F. Leoncini
L'Europa centrale. Conflittualità e progetto: passato e presente tra Praga, Budapest e Varsavia
Libreria Editrice Cafoscarina, Venezia 2003
(Recensione di Pavel Helan)
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 264-270
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Il libro di Francesco Leoncini è per la quasi totalità una raccolta di suoi vecchi testi pubblicati tra gli anni Settanta e oggi, compreso l'articolo introduttivo (pp. 13-20). Le uniche eccezioni sono costituite dai due articoli conclusivi, “Praga città simbolo” (pp. 311-315) e “L’altra Venezia” (pp. 317-319). Si tratta di due saggi dedicati a Praga e a Bardějov (in Slovacchia), aggiunti al volume con il sottotitolo “Appendice – due mete di viaggio“. Nel primo di essi viene sottolineato soprattutto il carattere simbolico della primavera di Praga del 1968, vista dall’autore come un “simbolo di trasformazione politica e sociale, […] punto di intersezione tra la grande tradizione umanistica ceca e il socialismo, inteso come democrazia compiuta”. Nel secondo invece paragona la città di Bardějov, con la sua tradizione di cristalli, all'atmosfera di Venezia, perché posizionata geograficamente in una regione che è un “luogo di incontro e di pacifica convivenza [...] tra la cultura occidentale latina e quella bizantina”. Nel volume sono presenti anche due documenti originali: il “Documento elaborato da un gruppo di intelettuali della Resistenza ungherese, apparso sulla rivista clandestina Phenix durante l’occupazione tedesca” (pp. 293-305) e “Lotta per una vita migliore e più libera” (pp. 307-308). Il primo è un apporto interessante alla conoscenza del programma di collaborazione tra i paesi dell'Europa centrale originato dai socialisti democratici che mirava all'arresto della penetrazione dell'egemonia tedesca nell'area danubiana. Il secondo è la breve dichiarazione di 118 membri dell'opposizione ai regimi comunisti in Polonia, Cecoslovacchia e Germania est, scritto nel 1986, in occasione dell'anniversario dei trent'anni dall'insurrezione ungherese. In appendice sono presenti le carte d‘Europa dopo la Prima guerra mondiale e nel 2003, dove è stata evidenziata l'espansione dell'Unione europea (pp. 320-321). Il libro si chiude poi con la bibliografia (pp. 323-330) e un breve profilo biografico dell'autore, comprensivo dell'elenco delle sue pubblicazioni (pp. 331-332).
I saggi storici sono divisi in quattro insiemi tematici: “Il Passato”; “L’Europa centrale tra le due guerre”; “Dominio sovietico e progettualità alternativa”; “Tomáš G. Masaryk. Precursore della `Nuova Europa‘” (in una sezione a parte è contenuto il contributo politologico “L’Europa post comunista: Democrazie da reinventare”). Il fatto che il libro sia una riedizione di articoli già pubblicati comporta la ripetizione in più parti del volume di intere frasi. D'altro canto diventa così più chiaro l'atteggiamento dell'autore rispetto ai problemi della storia recente dello spazio centroeuropeo. I singoli studi in questo modo si completano a vicenda ed è un grande vantaggio averli a disposizione in un unico volume: al lettore gioverà completare taluni aspetti messi in evidenza in un articolo, comparandoli con quanto detto negli altri.
