A. Chiribiri
Breve storia dei Paesi Cechi
Celid, Torino 2003
(Recensione di Pavel Helan)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 328-330
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Il libro di Alessandro Chiribiri è praticamente l’unico disponibile in italiano per chi voglia avvicinarsi alla storia dei Paesi Cechi (dalle origini sino alla fine del secondo millennio). La maggior parte del testo è comunque dedicata agli avvenimenti del ventesimo secolo e una parte considerevole al periodo che va dalla fondazione della Repubblica Cecoslovacca nel 1918 fino alla presa del potere da parte dei comunisti nel 1948 (pp. 118 – 250). Per quanto riguarda questi anni il lettore ha a disposizione una ricostruzione abbastanza precisa, per tutto il resto si tratta invece di un testo che si limita a fornire una cornice fondamentale della storia (tutta la parte dedicata al medioevo è ad esempio assai breve, appena 23 pagine).
Nel testo si trovano molti errori di battitura, soprattutto nei nomi cechi, per esempio “Hradek Králové” al posto di Hradec Králové, (p.30); “Rážin” al posto di Rašín, (p. 136); “Rastislav Štefánic“ al posto di Rastislav Štefánik, (p.107); “Ldový dům” al posto di Lidový dům, (p.147); “piano Dawers” al posto di piano Dawes, (p. 149); “Robotnické niviny” al posto di Robotnické noviny, (p. 152); “Želina” al posto di Žilina, (p.198); “KDC” al posto di KDS, (p.272) e così via. In alcuni casi si tratta però di fastidiosi errori ripetuti, come capita a Dobrovský, il cui nome viene trasformato in “Dombrovský” (p.76). Analoghi errori si trovano anche nei nomi dei capi dei governi della Repubblica Cecoslovacca in appendice del libro – per esempio “Černeý” al posto di Černý, “Sirový“ al posto di Syrový e così via (pp. 276-277). Si tratta naturalmente di casi in cui non è difficile che un italiano inserisca degli errori e l’importanza in genere può non sembrare così grave. Meno comprensibile è il fatto che nel testo si trovino anche altri errori, dal carattere molto più importante.
Dopo una breve introduzione, nella quale l’autore presenta in sintesi la situazione storica dei paesi cechi (p. 9) e mette in rilievo le differenze tra i paesi storici appartenenti alla cosiddetta “Corona ceca” e la Repubblica ceca d’oggi, il testo prosegue con il capitolo “I Paesi Cechi in età medievale” (pp. 11–36), che dovrebbe fornire al lettore un’idea generale della storia dei paesi Cechi tra il primo e l’inizio del sedicesimo secolo. L’autore inizia il suo racconto a partire dalla presenza delle popolazioni celtiche all’inizio dell’età cristiana, nomina la presenza delle tribù germaniche e passa all’arrivo delle popolazioni slave. Accenna ai loro scontri con gli Avari, alla fondazione del primo Stato di Samo, alla storia del regno della Grande Moravia e alla missione di Cirillo e Metodio, passando poi alla fondazione dello Stato Boemo dei Přemyslidi e ai suoi sviluppi dal decimo fino all’inizio del sedicesimo secolo, soffermandosi maggiormente sulla rivoluzione ussita e i suoi sviluppi.
Quando l’autore descrive i rapporti tra le tribù slave e gli Avari all’inizio del secolo VII è chiaro che, parlando dell’“abbandono delle armi” da parte degli slavi che “aveva facilitato... la conquista del loro territorio da parte degli Avari” (p.14), utilizza ancora i testi romantici del diciannovesimo secolo. Oggi sappiamo invece che si tratta di un’ipotesi sbagliata di origine “risorgimentale”, che provò a presentare la nazione ceca come un popolo amante della pace e della giustizia fin dalle sue origini.
Parlando del leggendario fondatore della famiglia dei Přemyslidi, l’autore per la traduzione del suo nomignolo oráč [l’aratore] usa piuttosto sorprendentemente l’espressione “il Lavoratore”, cosa che sposta il senso di tutta la storia dalle sue origini mitiche verso una terminologia molto più moderna. Un errore simile di traduzione si trova nel testo anche quando più avanti si parla del capo dello Stato slovacco fascista e del suo titolo officiale di vodca. In questo caso la traduzione corretta non è infatti “guida”, come scrive l’autore, ma “duce” (p. 203).
Affermazioni non precise compaiono anche a proposito di Vladislao II, che nel 1158 sarebbe divenuto re per vie ereditarie, e subito dopo, quando si afferma “che tra il 1172 e il 1197 ben otto re si succederanno sul trono di Praga” (p. 17). Vladislao II era stato in realtà nominato re dall’imperatore del Sacro Romano Impero Federico I Barbarossa, ma i successori di Vladislao II porteranno il solo titolo di duca fino a Přemysl Otakar I, il primo a ottenere l’autorizzazione del titolo reale per sé e i suoi discendenti. Anche il numero dei sovrani che si sono alternati sul trono di Praga non è preciso, ma si tratta di un periodo davvero complicato, che sarebbe difficile spiegare in poche parole.
