S. Garzonio
La poesia russa del XVIII secolo. Saggio introduttivo
Tipografia editrice pisana, Pisa 2003
(Recensione di Simone Guagnelli)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 551-553
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Offrire in appena 101 pagine (più 28 di note) uno sguardo rigoroso ed esaustivo sulla poesia del classicismo russo (con particolare riferimento agli aspetti poetici, metrici e di genere) è un intento di particolare complessità. C’è riuscito in questo libro Stefano Garzonio che, facendo leva sugli appunti delle sue lezioni tenute a Pisa tra il 2000 e il 2001, ma anche su una non comune passione per l’argomento trattato, realizza un testo che per sua stessa definizione “si costruisce su due piani”: quello del manuale didattico, destinato agli studenti, e quello della ricognizione bibliografica, pensata specificamente per gli addetti ai lavori e per chiunque intenda approfondire tutti quegli aspetti che, pur nel ritmo incalzante e stringato della narrazione, vengono solo fatti presenti e molto schematicamente riassunti.
Nell’introduzione viene tracciata una ricostruzione storico-culturale del periodo in questione (il ‘700 russo) secondo uno schema tradizionale e ben consolidato: il passaggio da una seconda metà del Seicento, in cui la cultura russa si apre già a esperienze straniere (polacca e ucraina in primis) e in cui nasce una prima tradizione poetica scritta (legata al verso sillabico di Simeon Polockij), verso la prima metà del Settecento, dove si evidenziano nuovi e più coscienti orientamenti culturali che, conseguenza diretta delle riforme volute da Pietro il Grande, non assegnavano alla letteratura che un ruolo periferico, considerandola tuttavia come parte di un sistema che andava riorganizzato secondo criteri forzati di “progresso” e “occidentalizzazione”. Ma all’interno di queste schematizzazioni note, Garzonio sa inserire elementi di riflessione e spunti che allargano il campo d’indagine.
Così, con giusto equilibrio fra quanto esplicitato nel testo e quanto rinviato in nota, si parte dalla distinzione operata nel 1961 da P.N. Berkov fra il concetto di Russkoe prosvetitel’stvo [Illuminismo russo] (inteso come movimento filosofico e politico tendente alla diffusione della cultura e delle scienze) e quello di prosveščenie, visto come parte integrante del primo di essi e come istanza ideologica della borghesia rivoluzionaria in lotta col sistema feudale. Vengono così evidenziate le prime due fasi culturali del russkoe prosvetitel’stvo (ovvero quella che vede la fioritura di scuole di cultura latineggiante e quella del periodo dell’“assolutismo illuminato” di Pietro) che a loro volta, in letteratura, corrispondono al barocco letterario russo e alla letteratura dell’epoca petrina (e che insieme rappresentano il cosiddetto “classicismo scolastico” o “preclassicismo”). È l’ingombrante lascito culturale petrino, o meglio la riflessione sulle nuove esigenze di carattere ideologico-letterario che le riforme di Pietro hanno attivato, a dare forma alla terza fase dell’illuminismo russo e che in letteratura ha un preciso, seppur ovviamente convenzionale, riferimento nel classicismo russo, inteso, non già come banale e sterile imitazione tardiva dei classici tramite il filtro culturale essenzialmente francese, bensì come creazione di un nuovo metodo artistico e di una nuova scuola letteraria che siano in grado di tenere il passo dello sconvolgente ribaltamento voluto da Pietro, ma nello stesso tempo fieri depositari della tradizione scrittoria russa (fino a quel momento di natura essenzialmente religioso-ortodossa). Il pregio principale di questo libro, dunque, è quello di restituire al classicismo russo tutto il suo fascino, che proviene dalla sua intima natura sperimentale, dal suo interrogarsi su tutti gli aspetti (linguistici, tematici, formali, ideologici, ritmici e di genere) che costituiscono l’essenza della creazione poetica, dai suoi continui tentativi di teorizzazione (quasi mai supportata dalle concrete realizzazioni poetiche), dal suo muoversi per contrasti, polemiche, traduzioni, rifacimenti, assimilazioni. I suoi campioni, sia che venga loro dedicato uno specifico capitolo (come nel caso di Kantemir, Tredjakovskij, Lomonosov, Sumarokov, Deržavin, Radiščev), sia che vengano continuamente chiamati in causa nel corso dell’intera narrazione (Feofan Prokopovič, Cheraskov, Petrov, Majkov, L’vov, Bogdanovič, Čulkov) sono tali proprio in virtù della loro dedizione alla causa: la creazione di una grande letteratura degna di una grande nazione europea. Il loro reciproco influenzarsi non è disgiunto quindi dal loro reciproco criticarsi (anche tramite le pagine delle prime riviste letterarie che sorgono proprio in questo secolo in Russia) e migliorarsi in quella continua ricerca di una perfezione che sfugge ogni volta che sembra vicina alla sua realizzazione.