Visto che il libro è dedicato allo spazio centroeuropeo nel XX secolo, la prima sezione, “Il passato”, risulta piuttosto avulsa dal contesto. Il primo saggio, “Jan Hus e la rivoluzione ussita” (pp. 23-41), lascia facilmente capire che il tema non appartiene al campo in cui l'autore è specializzato. Il lettore potrebbe infatti avere l'impressione, anche se l'autore non lo dice direttamente, che i taboriti hussiti erano adamiti (mentre in realtà erano una setta radicale separatasi dai taboriti). Anche l'attribuzione a Hus di “elementi di immanentismo panteista” appartiene al novero delle affermazioni radicali e polemiche. Allo stesso tempo l'articolo contiene anche molte annotazioni importanti spesso – soprattutto dalla storiografia precedente – trascurati: ad esempio quando parla della condanna di Hus, che “derivò anche [...] dalla più vasta congiuntura internazionale”. Come emerge anche dagli altri studi dell'autore, non è un caso che, tra i vari pensieri di Hus, dedichi attenzione al calice come simbolo “dell'eguaglianza di tutti i membri del corpo mistico di Cristo, di tutti i membri della Chiesa davanti a Dio”. Il testo presenta un compendio del pensiero di Hus e analizza la situazione in Boemia nel periodo del movimento hussita, ma soprattutto offre un mosaico dei punti di vista che su questo tema hanno formulato i singoli storici che si sono occupati dell'hussitismo (Macek, Molnár, Seibt, De Vooght e così via). Il secondo testo di questa sezione, “Venezia e l’oriente europeo” (pp. 43-46), illustra in modo molto sintetico i lunghi contatti di Venezia con l'Europa centrale e orientale, basati soprattutto sull'esempio dell'Ungheria e della Polonia.
Nella sezione “L’Europa centrale tra le due guerre“ l'autore si basa su uno studio pluriennale del tema e sfrutta i dati raccolti nel suo noto libro La questione del Sudeti 1928-1919 (1976). Nell'articolo “C’era un’alternativa alla Ceco-Slovacchia?” (l'autore usa qui il nome dello stato con il trattino, come alla fine della sua esistenza, nel 1990, pp. 49-58) medita sulla nascita di quest'organismo statale e sottolinea – come già ripetutamente nei suoi articoli – le teorie del presidente americano W. Wilson, il loro accordo con la concezione dello stato cecoslovacco di Masaryk e il ruolo politico di Wilson nella nascita dei nuovi stati dopo la dissoluzione dell'Austria-Ungheria. Sottolinea inoltre il problema del diritto all'autodeterminazione, che Wilson non sosteneva in senso assoluto, come si può vedere ad esempio nel caso della minoranza tedesca. L'autore accenna qui a un chiaro contrasto tra la proclamazione di Wilson del diritto all'autodeterminazione dei popoli e la richiesta che il nuovo stato polacco, nato dopo la Prima guerra mondiale, avesse accesso al mare, richiesta accompagnata però dalla costatazione che le rive del Mar Baltico erano etnicamente abitate dai tedeschi. Leoncini sottolinea quindi l'evidente fatto che “in effetti le esigenze delle piccole nazioni godettero di un trattamento preferenziale nella teoria e nella prassi politica wilsoniana” e che “la situazione politica internazionale, nella quale il programma di pace americano si manifestava, era largamente caratterizzata dall’affermarsi di una impressionante dinamica imperialista da parte della Germania” (secondo la quale i tedeschi non potevano aspettarsi che il presidente americano guardasse ai loro problemi come i piccoli stati che erano fino ad allora vissuti all'interno della monarchia asburgica). A questo proposito l'autore accenna più volte alla politica colonizzatrice tedesca nei confronti dell'Europa centrale, settentrionale e sudorientale e al fatto che la potenza austriaco-ungherese era già entrata nell'orbita politica dello stato tedesco e che il suo errore fatale era stato quello di non aver offerto al momento giusto il sistema federalista ai popoli che vivevano all'interno della monarchia. Il movimento ceco per l'indipendenza viene recepito come principale: in relazione al problema della minoranza tedesca nella neonata Cecoslovacchia l'autore sottolinea che “lo sbaglio di fondo che fu fatto dagli esponenti politici tedesco-boemi fu proprio quello di non capire il `momento storico’ e di non saper trarre, o di non voler trarre, le conseguenze dalla sconfitta degli Imperi centrali e in particolare dalla condanna di quel nazionalismo germanico sul quale in precedenza avevano fatto largamente affidamento per mantenere le loro posizioni di privilegio nello stato asburgico”. D'altra parte l'autore si rende conto diverse volte che alla controparte ceca mancava una maggiore “generosità” nei confronti del tedeschi cechi (nel capitolo “Praga città simbolo” ci sono diversi accenni a questo problema che viene attualizzato e paragonato al problema israelo-palestinese).
