La nuovissima poesia russa
a cura di M. Martini, traduzione di V. Ferraro e M. Martini, Einaudi, Torino 2005
(Recensione di Simone Guagnelli)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 528-530
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“Caro Giulio, già sento levarsi come trombe sdegnose le voci di accigliati censori”... Così cominciava, con una lettera all’editore Giulio Einaudi, la premessa a Nuovi poeti sovietici (1961) da parte del loro curatore e traduttore, Angelo Maria Ripellino. La missiva proseguiva a mo’ di giustificazione dei probabili rimbrotti, praticamente inevitabili in un lavoro antologico, per la scelta assolutamente parziale e arbitraria di autori e testi. Il tempo ha poi dato in sostanza ragione alla selezione operata da Ripellino e molti di quei poeti sono stati consegnati alla storia come parte integrante del canone poetico russo della seconda metà del Novecento. Un rischio a cui Ripellino in quell’occasione, per convenzione editoriale e non per sua scelta, era stato sottratto risiedeva invece nella valutazione del lavoro del traduttore. Del resto, anche in quel caso, ne sarebbe uscito vincitore, perché, da finissimo traduttore e poeta, era in grado di rendere la versione italiana in certi casi persino più bella dell’originale.
Oggi le cose sono cambiate e il codice editoriale impone, forse giustamente, che una poesia tradotta sia accompagnata dal testo a fronte. La scelta di autori e testi è diventata quasi l’ultima preoccupazione che il curatore di un’antologia poetica debba prendere in considerazione. L’esercito degli “inflessibili sacerdoti” (cioè i recensori, in un’altra caustica definizione di Ripellino) ha di conseguenza visto potenziare l’armamentario a propria disposizione.
La recente e prematura scomparsa di Mauro Martini gli ha impedito di difendere le sue scelte da tutti e due i tipi di attacchi (la selezione dei poeti e le scelte, anzi gli errori – diciamolo subito, a scanso di equivoci - di traduzione) verso la sua ultima fatica, La nuovissima poesia russa. Le due antologie, quella di Ripellino e quella di Martini, hanno molto in comune: l’editore che le ha pubblicate, innanzi tutto; il tristissimo destino dei due curatori; la scelta dei titoli (quello di Martini, anzi, sembra proprio, se non rendere omaggio, almeno strizzare l’occhio al lavoro del suo predecessore); azzarderei, infine, la personalità e lo spessore dei due slavisti. Perché al di là di meriti e simpatie che ciascuno di noi può accordare più all’uno che all’altro, per entrambi (e forse per pochissimi altri) è davvero calzante la definizione di slavisti (e non “solo” di russisti, boemisti piuttosto che polonisti, o, ancora, di studiosi di letteratura, storici, traduttori piuttosto che osservatori culturali). La cultura dei paesi slavi era il loro pane quotidiano e all’interno di ciascuna delle tante culture slave si muovevano con disinvoltura e apportando idee che, per quanto discutibili, risultavano sempre fondate e originali, e, soprattutto, generatrici di altre idee, magari opposte. A entrambi, inoltre, non faceva davvero difetto una certa ironia, quella capacità di saper prendere con la giusta dose di “leggerezza” i fischi e gli applausi che si accompagnano alle scelte coraggiose.
L’antologia curata da Martini presenta le poesie di dieci giovanissimi poeti (6 donne e 4 uomini di età compresa fra i 25 e i 37 anni), quasi tutti sconosciuti anche ai più attenti conoscitori nostrani della sempre mutabile e vivace situazione poetica russa. Alle poesie di ciascun autore viene premessa una breve nota informativa che diviene brevissima nel caso di Marina Gol’denberg, della quale sappiamo soltanto che: “nasce nel 1978 a Zlatoust. Pubblica sulla rivista Ural’skaja nov’. Attualmente studia all’istituto culturale Gor’kij” (p. 115). Qualcosa di più veniamo a sapere di Boris Ryžij (morto suicida nel 2001 a soli 27 anni), sicuramente il poeta più noto e, forse, il migliore del gruppo, il quale, molto ben tradotto da Valeria Ferraro, è pienamente consapevole del proprio destino biografico-poetico sulla scia esplicita di Esenin e Majakovskij (“Una nave smaltata, / l’oblò, il comodino, il letto - / vivere è difficile e scomodo, / però è comodo morire. / Sto disteso e penso: forse / queste stesse lenzuola bianche / ieri hanno avvolto colui che oggi / se ne è andato all’altro mondo. / Il rubinetto gocciola piano. / La vita, scarmigliata come una puttana, / appare da una nebbia / e vede il letto, il comodino… / Io cerco di sollevarmi un po’, / voglio guardarla negli occhi. / Guardarla, mettermi a piangere, / e non morire mai”, p. 9). Sufficientemente nutrite sono anche le informazioni relative ad Alina Vituchnovskaja (soprattutto per la sua militanza nel partito nazionalbolscevico di Eduard Limonov) la quale sa accompagnare il proprio verso, fatto spesso di immagini forti e violente, a molte reminiscenze classiche (qua e là mi è parso di scorgere Achmatova, Mandel’štam, Georgij Ivanov, e persino Nadson). Tra tutti i poeti presenti, l’unico a essere già stato tradotto in precedenza in italiano è Andrej Sen-Sen’kov (da Paolo Galvagni nell’antologia La nuova poesia russa, Milano 2003 e da Massimo Maurizio su eSamizdat 2004 (II), 2, pp. 13-15) che è anche il più vecchio e il più sperimentatore.