Come è stato già notato, Chiribiri si sofferma con maggiore attenzione sugli avvenimenti del movimento ussita, permettendo una comprensione chiara anche al lettore non esperto. Non manca tuttavia un errore piuttosto curioso anche in questo periodo: il concilio nel quale venne trovato il compromesso con la corrente moderata degli hussiti si tenne a Basilea e non in un luogo sconosciuto, dall’autore ribattezzato “Bale” (p. 33).
La parte successiva del testo si occupa della storia dei paesi cechi sotto la sovranità degli Absburgo, ripercorrendo la loro ascesa al trono boemo, la rivolta contro di loro del 1618, gli avvenimenti del Seicento e del Settecento e infine il risorgimento ceco del diciannovesimo secolo (pp. 39-104). Anche in questa parte si trovano però molte incertezze ed errori: la Lettera di Maestà per esempio, concessa ai Cechi dall’Imperatore Rodolfo II non era stata promulgata nel 1602 come scrive l’autore (p. 53), ma, com’è ben noto, nel 1609. Anche i capi della rivolta contro la Casa d’Austria, condannati a morte all’inizio della guerra dei Trent’anni, non erano 43 ma 27 (p. 54).
Un aspetto invece da apprezzare del testo è il fatto che l’autore non ripercorre solamente gli avvenimenti strettamente politici della storia, ma mette in rilievo anche la situazione religiosa e quella economica. In alcuni casi però rimangono nel testo dei punti oscuri, come per esempio quando l’autore nomina per la prima volta l’Unione dei fratelli (p. 45), senza spiegare ulterioremente di cosa si tratta, lasciando quindi un lettore ignaro all’oscuro. Anche l’affermazione che nel diciassettesimo secolo “la Boemia e la Moravia diverranno interamente cattoliche” (p.64) non è precisa, visto che tra la popolazione è sempre rimasta una piccola percentuale di protestanti segreti (per non parlare poi degli ebrei). Questa affermazione dell’autore rende poi incomprensibile il fatto che più tardi, parlando della fine del diciottesimo secolo, parli di clero evangelico (p. 76). Per il lettore resterà piuttosto oscura la sua origine, visto che si tace su una delle più importanti patenti di Giusepe II, quella di tolleranza religiosa (1781), che rendeva possibile professare liberalmente la fede cristiana non cattolica. Parlando delle riforme di Giusepe II l’autore inserisce anche altri errori: per esempio parlando del 1781 scrive che ci si trovava “prima della morte” di Maria Teresa, che invece era morta già nel 1780 (p. 72) e un errore simile si trova anche nei dati di Giusepe II (p. 67). Anche gli svolgimenti delle guerre napoleoniche contengono degli errori assai gravi, per esempio quando si sostiene che Napoleone, prima della battaglia di Slavkov (Austerlitz), “si univa all’armata russa”, che invece, com’è ben noto, combatteva allora al fianco dell’Austria proprio contro Napoleone (p. 68).
Com’è stato anticipato, l’attenzione principale di Chiribiri si è concentrata sulla Cecoslovacchia tra gli anni 1918-1938 e sugli avvenimenti della seconda guerra mondiale, sia all’interno del Protettorato di Boemia e Moravia che nello Stato Slovacco. L’autore analizza prima la situazione alla vigilia della prima guerra mondiale all’interno dell’Austria–Ungheria e i mutamenti degli umori tra i cechi e gli slovacchi nel corso della guerra, per passare poi alla capitolazione dell’Austria–Ungheria e alla fondazione della Cecoslovacchia (senza tralasciare gli sviluppi internazionali, l’atteggiamento dell’Intesa e del presidente americano Wilson). Anche qui però non mancano le incertezze: per esempio quando l’autore afferma che “dopo la battaglia della Montagna Bianca (1620), decapitata della sua nobiltà, la Boemia fu ridotta sostanzialmente a una nazione di contadini” (p.107), sta chiaramente esagerando, anche perché non era stata decapitata tutta la nobiltà boema.
Raccontando le vicende che hanno portato alla fondazione della Cecoslovacchia l’autore è abbastanza preciso, anche se in questo contesto sembra piuttosto strano che nel testo manchi proprio la menzione del 28 ottobre 1918, la data in cui è stata ufficialmente riconosciuta la fondazione della Repubblica Cecoslovacca. Un altro difetto grave mi sembra la totale mancanza di informazioni sulle legioni cecoslovacche fondate in Russia, Francia e Italia, un fattore che fu assai importante per la fondazione di uno stato cecoslovacco indipendente. L’autore scrive solo marginalmente che “la legione cecoslovacca ancora lottava nella lontana Siberia” (p. 119), senza nessuna spiegazione di che cosa fossero le legioni. Un difetto forse ancora maggiore è che, all’interno di un preciso elenco delle diverse nazionalità del nuovo stato cecoslovacco, non viene citato l’elemento slovacco. Altra grave imprecisione è quella che sia stato il primo ministro degli affari esteri della Repubblica cecoslovacca, Beneš, a chiedere, nella conferenze di pace a Parigi, la Rutenia per aggregarla alla repubblica (p. 121), mentre la proposta di collegare la Rutenia alla nuova Repubblica cecoslovacca era venuta in origine dalla rappresentanza dei Ruteni, inclusi quelli americani.