A questo tema è dedicato il saggio “Il problema delle minoranze tedesche tra le due guerre” (pp. 109-124), che a differenza degli altri è accompagnato da una bibliografia. Stavolta il problema della minoranza tedesca è collocato nel contesto più ampio della politica europea e di nuovo vengono sottolineate le posizioni del presidente Wilson, a proposito del quale viene si afferma che “i contenuti ideologici della sua politica non fossero tanto riducibili a solo principio [dell'autodeterminazione delle nazioni], quanto piuttosto avessero una portata più vasta e radici profonde nello spirito della democrazia americana” e che “per favorire le aspirazioni dei piccoli popoli, e come tali in questo momento [alla fine della prima guerra mondiale] venivano in prima considerazione generalmente gli slavi della Monarchia asburgica, egli sembra disposto anche a limitare gli effetti di quel principio di autodeterminazione del quale è sicuramente il maggiore fautore”. Nell'articolo l'autore rimanda più volte al suo citato volume sul problema dei sudeti e mette in dubbio la tesi che il movimento di Henlein fosse fin dall'inizio uno strumento politico tra le mani di Hitler. A questo tema si ricollega l'articolo “La questione dei Sudeti come paradigma di conflitti etnici” (pp. 137-141), dove completa l'argomentazione notando come “il movimento di Konrad Henlein avesse una fortissima base di consenso presso la popolazione tedesca di Boemia” e che “il programma politico di Henlein fino agli ultimi mesi del 1937 rimase sostanzialmente l’autonomia dei Sudeti”. Leoncini presenta poi la sua opinione che la Cecoslovacchia non ha rispettato a fondo i suoi impegni, che derivavano dalle teorie del presidente americano Wilson, e che la “supremazia ceca [...] sulle altre nazioni che componevano lo Stato, innanzitutto gli slovacchi e i tedeschi [...] fu un tragico errore”. La stessa ipotesi viene avanzata anche in uno studio successivo, “Cechi e Slovachi: Le ragioni della crisi“ (pp. 143-159), e nell'intervista con i socialdemocratici tedeschi espulsi, pubblicata con il titolo “I rapporti tra Cechi e Tedeschi nel Novecento“ (pp. 161-169). In entrambi scrive che “i progetti federalistici con tutte le altre componenti vennero completamente abbandonati” e di ritenere che “la Prima Repubblica fosse una democrazia non dico dimezzata, ma limitata [...]. nel senso che questa democrazia, sostanzialmente di stampo francese, di tipo centralistico, non si adattava alla situazione reale propria della Cecoslovacchia, di uno stato, cioè, plurinazionale”, al quale si sarebbe adattato meglio il modello svizzero. L'autore è dell'opinione che, benché i politici delle altre nazioni fossero rappresentati nel governo e nel parlamento cecoslovacco “lo stato ebbe un suo carattere prevalentemente, se non esclusivamente, ceco”. Secondo l'autore nel contesto storico del 1918-1919 non ci furono alternative alla formazione dello stato cecoslovacco “pur con istituzioni di tipo federativo che avrebbero dovuto essere realizzate e che i cechi stessi dicevano di voler prevedere, e poi non furono attuate”. In riferimento agli slovacchi ricorda anche gli accordi di Cleveland del 1915 e di Pittsburgh del 1918, citando direttamente Masaryk, secondo il quale “la Slovacchia avrà la sua amministrazione propria, il suo Parlamento e i suoi tribunali”, cioè organi che saranno invece creati soltanto alla vigilia della scomparsa della Prima repubblica cecoslovacca. Nello stesso tempo però l'autore, in un altro punto della sua pubblicazione, ricorda che “i diritti e le possibilità che l’ordinamento cecoslovacco lasciava aperti alle minoranze erano senz’altro superiori a quelli di altri ordinamenti statali ad esso contemporanei” e che la situazione dei tedeschi in Boemia “non era in alcun modo paragonabile a quella dei tedeschi dell’Alto Adige sotto l’Italia fascista“. Leoncini però rifiuta in modo deciso l'opinione che la nascita della Cecoslovacchia possa essere stata solo una creazione artificiale del sistema di Versailles e sostiene invece che si è trattato della “risultante di un ben definito processo storico in cui la creazione di questo e degli altri nuovi Stati dell’Europa centro-orientale [...] era un’ineludibile conseguenza degli eventi”. A questo punto l'autore ricorda infatti che il collasso del sistema di Versailles non era stato dato soltanto dalla sua artificialità, ma che “le ragioni del fallimento vanno piutosto ricercate nel venir meno, per fenomeni e comportamenti ad essi estranei e successivi, delle prospettive politiche e delle circostanze storiche sulle quali si erano fondati”.
