigiatore morente a ricostruire il triangolo familiare.
Lo stile che la Tokarczuk ha scelto per Ostatnie historie è volutamente freddo: né ottimismo, né pessimismo e mai una concessione all’ironia, mai un lasciarsi andare a un pathos eccessivo. In realtà lo sconfinamento nel melodrammatico accade una sola volta, nel primo capitolo, e suona come la stecca di un flautista in una sinfonia ben scritta. Mi riferisco a un passaggio nel quale la scrittrice, identificando la vita con la morte, descrive il parto col quale Ida dà alla luce Maja. In un ospedale sudicio, la cui descrizione grida tristezza, nel partorire Maja Ida vede il volto della morte, “perché la morte è ciò che non permette di scegliere, ciò a cui non si può voltare le spalle, ciò a cui non si può dire di no”.
Oltre all‘ironia e alla melodrammaticità, manca anche l’onirismo che caratterizzava molta della precedente produzione della Tokarczuk. Segno ancora una volta dell’intenzionale seriosità, oggettività e spirito indagatore col quale la scrittrice affronta uno degli argomenti più difficili che si possano affronare, quasi col piglio di chi in prima persona si prepara a un viaggio nell‘aldilà.

 
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