Chiribiri analizza poi la situazione politica, economica, sociale e nazionale del paese tra le due guerre, mettendo in rilievo la problematica della minoranza tedesca dello stato, la fine della Cecoslovacchia nel 1938, la nascita della “Seconda repubblica” dopo il Patto di Monaco, quando alcune zone del paese furono occupate dalla Germania nazista, dall’Ungheria e dalla Polonia, e la fine della Repubblica cecoslovacca nel marzo 1939, quando venne fondato lo Stato Slovacco e il resto della Boemia e della Moravia venne ridotto a un “protettorato” della Germania. L’autore passa poi a osservare gli sviluppi successivi, la resistenza e mette in rilievo anche la problematica ebrea e il comportamento non sempre coerente delle potenze mondiali. Naturalmente incertezze ed errori più o meno gravi, simili ai precedenti, abbondano anche in questa parte.
Tra le incertezze che possono essere considerate marginali va segnalata l’informazione che l’organo del partito comunista Rudé Právo è “il giornale dei comunisti cecoslovacchi sino a oggi” (p. 147). In realtà il giornale in questione ha eliminato fin dagli anni Novanta l’aggettivo rudé [rosso] dal suo titolo e non è più l’organo ufficiale del partito comunista. Il punto di vista dell’autore è molto discutibile quando definisce “paradossale” l’aiuto fornito dagli inglesi al partito tedesco nazista dei Sudeti di Konrad Henlein, giudicato qui “come un antidoto a Hitler” (p. 172). Il paradosso è reale, ma solo in rapporto agli avvenimenti successivi, cioè l’esplosione del conflitto anche tra la Germania e la Gran Bretagna durante la seconda guerra mondiale. Nel corso degli anni Trenta però la politica britannica – e particolarmente quella di Chamberlain - era orientata soprattutto verso i suoi interessi economici, tra i quali un ruolo di primo piano era ricoperto dalla collaborazione con la Germania. Si trattava di una politica indirizzata contro la forte influenza francese nel continente europeo, della quale la politica Cecoslovacca, con il chiaro appoggio dato al sistema di Versailles, faceva certa parte a tutti gli effetti. L’autore poi scrive che Henlein “nel marzo del 1938... aveva spiegato al dittatore tedesco che la sua tattica consisteva nel domandare troppo, affinché risultasse impossibile soddisfarlo” (p. 162). Qui la confusione non riguarda la tattica generale, ma l’artefice, visto che non proveniva da Henlein, bensì da Hitler, che voleva usare la minoranza tedesca dei Sudeti come “cavallo di Troia” per il suo attacco verso la Cecoslovacchia.
La descrizione di Chiribiri della crisi del 1938 è molto inesatta: l’autore ad esempio non parla della mobilitazione parziale che ha avuto luogo in Cecoslovacchia nel maggio del 1938. Anche il fatto che Hitler il 22 settembre 1938 aveva rigettato il precedente accordo raggiunto con Chamberlain a Berchtesgaden (15 settembre), accordo che era stato accettato il 21 settembre dal governo praghese, e cioè uno dai fatti più importanti della crisi, è liquidato nel testo laconicamente come momento di “disaccordo tra Chamberlain e Hitler” (p. 164). Varrà la pena di aggiungere ancora che, a proposito della fine della seconda guerra mondiale, manca nel libro una nota sull’importante ruolo svolto dall’esercito del generale Vlasov a Praga.
D’altra parte va riconosciuto che sono invece ben caratterizzati i rapporti ceco-slovacchi, il profilo dei partiti politici della Repubblica cecoslovacca, le posizioni degli uomini politici cechi che formarono il governo in esilio durante l’occupazione nazista nei confronti della resistenza e il loro atteggiamento nei confronti della rappresentazione illegale della resistenza dopo la fine della guerra. Anche se il presidente Edward Beneš è caratterizzato dall’autore in genere nei colori un po’ “edulcorati” della sua stessa propaganda.
L’ultima parte del libro è dedicata alla situazione del dopoguerra e alla presa del potere comunista, segue poi un succinto racconto degli avvenimenti nella Cecoslovacchia tra gli anni 1948-2000 (pp. 253-275). Come appendice si trova nelle ultime due pagine un elenco dei rappresentanti dei governi tra gli anni 1918-1989, con il periodo della loro durata.
In genere si può dire che questa Breve storia dei Paesi Cechi può dare a un lettore completamente a digiuno di storia ceca un primo orientamento sui problemi generali, e per quanto riguarda il periodo degli anni 1918–1948 una visione più dettagliata. In molti casi il lettore deve però stare attento ai tanti errori che sono nascosti nel testo e per un uso “scientifico” del libro conviene sempre verificare le informazioni contenute su altri materiali. Il libro di Chiribiri rappresenta quindi un importante contributo soprattutto perché va a coprire un “buco nero” della storiografia italiana e può servire a preparare la strada per altri lavori dedicati alla storia dei paesi cechi.

 
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