Nell'articolo “Cechi e Slovacchi: le ragioni della crisi” bisogna però sottolineare un'imprecisione quando l'autore si lancia in un excursus sull'alto medioevo e scrive che “la città di Nitra fu il baricentro” della Grande Moravia. Quest'affermazione, a volte in modo fortemente politicizzato, non è infatti mai stata dimostrata e sarebbe stato senz'altro più preciso affermare che Nitra è stata uno dei centri di questa formazione statale dell'alto medioevo (è infatti più probabile che il reale centro della Grande Moravia fosse nel territorio dell'odierna Moravia meridionale). E anche se l'articolo “I rapporti cechi e tedeschi nel Novecento“ è un'intervista, nella quale non c'è sufficente spazio per le analisi storiografiche, ritengo incompleto, se non addirittura del tutto sbagliato, il passaggio in cui l'autore parla della situazione ceca durante il protettorato tedesco: l'autore sottolinea infatti, come sostengono molti tedeschi poi espulsi dai Sudeti, che l'affermazione che “ai cechi, tutto sommato, non sia andata male sotto il Protettorato [...] ha un fondamento di verità” e parla della collaborazione di una parte della società ceca con il nazismo. E per farlo trae diverse citazioni dal libro di Franz Neuman Behemoth: “i tedeschi considerano il protettorato di Boemia e Moravia come un modello del sistema amministrativo finale del Grossdeutsches Reich, concedere agli indigeni una parvenza di indipendenza, ma mantenere le posizioni chiave nelle mani dei bianchi”. Mi sembra necessario, davanti a una tale affermazione, almeno accennare al fatto che questa situazione doveva essere soltanto provvisoria (cioè riguardare il tempo di guerra) e che in una prospettiva di lungo termine era invece prevista la germanizzazione dello spazio ceco e moravo (che andava ottenuto attraverso la “riconversione” di una parte della popolazione e l'espulsione di coloro che non venivano reputati adatti).
Nei saggi successivi, “Le tensioni latenti nello `spirito di Locarno‘” (pp. 91-100), “La dinamica politica in Europa centrale prima dell’imperialismo hitleriano” (pp. 101-107) e “Il patto di Monaco quale conseguenza inevitabile della politica degli anni ‘30” (pp. 125-136), l'autore si concentra sui presupposti internazionali della rottura del sistema di Versailles, soprattutto in relazione agli sviluppi in Cecoslovacchia, poi sfociati nel patto di Monaco. Leoncini sostiene la tesi che la politica della Germania dopo la prima guerra mondiale sia rimasta nella linea prebellica, limitata soltanto dalle possibilità date dalla sconfitta delle potenze centrali e dal seguente controllo esercitato sulla posizione dello stato tedesco. In questo spirito spiega anche la scarsa disponibilità dei rappresentanti della Germania a garantire l'immutabilità delle proprie frontiere a oriente. A proposito del rapporto della Germania verso la Cecoslovacchia scrive che la posizione neutrale del governo di Berlino nei confronti della questione della politica revisionista e della questione dei tedeschi dei Sudeti era già negli anni Venti “più frutto di necessità che di un autentico indirizzo rinnovatore rispetto alla tradizione precedente”. La personalità di Stresemann viene qui presentata come quella di un uomo di natura “conservatrice e monarchica” che “si esplicò in una cosciente politica revisionistica, anche se abilmente condotta, dove il pacifismo non era frutto d’elezione bensì di necessità” e che “non ritenesse opportuno sollevare il problema della situazione della minoranza tedesca di Boemia soprattutto perché non si sentiva in grado di condurre la trattativa con sucesso”.
