J. Tuwim
Kabaretiana
opracował T. Stępień, Czytelnik, Warszawa 2002
(Recensione di Leonardo Masi)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 319-320
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In Polonia è accaduto spesso che poeti e prosatori di prim’ordine si cimentassero nella scrittura di testi per il cabaret, arte che in quel paese ha una tradizione gloriosa, sicuramente più che altrove in Europa. Dal 1905, quando a Cracovia apparve il Zielony Balonik, per lo meno fino al 1975, quando cessò l’attività dell’ultimo grande cabaret, il Dudek, quest’arte ha sempre rivestito un ruolo di primo piano per la società e la cultura polacche.
Il corpus di testi che Julian Tuwim destinò al cabaret è per qualità e quantità paragonabile soltanto a quello di Tadeusz Boy-Żeleński, animatore del Zielony Balonik, le cui opere furono però fin da subito raccolte nel volume Słówka, che divenne nel ventennio tra le due guerre il libro più venduto in assoluto in Polonia, il che ben spiega la portata del cabaret come fenomeno di massa. I poeti del gruppo Skamander, in particolare Tuwim, Słonimski e Lechoń, riuscirono a raggiungere il grande pubblico pur mantenendo alto il livello artistico delle loro opere. Il gruppo riuscirà a creare un nuovo modello di cultura popolare intelligente, al passo con lo spirito ludico del tempo, sfruttando i meccanismi del mercato dell’informazione e del passatempo. Del resto il debutto della wielka piątka (i tre citati più Iwaszkiewicz e Wierzyński) avvenne in un caffè, il Pod Pikadorem: qui per cinque marchi tra il 1918 e il 1919 si potevano ascoltare tra un verso di Lechoń e uno di Słonimski, le battute del presentatore della serata poetica, stringere la mano a Tuwim e ottenere il suo autografo (ovviamente pagando, in base a quanto stava scritto su uno speciale “listino prezzi”).
A partire dal 1926, Tuwim si afferma come uno dei grandi autori di cabaret, anche se tenderà a minimizzare questo lato della sua attività, spesso celandosi dietro a pseudonimi. In effetti si crea una netta divisione tra la produzione poetica e quella per la grande macchina dello spettacolo, che per lo meno era retribuita (“in vita mia – scrive l’autore di Bal w operze – ho guadagnato con le poesie 45 złoty”). Solo quando nel 1934 esce il suo Jarmark rymów, il Tuwim ludico decide di inserire in quella raccolta di satire una manciata di testi di cabaret. Il tempio della satira era allora il cabaret Qui Pro Quo, luogo leggendario della Varsavia tra le due guerre. Diversamente dal Zielony Balonik e dal Pikador, questo era un cabaret di attori, piuttosto che di autori. Le stelle che vi brillavano erano, tra le altre, quelle di Hanka Ordonówna, di Adolf Dymsza e del presentatore ungherese Fryderyk Jàrosy, “polacco humoris causa”.
Il Tuwim scrittore per i grandi cabaret varsaviani era già conosciuto e studiato (si veda il contributo di Jan Stradecki, W kręgu Skamandra), ma i suoi monologhi, le canzoni, gli sketch e i suoi nonsense attendevano ancora di essere raccolti in un volume, che ora finalmente è uscito con un buon apparato critico e una esauriente introduzione di Tomasz Stępień. L’autore si occupa da tempo di Tuwim e del cabaret del Ventennio polacco: una sua monografia intitolata Kabaret Juliana Tuwima era uscita già nel 1989; Stępień è inoltre l’autore della voce kabaret literacki dello Słownik literatury polskiej XX wieku. Nella sua introduzione a questo Kabaretiana, quindi, non può far altro che citare se stesso, senza doversi preoccupare di usare le virgolette, offrendo un riassunto chiaro e puntuale di quanto egli stesso aveva già scritto anni fa. Semmai, il grosso lavoro dello studioso è nelle note ai testi, puntuali ed esaurienti, nello spiegare i vari fenomeni della cultura e della società polacca degli anni Venti e Trenta.
Il cabaret di Tuwim, se guardiamo al suo valore letterario, non sempre è ai massimi livelli: i tempi ristretti entro i quali simili testi dovevano essere scritti non potevano permettere un’ispirazione sempre all’altezza, né un tranquillo lavoro di rifinitura. Tuttavia alcune opere raggiungono vertici ai quali dal dopoguerra in poi chiunque scrivesse per le scene satiriche non poteva non anelare. Penso all’esilarante dialogo tra i due ebrei Goldberg e Rapaport di Mistyka finansów, o alle leziose atmosfere da salotto piccolo-borghese di provincia di Cokolwiek Szopena. Talvolta puramente senza senso, lunatiche, altamente poetiche, le canzoni qui raccolte saranno il modello da cui ripartiranno i giovani autori degli anni Cinquanta come Agnieszka Osiecka e Jarosław Abramów. L’orientamento politico (inizialmente a favore di Piłsudski, ribattezzato “Nonno”, “Il Don Josè del Belweder”, “LUI”, “Il Marescialletto”) di Tuwim e della cerchia skamandrita emerge dalle szopki polityczne, particolare forma di rivista, frutto del lavoro collettivo che veniva rappresentata ogni anno. Ci sono rimasti due esempi, qui riportati: uno del 1922, Pierwsza szopka warszawska scritta da “Pikador, il suo cavallo e un’altra bestia” e uno del 1927, scritto insieme agli altri autori del settimanale satirico Cyrulik Warszawski (Hemar, Lechoń e Słonimski). Vi è poi un gruppo di testi detti melodeklamacje, poesie recitate con accompagnamento musicale, sintesi di lirica, satira e cabaret e base sulla quale verrà poi costruito il capolavoro di Tuwim Bal w operze. I temi delle satire di Tuwim, specialmente quelle dei primi anni, sono poi gli stessi delle sue liriche, come Stępień bene evidenzia nell’introduzione: fascino e spavento della rivoluzione, pacifismo, una certa anarchia, avversione a ogni forma di istituzionalizzazione e depersonalizzazione dell’individuo.

 
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