In quest’ottica appare molto meno paradossale la constatazione che il poema epico, che nella teoria del classicismo russo era considerato il genere più importante, trovi una sua prima realizzazione completa e soddisfacente solo nel 1779 con la Rossijada di Cheraskov (ma nel libro viene dato il giusto peso anche ai vari tentativi precedenti e parziali di Kantemir, Tredjakovskij, Lomonosov), ovvero quando non solo cominciavano già a farsi sentire i primi germi del sentimentalismo e del preromanticismo, ma soprattutto quando già si erano avute eccellenti realizzazioni della sua negazione (e parodia), sotto forma di poema eroicomico (Elisej, ili razdražennyj Vakch [Elisej o il Bacco irritato, 1771] di Vasilij Majkov), e della sua antitesi, la novella in versi (Dušen’ka, o meglio la sua prima redazione, Dušen’kiny pochoždenija [Le avventure di Dušen’ka, 1778], di Ippolit Bogdanovič).
Più sorprendente semmai è scoprire (o, se preferite, riscoprire) che è in questo secolo che, grazie a Lomonosov, prende corpo la teoria del poeta come vate, come voce del popolo, come incarnazione e coscienza dell’ideale nazionale. Ai nostri giorni di questa teoria si è fatta ormai una generalizzazione priva spesso di senso (in Russia un “poeta è più di un poeta”) banalizzando l’aspirazione reale e motivata di un secolo nevralgico e straordinario.
In conclusione il lavoro di Garzonio colma una grossa lacuna in questo settore di studi e costituisce un buon anello di congiunzione tra lo studio divulgativo (il manuale di storia della letteratura) e il lavoro specifico e approfondito verso cui il lettore più sensibile viene incoraggiato. Il metodo utilizzato, la divisione in capitoli tematici legati a uno o più specifici autori e il costante rimando a note più esaustive, non facilita la lettura, ma è in grado di focalizzare l’attenzione su una notevole quantità di questioni particolari che altrimenti avrebbero rischiato di restare completamente senza voce.
Un’ultimissima considerazione, questa volta in negativo, riguarda la distribuzione del libro, inevitabilmente limitata agli ambienti accademici (sempre più claustrofobici) e alla realtà editoriale pisana. Invece ci sarebbe un gran bisogno che questo tipo di letture, di livello divulgativo medio-alto e di nessun impatto commerciale, avessero il massimo grado di reperibilità. È tempo che il “sistema università” e nello specifico il “sistema slavistica italiana” ripensi in chiave di edizioni elettroniche le proprie pubblicazioni. Certo, bisognerebbe intendersi sul concetto di edizione elettronica di un testo. Il modello finora proposto dall’Ais, con la semplice riproposizione in versione elettronica di una rivista (Studi slavistici, http://www3.unifi.it/fupriv/CMpro-v-p-68.html) che anche solo come veste cartacea risulterebbe piuttosto superata, non lascia spazio a facili ottimismi.

 
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