L'autore dedica grande attenzione anche alla politica bellica tra le due guerre, notando la “progressiva ostilità che veniva a manifestarsi da parte britannica nei confronti dei cechi”, cosa che interpreta come una “tendenza che sarà sempre più accentuata in seguito fino agli avvenimenti del ‘38”. Soprattutto nel già citato studio “Il patto di Monaco quale conseguenza inevitabile della politica degli anni ‘30” sottolinea il ruolo della Gran bretagna che, mentre prima della Seconda guerra mondiale si orientava soprattutto verso gli interessi economici, aveva accettato il programma dell'egemonia tedesca in Europa centrale e centrorientale. Leoncini nota invece che era agli inglesi che negli anni Trenta apparteneva “la guida della politica occidentale nei confronti della Germania e [che loro] sono [stati] fermamente decisi a proseguire sulla strada dei negoziati anziché impegnarsi in una qualsiasi scontro, a spianare perciò ogni attrito che si frapponga al raggiungimento di una stabile intesa con Hitler”. Proprio in relazione alla questione dei Sudeti aggiunge sintomaticamente che “proprio per questo essi si dimostravano particolarmente interessati alla questione dei Sudeti” e che l'occupazione della Pomerania da parte di Hitler era stata accettata per lo più tranquillamente da parte dell'Inghilterra con la costatazione che si trattava di un “legitimo comportamento tedesco”.
A un tema non troppo studiato è dedicato il saggio “Italia e Ceco-Slovachia 1919-1939” (pp. 59-74), in cui Leoncini sottolinea che “la storia dei rapporti tra Italia e Ceco-Slovacchia è un campione assai indicativo per comprendere tutta la politica italiana nell’area danubiano-balcanica”. Nota il fatto che tutti i governi italiani del periodo compreso tra le due guerre, tranne quello in cui il ministro degli esteri era il conte Sforza, non erano stati in grado di avvicinarsi agli stati della Piccola alleanza con una proposta di collaborazione che potesse fermare il pericolo tedesco e che “fu l’Ungheria ad avere una posizione privilegiata nella strategia di politica estera italiana nel settore europeo-orientale interpretando così il ruolo di questo paese e i suoi legami risorgimentali con l’Italia in funzione antislava e dell’imperialismo italiano”. Poi viene analizzato l'atteggiamento di Mussolini, partendo dalle posizioni di Salvemini, secondo il quale il suo errore era stato quello di pensare di poter “distruggere i socialisti austriaci, abbattere la Jugoslavia e sfasciare la Piccola Intesa, e nello stesso tempo impedire l’avanzata verso il Brennero e l’Adriatico di una più grande Germania, che sarebbe molto più minacciosa della Jugoslavia”. Le notizie dei diplomatici italiani che sostenevano che “la Cecoslovacchia rappresenta l'unico serio ostacolo” alla diffusione dell'imperialismo tedesco, erano state però sempre ignorate da Mussolini, a parte una breve fase nel 1924 (genericamente sottolinea poi che i buoni rapporti erano impediti anche dalla differenza dei sistemi politici dei due stati). Leoncini incappa invece in alcune affermazioni poco chiare quando si occupa della posizione italiana rispetto alla questione slovacca. Parlando di un testo pubblicato dai separatisti slovacchi negli anni Venti in cui si parla, tra le altre cose, di “asserita oppressione dei cechi”, non chiarisce in modo sufficiente se si tratti di una neutrale parafrasi del testo di cui sta parlando o se sia d‘accordo con quest'opinione, cosa che mal corrisponderebbe a quanto affermato in altri articoli.
Nell'articolo “La Russia sovietica nell’Europa del primo dopoguerra” (pp. 75-90) l'autore dedica la sua attenzione al generale atteggiamento dei paesi europei nei confronti del nuovo stato sovietico (fino ai rapporti tra la Germania e la Russia negli anni Venti) e, in modo particolare, all'atteggiamento dell'Italia e ai tentativi del presidente dei ministri italiano Nitti di stabilire dei contatti con la Russia sovietica, ricordando tra l'altro che “il riconoscimento della Russia sovietica operato da Mussolini nel’24 non dà al dittatore alcun diritto di primogenitura quale invece egli ritiene di potersi arrogare; molto prima infatti Nitti aveva inaugurato una politica di normalizzazione dei rapporti con il nuovo regime”.
