L. Ulickaja
Le bugie delle donne
traduzione di M. Gallenzi, Frassinelli, Milano 2005
(Recensione di Giulia Marcucci)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 491-492
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Dopo Veselye pochorony [Funeral Party, Milano 2004] Frassinelli pubblica tempestivamente un’altra povest’ di L. Ulickaja: Le bugie delle donne, suddivisa in sei parti accomunate dalla figura di Ženja, circondata, in luoghi e momenti differenti della propria vita, da una variopinta galleria di personaggi.
La prima di tali storie, Diana, si apre con uno dei temi più gettonati della letteratura russa femminile contemporanea, ovvero il tema dell’aborto naturale e della perdita di un figlio poco dopo la sua nascita a causa di malattie incurabili. Irine, infatti, la prima di una lunga serie di personaggi femminili presenti nella povest’, racconta a Ženja la propria tragica esperienza di “madre-martire” che ha sopportato la morte di addirittura quattro figli. Il fatto che in un secondo momento Ženja scopra di essere stata ingannata, in quanto le parole della confidente non corrispondono alla verità, determina il suo atteggiamento di sospetto nei riguardi dei racconti delle narratrici successive.
In Il fratellino Jura Ženja si dimostra pertanto reticente verso le parole di Nadja, una bambina di dieci anni che con i suoi aneddoti conquista un uditorio di coetanei maschi. Tuttavia, il sospetto che Nadja stia dicendo una frottola dopo l’altra è smentito dalla madre, la quale conferma a Ženja la veridicità dei fatti raccontati. Unica eccezione: la presenza di un misterioso fratello, da cui deriva il titolo di questo secondo episodio.
A proposito di titoli, emblematico è quello della terza storia, ovvero Fine del soggetto, con il quale l’Autrice sembra voler porre uno spartiacque tra la prima parte (dominata da temi che rischiano di cadere nella banalità, anche per il modo in cui vengono trattati, senza quel tratto tipico dello stile di Ulickaja che è l’ironia) e la seconda, indubbiamente più accattivante. Fine del soggetto, dove si avverte, in particolare, l’eredità di Sonečka [Sonja, Roma 1997], è l’ultima delle brevi storie in cui il rapporto “verità-bugia” è costruito sullo scambio a due tra Ženja e un’altra persona. Centrali sono qui le confessioni della tredicenne Ljalja riguardo la sua storia d’amore con un pittore quarantenne. L’indagatrice Ženja, rivolgendosi direttamente all’uomo, scoprirà di essersi trovata nuovamente al centro delle fantasie del suo interlocutore.
In Un fenomeno naturale la bugia viene alla luce in modo “naturale” e non per una intenzionale volontà demistificatrice da parte di Ženja. Anna Veniaminovna, un’anziana professoressa nata prima della rivoluzione, declama alla diciottenne Maša versi scritti dai grandi nomi della poesia russa del secolo d’argento, facendoli passare per propri. La ragazza riconosce l’“inganno” solo quando, dopo aver recitato in pubblico alcune poesie e averle presentate come testi scritti dall’anziana signora, Ženja ne rivela l’autentica paternità.
In Un caso fortunato l’eroina principale di Le bugie delle donne si cala nei panni di intervistatrice di prostitute russe in Svizzera con l’obiettivo di scrivere la sceneggiatura per un documentario su tale argomento. La descrizione dello stile di vita di queste ragazze e i rimandi espliciti dell’Autrice alla sfera cinematografica (si veda, ad esempio, il commento di Ženja relativo al fatto che le intervistate raccontano la medesima storia sul loro passato: “è probabile che tutte abbiano letto lo stesso libro o guardato qualche film che le ha impressionate”, p. 111) rendono immediata l’associazione con il film di P. Todorov Interdevočka [La ragazza internazionale, 1989] basato sul tragico destino di Tanja, “cenerentola-prostituta” della provincia russa che decide di sposare uno dei suoi clienti, un ingegnere, e di seguirlo in Svezia, dove il sogno della “felicità borghese” si rivelerà fallace.
Il legame con l’arte cinematografica si manifesta anche nella storia conclusiva L’arte di vivere, dove Ulickaja ricorre frequentemente - come a voler imitare il movimento di una macchina da presa - al passaggio rapido e inatteso dal punto di vista esterno a quello interno, evidenziato tramite il corsivo. Tale procedimento, se affiancato all’affermazione esplicita “In una sequenza rapida come in un film […] sbucò un’Audi rossa […] e andò a sbattere sulla fiancata destra dell’utilitaria” (p. 153), riflette pienamente la tendenza generale della prosa contemporanea, questa volta senza distinzione di genere, a interagire con l’arte cinematografica, “a riprodurre una sorta di ‘evidenza visiva’ dell’espediente linguistico” (G. Denissova, “L’arte appartiene al popolo: alcune tendenze stilistiche della prosa russa contemporanea”, Russica Romana, 2004, pp.71-74). È interessante notare che il rapporto tra la letteratura e le arti visive in questo caso specifico è duplice: la letteratura imita i procedimenti del cinema, il cinema attinge dalla nostra povest’ il soggetto per la creazione di un film televisivo dallo stesso titolo, con la voce dell’autrice come voce fuori campo e trasmesso dal canale Kul’tura (http://www.tvkultura.ru/news.html?id=32578&cid=100).
In L’arte di vivere, Ženja, per la descrizione della quale sorge il sospetto che Ulickaja non riesca a fare a meno di ricorrere ai tratti del più stucchevole familismo matriarcale (il marito le attribuisce sarcasticamente il soprannome di “Madre Teresa russa”, p. 137), rischia di perdere la vita a causa di un incedente automobilistico, il che determina la sua trasformazione in “donna-invalida” (altro stereotipo della prosa scritta da donne): il suo corpo e il suo volto ricordano oramai solo vagamente la Ženja di prima. A salvarla sono i comportamenti non previsti: quello della conoscente di vecchia data, Lilja, che parlandole al telefono alcuni mesi dopo l’incidente continua a comportarsi come se non fosse accaduto niente, e quello di Sereža, l’aiutante della casa editrice, che non cessa di portare gli incassi il primo di ogni mese. Con questi due episodi la donna esce dal mutismo e dall’apatia in cui si era rinchiusa dopo l’incidente, accetta di essere operata, volta pagina e riprende a vivere.
Man mano che si procede nella narrazione, il rapporto tra la menzogna e la sua demistificazione tende a perdere il carattere di tema centrale (notare, tra l’altro, che il titolo in lingua di partenza della povest’, Skvoznaja linija, ovvero Una linea ricorrente, non contiene tale parola): i confini tra la verità e la finzione nelle storie raccontate si fanno confusi fino a cadere in secondo piano. Centrale diviene invece l’evoluzione del carattere del personaggio principale sullo sfondo dei mutamenti della società russa a cavallo tra gli anni ‘80 e gli anni ‘90.
Dopo essersi affermata con la propria fertile e poliedrica vena artistica nel novero degli autori/autrici di maggior talento del panorama letterario contemporaneo, Ulickaja conferma con questa povest’ soprattutto la propria maestria stilistica, il che lascia supporre che la scrittrice abbia tutte le carte in regola per tentare anche nuove strade tematiche, sulla cui ricchezza di prospettive per il futuro non possiamo nutrire dubbi.

 
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