Degli altri, sui quali non mi soffermerò (anche perché, con più competenza di me, lo fa in questo stesso numero Marco Sabbatini), resta da dire che la loro presenza è ampiamente giustificata sia dal titolo dell’antologia, sia dall’introduzione del curatore. Del titolo in parte si è già detto in relazione al precedente ripelliniano; andrà aggiunto che ovviamente richiama anche quello usato da Galvagni e che dall’uno e dall’altro si distacca per l’uso del superlativo, che qui, come non mai, risponde pienamente all’attività di consigliere editoriale che Martini andava svolgendo negli ultimi tempi con particolare competenza, ovvero, come mi scrisse in un email del 10 novembre 2003, “senza la presunzione di trovare a ogni passo un capolavoro, ma semplicemente per rendere conto delle tendenze in atto”. “Nuovissima” sta quindi per qualcosa di tendenzialmente presente ma da verificare in futuro negli ulteriori sviluppi generali della poesia russa e in quelle particolari degli autori presentati.
Anche l’introduzione scritta da Martini è orientata verso il riconoscimento degli ambiti poetici attualmente in vigore in Russia e che vengono riassunti con le due categorie, in parte dipendenti l’una dall’altra, di “internet” e “decentramento”. Questo non per esaltare acriticamente tutto ciò che è nuovo e si avvale di moderne tecniche di diffusione, ma semplicemente per non sottovalutare ciò che la “rivoluzione della rete globale” ha portato (e prima o poi, piaccia o no, porterà anche da noi) con sé anche nel campo culturale e letterario e che per una volta vede la Russia sicuramente all’avanguardia.
Poi certo, resta il brutto problema degli errori di traduzione, più gravi che numerosi, “introdotti” da Martini, sui quali però, anche nel caso in cui l’autore potesse ancora difendersi, non sarebbe giusto insistere più di tanto. Poco senso avrebbe anche elencarli o magari difenderli rintracciando le possibili cause (la fretta? La malattia? L’umanissimo errare?). Più utile sarebbe forse riflettere che mentre nel campo della prosa russa sta crescendo un’ottima scuola italiana di giovani traduttori (Laura Salmon, Mario Caramitti, Marco Dinelli, Catia Renna, Andrea Lena Corritore, solo per citarne, in ordine sparso, alcuni) lo stesso, dopo la morte di Ripellino, Poggioli e Colucci, non può dirsi per la poesia. Non è solo perché la traduzione di versi è particolarmente malpagata e difficile, ma forse anche perché l’errore è più evidente e, direi, fatale per il destino di chi lo compie. Per questo sempre più spesso assistiamo a traduzioni quasi perfette dal punto di vista della lettera, ma noiose, prive di brio, infedeli in un senso forse ancora più profondo. Si prenda, a puro titolo di esempio, la poesia di Lev Rubinštejn “Mama myla ramu” che nella più volte citata antologia curata da Galvagni viene inappuntabilmente tradotta “La mamma lavava il telaio della finestra” ma che, proprio per questo, oltre ovviamente alla concisa struttura allitterativa, perde tutta l’immediatezza e la riconoscibilità dell’originale (l’abbecedario di sovietica memoria).
Meno rischiosa, da questo punto di vista, è la scelta con cui è costruita un’altra recente raccolta di versi russi, quella Poesia russa curata da Stefano Garzonio e Guido Carpi di cui pochi fortunati hanno potuto godere acquistandola nelle edizioni della biblioteca di Repubblica. E che è un’antologia, più che della poesia russa dalle origini ai nostri giorni, delle traduzioni in italiano della medesima. Il risultato finale, arricchito peraltro da testi introduttivi originali dei due curatori, è sicuramente di grande livello. Personalmente, pur essendo io uno di quei fortunati, mi duole però che la distribuzione sia ancora una volta del tipo carpe diem, e che, oltre all’assenza del mio amato Georgij Ivanov, manchi quel capolavoro di traduzione rappresentato dalle Confessioni di un malandrino di Esenin nella versione di Renato Poggioli, che Angelo Branduardi ha magistralmente messo in musica nel 1975.

 
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