La sezione “Tomáš Masaryk precursore della `Nuova Europa‘” è dedicata al primo presidente cecoslovacco e alle sue idee. All'inizio incontriamo una “Bio-bibliografia di Tomáš Garigue Masaryk” (pp. 235-246) che presenta al lettore gli aspetti fondamentali di questa personalità, ed è seguita da due parti, “Nazione e minoranze nazionali nel pensiero di Tomáš G. Masaryk” (pp. 247-255) e “Nazionalità e federalismo nel concetto di Europa centrale di Tomáš G. Masaryk” (pp. 257-270), che riflettono molti dei temi già trattati in alcuni degli articoli contenuti nella parte del libro dedicata al periodo tra le due guerre mondiali. Leoncini ripete qui la sua tesi che “la creazione dello Stato ceco-slovacco e degli altri nuovi stati dell’Europa centro-orientale, quali la Polonia e la Jugoslavia, non furono il prodotto di laboratorio della tanto vituperata Conferenza della pace quanto piuttosto la risultante di un ben definito processo storico, un’ineludibile conseguenza degli eventi” e aggiunge che le ragioni della dissoluzione di questo sistema alla fine degli anni Trenta furono la “scelta isolazionista degli Stati Uniti, il conseguente irrigidimento francese sulla questione delle riparazioni, il progressivo disimpegno della Gran Bretagna dall’area al di là del Reno, la massiccia azione di sostegno a favore dell’economia tedesca anziché nei confronti dei nuovi stati dell’Europa centro-orientale, lo svuotamento della funzione di supremo regolatore della vita internazionale che avrebbe dovuto assolvere la Società delle nazioni, l’avvitarsi delle piccole potenze dell’est attorno ad una Francia sempre più alla ricerca della propria sicurezza piuttosto che di quella dei suoi alleati e che poi abdicherà a favore di Londra nelle scelte della politica estera”. A proposito del periodo precedente alla dissoluzione dell'Austria-Ungheria sottolinea anche che “per le popolazioni slave dell’Impero [asburgico] si può parlare più che di nazionalismi, di crescita dell’autocoscienza nazionale e questa non implicava necessariamente la distruzione del contesto unitario nel quale esse erano inserite”. A questo proposito parla anche dei tentativi federalisti del parlamento di Kroměříž del 1848 come di un'occasione sprecata che avrebbe potuto salvare la monarchia dalla sua rovina. L'autore concentra però la sua attenzione soprattutto su T.G. Masaryk, che chiama non soltanto “il Mazzini ceco”, ma anche il suo Cavour e lo caratterizza come “il maggior leader democratico dell’Europa centrale e orientale”. Ricordando che “fu un esponente dell’austroslavismo fino al ’14 ma capì anche, nell’ultimo periodo, che l’Austria-Ungheria aveva perduto il suo carattere di fattore di integrazione e anzi la classe dominante si reggeva proprio sulla divisione, sulla contrapposizione, sul divide et impera, sulla contrapposizione fra le diverse nazionalità”, sottolinea la sempre maggiore dipendenza temporale dell'Austria-Ungheria dalla Germania, il cui programma era la penetrazione a est lungo la linea Berlino-Bagdad. Accentuando la parentela delle idee democratiche di Masaryk con quelle di Wilson, Leoncini rimarca anche l'influenza delle idee filosofiche e della tradizione ceca sulle quali Masaryk si è formato e la sua azione all'interno del movimento per l'emancipazione femminile, la battaglia contro l'antisemitismo e contro i falsi manoscritti che avrebbero dovuto “arricchire” la storia ceca. Si sofferma poi a lungo sull'opera di Masaryk La Nuova Europa (di cui ha anche curato l'edizione italiana), analizzandone soprattutto l'atteggiamento nei confronti dell'ineguaglianza tra i popoli, che gli sembra “strettamente coniugato con il principio federativo”. Leoncini parla poi dell'incopatibilità della figura di Masaryk per il regime sia nazista che comunista e aggiunge:
una figura quindi estremamente poliedrica e credo che andrebbe molto approfondita e inserita nel più vasto contesto culturale europeo [...] Finora ha subito una dura emarginazione mentre sembrava potesse riemergere, dopo l’89, la sua statura morale, intellettuale e politica. Si pensava che i cechi si sarebbero riallacciati alla tradizione democratica e progressista che aveva connotato la loro repubblica tra le due guerre e invece tutto quel patrimonio di idee e di prassi politica è stato ampiamente rimosso dall’ideologia neoliberista che si è impadronita velocemente dei paesi dell’ex blocco sovietico, per cui assistiamo ad un allineamento brutale al modello americano. Tutto ciò sta cancellando l’identità di queste popolazioni e direi dell’Europa nel suo complesso.
