Il discorso sulla lingua sotto i regimi autoritari
a cura di P. Sériot e A. Tabouret-Keller, [Cahiers de l’ILSL 17], Losanne 2004
(Recensione di E. Simonato e I. Kokochkina)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 558-560
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Questa raccolta di articoli è il resoconto di un colloquio internazionale tenutosi a Louverain (Svizzera) dal 2 al 4 ottobre 2003. L’oggetto di studio potrebbe esser formulato nella seguente maniera: in qualsiasi società, nessuno stato e nessun regime può rimanere indifferente alla lingua. In diversi paesi i dittatori e i poteri autoritari sono intervenuti sulla lingua per codificarla, ripulirla, censurare certi usi e persino per promuovere nuove teorie linguistiche. Come dimostrano alcuni autori, i problemi trattati in questa raccolta restano però ancora attuali, e in questo modo la dimensione diacronica viene così arricchita di quella sincronica.
Il modo in cui viene attuata una politica linguistica è un problema che viene illustrato nella raccolta con esempi tratti da diversi paesi. Fra questi naturalmente l’Urss, la Bielorussia, la Moldavia, la Germania e l’Italia. L’articolo di A. Goujon analizza, ad esempio, il caso della Bielorussia. In questo paese, una nuova politica linguistica, la “bielorussizzazione”, è stata introdotta a metà degli anni ‘90 e il bilinguismo è stato approvato da un referendum nel 1995. L’autore precisa, da un lato, gli scopi della nuova politica, che si è ripromessa di “desovietizzare” e “nazionalizzare” il paese, mentre, dall’altro, esplora il problema del peso rispettivo del russo e del bielorusso.
A. Lenta dedica invece il suo articolo alla storia della lingua romena parlata nella Moldavia orientale, distinguendovi tre principali periodi (dal 1924 al 1940; dal 1940 al 1990; dopo il 1989), analizzando in modo particolareggiato l’uso dei termini “lingua moldava” e “lingua romena”.
Il discorso sulla lingua dei dittatori richiama alla mente, in modo naturale, i regimi fascisti (si vedano gli articoli di Ch. Hutton, D. Savatovsky e di G. Klein). Il primo di essi esplora la teoria della diversità fisica e linguistica dell’umanità sotto i regimi autoritari, mettendo l’accento sulla maniera in cui veniva percepita nel contesto del nazional-socialismo e analizzando l’evoluzione e l’apparizione del termine “razza ariana”. Da parte sua, D. Savatovsky descrive la Lingua Tertii Imperii del filologo tedesco V. Klemperer (1881-1960), libro che riuniva in sé le norme linguistiche prescritte dai nazisti per tutti i tipi di discorso, sia in ambito pubblico che privato. Le sue principali caratteristiche erano, tra le altre, l’uso smodato di certi suffissi e prefissi, la risemantizzazione del lessico ordinario, e così via. Nell’articolo di G. Klein si analizza infine il caso dell’Italia: in epoca fascista qui vengono infatti sviluppati diversi discorsi attorno ai problemi linguistici, le cui principali dimensioni erano l’italiano come lingua unitaria (la sua espansione può contribuire all’unificazione del popolo italiano in una nazione unita) e la “norma” linguistica e lo statuto dei dialetti.
L’Urss è al centro degli articoli di S. Moret, P. Sériot, E. Simonato e E. Velmezova. S. Moret consacra il suo testo all’esperanto e passa in rassegna gli argomenti formulati fra le due guerre in Urss e in Germania contro questa lingua artificiale. In ultima istanza il fallimento dell’esperanto dipese, secondo l’autore, dal fatto che questa lingua era percepita come lingua dell’altro, del nemico. Oltre naturalmente a una congiuntura temporale: effettivamente la situazione era tutt’altro che propizia allo scopo principale dell’esperanto, quello di avvicinare i popoli e facilitare la comunicazione. Anche l’articolo di E. Simonato analizza il problema linguistico dell’Urss all’epoca di Stalin e in particolare la creazione degli alfabeti, dedicando particolare attenzione alla posta politica di questa misura. L’Urss degli anni 1920-1930 è il punto di partenza anche dell’articolo di P. Sériot, che esplora l’interazione fra la lingua e il potere. L’autore mette in luce gli sforzi che sono stati realizzati per passare dalla psicologia individuale a una “psicologia sociale”, le diverse maniere in cui si è cercato di costruire la collettività come oggetto di discorso, per concentrarsi poi sulla nozione di “russo per i russofoni” e di “russo come seconda lingua madre”. Per finire, l’autore mette l’accento sulla coesistenza di diverse concezioni del rapporto fra la lingua del gruppo e quella dell’individuo (da Marr a Stalin, da Volosinov a Danilov). La stessa problematica interessa anche E. Velmezova che analizza il punto di vista di Marr e di Stalin sulla semantica ideologica.
I saggi della raccolta non si limitano però ai paesi menzionati fin ora: M. Uzman affronta ad esempio il caso della Turchia. Sotto il regime di Atatürk, negli anni ‘30, una nuova teoria linguistica vede la luce, la cosiddetta Teoria della Lingua-Sole. M. Uzman mette innanzitutto in rilievo il significato politico di questa teoria nel suo contesto storico. Il suo scopo principale consisteva nel superare il sentimento di inferiorità rispetto all’occidente e dimostrare l’esistenza e la competenza dei turchi. L’articolo di M. Samara affronta invece un vasto periodo, che va dal ‘45 fino agli anni ‘90, in Albania. L’autore si interessa alla standardizzazione dell’albanese letterario, precisando le basi teoriche e filosofiche di questa politica, e il modo in cui veniva applicata di fatto. Una citazione la meritano anche gli articoli di P. Larcher sulla filologia dell’islam medioevale, di C. Rodriguez-Alcala sul guarani come lingua nazionale e di N. Tigziri sulle lingue nelle costituzioni algerine.
Diversi problemi che attengono alla linguistica e alla politica vengono trattati nella raccolta da un punto di vista trasversale. A. Tabouret-Keller analizza ad esempio l’uso dell’espressione “lingua madre” in diverse lingue, ricostruendo l’evoluzione del termine dall’origine fino agli usi attuali e notando come l’espressione figuri nel discorso sulla lingua tanto nei regimi autoritari quando in quelli democratici. Nel suo articolo sui manuali scolastici in America del nord, J.-J. Courtine constata che il mondo dell’edizione scolastica è dominato da un sistema complesso di regole e norme discorsive, che hanno lo scopo di censurare gli usi linguistici “inappropriati” per dei determinati gruppi sociali. J. Joseph analizza, per finire, il problema sempre attuale del controllo delle menti, cercando di provare che noi tutti, ogni giorno, subiamo tentativi di manipolazione anche se non sempre li definiamo “dittatoriali”.
Questa raccolta ci sembra essere particolarmente utile agli specialisti di lingua e cultura russa e slava, ma permette anche a tutti coloro che si interessano alla linguistica di conoscere i diversi punti di vista di specialisti di epoche e di aree geografiche diverse, mostrando nuove problematiche e nuove direzioni di ricerca.

 
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