Venedikt Erofeev
Tra Mosca e Petuški
traduzione e cura di Mario Caramitti, Fanucci, Roma 2003
(Recensione di Simone Guagnelli)
eSamizdat 2004 (II) 1, pp. 188-190
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Dopo la prova generale, evidentemente felice, di Schegge di Russia, la casa editrice Fanucci e Mario Caramitti mettono a segno un nuovo doppio colpo grosso: presentare finalmente una nuova traduzione (e un nuovo titolo) del capolavoro (tradotto nel 1977 per Feltrinelli da P. Zveteremich col titolo Mosca sulla vodka) di Venedikt Erofeev e vincere al fotofinish (grazie alla solita babele dei diritti che continua a regnare in Russia) contro Feltrinelli stessa, che prevede a marzo del 2004 di pubblicare una raccolta delle opere dello stesso autore. Questa nuova traduzione e questo nuovo titolo hanno meriti indubbi: la prima restituisce all'autore la sua piena e straripante verve linguistica, rendendola al contempo finalmente anche in italiano "moderna'' e godibile; il secondo disancora una volta per tutte le interpretazioni dal vischioso scoglio della vodka.
Qualunque sia il titolo che si preferisca, Moskva-Petuški è la storia di un viaggio che non si compie e che forse non c'è mai stato, di una morte tragica che forse non è una vera morte ma che è pur sempre qualcosa di ineluttabile ("Una densa e rossa lettera "iu'' si è dilatata ondeggiando davanti ai miei occhi, e da quel momento non ho più ripreso coscienza, né mai la riprenderò'', è la frase finale, p. 138), di un "buffone'' sentimentale e ubriacone che forse è più sobrio di tutti noi, di un autore che in un solo libro riversa tutto il suo genio e tutta la sua vita, pur consapevole, come nota Mario Caramitti nella postfazione, "dell'inutilità del genio nella società sovietica e [...] nella società postindustriale'' (p. 143). In fondo, è proprio in questa illusione continua, in questa oscillazione fra essere e non essere, in questi tempo e spazio sospesi che si giustifica anche la scelta del nuovo titolo. Il dubbio però è che quest'ultimo, nel tentativo di una restaurazione filologica, aggiusti il travisamento alcolico creando quello onirico. Eppure uno degli azzardi maggiori del curatore sta proprio nel sospettare che dietro la cittadina di Petuški si celi la città di Pietro ("il toponimo Petuški del titolo [...] vuol dire né più né meno 'Galletti'. Questa città dei galli è certamente imparentata con quella dove san Pietro tradisce Cristo prima del fatidico canto, ma perché mai allora Petuški non potrebbe essere anche la città di Pietro, con la quale del resto assona in modo così invitante? Emerge a questo punto un intertesto davvero ineludibile, il romanzo di denuncia sociale Viaggio da Pietroburgo a Mosca di Aleksandr Radiščev'', p. 152). Azzardato, ma legittimo. Viene quasi da chiedersi perché non sia stato scelto come titolo proprio Viaggio da Mosca a Petuški.
Il fascino di queste "tragiche note'' che, a circa 35 anni dalla stesura e a 14 dalla morte del suo autore, non cessano di stupire, incantare, far discutere, consiste essenzialmente in tre fattori: Erofeev non ha scritto quasi nient'altro (quel poco che resta viene quasi sempre ignorato dalla critica o ricondotto a corollario dell'opera maggiore); la coincidenza tra autore, narratore e protagonista (il procedimento dell'autofiction, come lo chiamerebbe Caramitti); il rapporto inversamente proporzionale tra la brevità del testo e la densità del contenuto (una piccola scatola in grado di custodire, se non tutto, moltissimo, con intertesti che spaziano dal vangelo alla poesia russa di varie epoche, con le interpretazioni che continuano a zampillarne e che variano dall'autobiografismo profetico all'imitazione cristologica). Un testo in grado di mettere in difficoltà chiunque voglia accostarsi a una sua lettura non banale, soprattutto in un contesto tutto sommato poco rischioso come quello di una recensione. Perché il protagonista ci fa continuamente l'occhiolino e ha con noi la stessa confidenza e intimità che dimostra nei confronti degli angeli, ci ubriaca e ci convince nelle sue poche, pochissime certezze, nelle sue frasi lapidarie ("'Pochezza d'animo universale': ma questa è la salvezza da ogni male, è una panacea, il più alto indice di perfezione!'', p. 17), nel suo giocare e far ridere scimmiottando tanto la lingua del regime, quanto quella delle sacre scritture, con quei suoi occhi che immaginiamo limpidi e umidi, e invece... quando le sue sbronze cominciano a contagiarci e siamo ormai tutti saliti sull'električka per Petuški, per il migliore dei paradisi possibili, e non tanto per gli uccelli che non smettono mai di cantare, quanto perché è lì che l'innocenza (del figlio) e la lussuria (dell'amante) sembrano ricompense ugualmente possibili per tutti, ecco che lui scende e torna indietro, ecco che la tragedia (che, non c'è niente da fare, nasce dalla sobrietà) si compie e il verbo che in lui si era incarnato finisce per tacere sotto i colpi di una lesina da calzolaio. E a noi non resta che rimanere sul trenino e arrivare a Petuški, magari solo per scoprire che è un luogo dove gli scrittori "non smettono di cantare né di giorno né di notte'', dove ad aspettarci, e non solo il venerdì, ci sarà la letteratura russa, "la più amabile tra le troiette''. Oppure, più prosaicamente, non ci resta che finire questo brevissimo poema, che è tale proprio perché il destino dell'eroe è legato al destino del suo popolo. Ed è infatti ai russi, ai loro occhi "vuoti e rigonfi'', che Venedikt Erofeev dedica le pagine più sobrie, tragiche e profetiche di tutto il libro: "Qualsiasi cosa succeda nel mio paese, nei giorni del dubbio, nei giorni dell'affannosa incertezza, quando gli si pareranno di fronte prove e calamità, questi occhi non batteranno ciglio. Per loro è tutto acqua fresca...'' (p. 24).

 
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