Nella sezione “Dominio sovietico e progettualità alternativa” Francesco Leoncini parla dei movimenti d'opposizione anticomunisti in Ungheria, Cecoslovacchia e Polonia, mostrando chiaramente di condividere l'opinione che si trattasse di “autentiche rivoluzione di popolo” che miravano a una reale sistemazione socialista della società e non a un ritorno al sistema liberalista capitalista. A questo movimento sono dedicati gli articoli generici “Dissenso e socialismo” (pp. 216-220) e “Il significato politico delle trasformazioni sociali nell’Europa centro-orientale 1956-1989” (pp. 220-232). L'autore qui presenta l'ipotesi che questi movimenti “avevano come scopo la creazione di una democrazia che fosse al tempo stesso sociale e democratica” e che “si trattava né più né meno di un ritorno a una forma aggiornata di capitalismo”. Al loro interno “almeno fino alla metà degli anni Ottanta è largamente prevalente la ricerca di un’alternativa sociale al sistema dominante di tipo totalitario che non si identifichi con la democrazia capitalista” e questi movimenti troveranno la loro cristallizzazione più precisa nell'idea della “polis parallela”, indipendente dal potere ufficiale, presentata da uno dei firmatari di Charta 77, Václav Benda. Nei primi tre articoli di questa parte, “Il ’56 polacco-ungherese: teorie e prassi per una strategia di riforma delle società occidentali” (pp. 173-184), “Democrazia diretta e la Rivoluzione del 1956” (pp. 185-189) e “Intellettuali operai nel ’56 ungherese” (pp. 190-199), si sofferma sulle vicende dell'Ungheria (1956) e del movimento Solidarność in Polonia. In uno spirito simile parla anche del movimento cecoslovacco nell'articolo “1968. Primavera di Praga” (pp. 201-208), a cui è allegato anche un breve elenco bibliografico degli studi dedicati in italia al tema, seguito da una cronologia degli avvenimenti praghesi del 1968. Secondo l'autore la “Primavera di Praga costituirà sempre uno dei momenti più alti della storia del Novecento”. Segue poi il documento “Il messaggio di Alexander Dubček nel suo discorso di Bologna 1988“ (pp. 209-212). Molto diverso dagli altri articoli di questa sezione è il breve “Le radici storiche del dissenso ceco-slovaco” (pp. 213-215) in cui l'autore tra le altre cose ricorda la promessa di un'organizzazione federalista data dal cosiddetto programma di Košice (1945) e la seguente repressione di quest'idea come espressione del “nazionalismo borghese”. Citando K. Kosík ritiene che “l’atteggiamento verso il problema slovacco è, precisamente, il banco di prova della `stabilità’ della politica ceca”. In questo caso però il problema non viene studiato in modo più dettagliato, ma resta spesso legato a discorsi un po' astratti sulla tradizione democratica della Boemia. Mentre l'assoluta maggioranza degli articoli del libro ha carattere storico, l'articolo “L’Europa post comunista: Democrazie da reinventare” (pp. 271-290), che costituisce un capitolo a sè, ha carattere politologico ed è suddiviso in dodici brevi sottocapitoli. Leoncini mostra che “pare diffusa nell’opinione pubblica dei paesi occidentali la convinzione, infondata, che le popolazioni che stanno ad Est dell’Adriatico debbano venire a scuola di democrazia dall’Occidente, un po’ come se avessero bisogno di essere educate o rieducate dopo il trauma del comunismo. In realtà questi popoli possiedono una propria tradizione culturale e politica solida e radicata, che però noi in Occidente conosciamo pochissimo”. Dopo una breve introduzione storica, in cui vengono ricapitolati alcuni aspetti storici di cui si è già parlato in precedenza (ad esempio quello della Gran Bretagna e la sua accettazione dell'egemonia tedesca in Europa prima della Seconda guerra mondiale), l'autore arriva alla questione degli stati dell'Europa centrale dopo la caduta del comunismo nel 1989: “credo infatti che negli eventi del 1989 siano presenti elementi di continuità proprio rispetto al passato”, scrive l'autore, aggiungendo che “l’ingresso dell’Europa centrale nell’area euro-occidentale è avvenuto infatti in un contesto di egemonia ideologica delle dottrine neoliberiste, favorevoli alla differenziazione più che alla solidarietà e alla cooperazione” e che “in questa situazione è ormai andato in gran parte perduto il patrimonio di idee e di riflessioni” sostenuto dai movimenti degli anni 1956, 1968 e 1980. Tutto ciò è, secondo Leoncini, dopo il 1989 “sostanzialmente scomparso, questa ricchezza ideale e progettuale si è praticamente annullata, appiattita nell’omologazione al modello anglosassone, o meglio americano, dominante. Di questa perdita sono state vittime sia la tradizione democratica liberale, sia il filone che si ispirava al socialismo umanistico, che aveva avanzato proposte ed ideato modelli molto differenti da quello sovietico”. Per l'autore “questo generale abbandono delle proprie tradizioni civili ha provocato nell’Europa effetti paradossali e contraddittori”, tra cui l'arricchimento di coloro che erano al potere durante il regime comunista, la diffidenza e il disinteresse della gente per la politica, l'impoverimento e, come cause collaterali, la crescita del razzismo e della prostituzione. Anche alcuni famosi ex dissidenti, come Lech Wałęsa e Václav Havel, “dopo aver duramente combattuto i regimi totalitari, adesso si sono allineati alle diffuse posizioni neoliberiste e accettano passivamente questo modello che privilegia i grandi poteri economici e certo non favorisce la promozione sociale della massa dei cittadini”: In passato invece “le loro posizioni contenevano chiaramente un’aspirazione alla realizzazione di un modello originale, al servizio dell’uomo e non del capitale”, tanto che sembra quasi che “adesso queste persone abbiano dimenticato sé stesse”.
Leoncini sostiene quindi che la conseguenza di tutto questo può essere solo “un rapporto di tipo coloniale, di progressiva dipendenza nei confronti dell’Occidente, simile a quello che da tempo gli Stati Uniti hanno instaurato con i paesi latino-americani [...] È evidente che, in un contesto mondiale i paesi dell’Europa centrale sono destinati a diventare un’appendice dell’Occcidente, europeo ma soprattutto americano. Questo sarà tanto più inevitabile se le loro classi dirigenti e le loro élites culturali non comprenderanno la necessità di un deciso cambiamento di indirizzo, riavvicinandosi all’idea di una rinnovata cooperazione all’interno di quest’area, che ne salvaguardi nel complesso l’identità e la tradizione culturale e civile”. Per l'autore è dunque per questi paesi necessario “recuperare personalità come quella di Tomáš Masaryk capaci di proporsi come alternativa rispetto al pensiero unico oggi dominante”. In modo pessimista Leoncini paragona quindi la situazione in Europa centrale a quella coloniale: “l’indipendenza di cui ciascuno di essi gode ha pochi effetti reali, è simile a quella di un paese decolonizzato ma ancora subalterno”. L'articolo si chiude con una citazione di Romano Prodi, secondo il quale “una globalizzazione dovrà essere al servizio di tutti, altrimenti diventerà colonizzazione”, aggiungendo di credere “purtroppo che delle due alternative la prima stia divenendo sempre più improbabile”. L'articolo in questione da molti punti di vista riassume gli studi precedenti e li inserisce in un contesto contemporaneo.
Come dovrebbe essere sufficientemente evidente da quanto detto finora il libro, oltre a contribuire a delineare in modo molto chiaro il punto di vista storico e politico dell'autore, rappresenta sicuramente un apporto importante alla storia dell'Europa centrale del XX secolo.

 
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