Ju. Tynjanov
Kjuchlja
traduzione di A. Accattoli, Metauro, Roma 2004
(Recensione di Simone Guagnelli)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 267-269
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Negli ultimi anni in Italia si sta assistendo a un crescendo di nuove traduzioni di opere letterarie dal russo. Il fenomeno è particolarmente accentuato nel caso di scrittori giovani o contemporanei, ovvero di quegli scrittori che nel loro paese, nel bene o nel male, rappresentano “il caso del momento”. In questo flusso di ingegni letterari rischia di non essere notato, anche perché mal distribuito, un romanzo straordinario, Kjuchlja di Juryj Tynjanov, uno dei maggiori esponenti, insieme a Viktor Šklovskij, Roman Jakobson e Boris Ejchenbaum, del cosiddetto metodo formale.
Ancora una volta ci stupiamo di fronte al talento artistico di chi alla storia della letteratura è passato più come teorico che come suo artefice. Kjuchlja è la biografia resa romanzo di un rivoluzionario decabrista, Vil’gel’m Karlovič Kjuchel’beker (1797-1846), poeta minore (come del resto chiunque in Russia abbia vissuto e scritto sotto lo splendore del sole puškiniano). Questo è il romanzo d’esordio di Tynjanov e la prima parte di quella trilogia dedicata a tre poeti diversi, per talento e per carattere, ma accomunati da un intenso amore per il proprio paese e da una “solitudine eroica” sperimentata nella Russia del primo quarto del XIX secolo. Fra il 1927 e il 1928 Tynjanov pubblicherà infatti anche Smert’ Vazir-Muchtara [La morte del Vazir Muchtar], incentrato su Aleksandr Griboedov, mentre incompiuto resterà il terzo romanzo su Puškin. Il romanzo su Kjuchel’beker racconta la vita del suo protagonista dall’adolescenza fino alla morte, lo segue nel suo perenne vagabondare per l’Europa, nell’esaltazione e successiva sconfitta dei propri ideali, nelle sue amicizie, nei suoi amori. Combinando talento artistico e sapiente uso dei documenti, Tynjanov riesce nel miracolo di introdurci nel vivo tessuto letterario e sociale della Russia di Alessandro e Nicola (entrambi primi). Davanti ai nostri occhi incedono di continuo tutti i protagonisti principali di quell’epoca scintillante e terribile (Puškin, Griboedov, Puščin, Del’vig, Ryleev, Nikolaj Turgenev, Čaadaev, Deržavin, Žukovskij, Bulgarin, Ermolov, la famiglia imperiale), ogni personaggio ha qualcosa di familiare e allo stesso tempo di imprevisto, tanto è umano e intimo il modo in cui Tynjanov lo ritrae.
Come si è già detto il romanzo racconta la vita di un decabrista, eppure, a lettura ultimata, morti tutti gli amici, cadute tutte le illusioni, il protagonista principale continua a sembrarci un minore in tutti i sensi, un uomo che non ha realizzato niente, che ha vissuto senza una vera meta, che non ha saputo agire; per quanto sia invecchiato, abbia viaggiato, abbia fatto esperienze, Kjuchel’beker è rimasto, inchiodato sin dal titolo, sempre “Kjuchlja”, il suo soprannome a metà strada tra un vezzeggiativo e la russificazione di un cognome tedesco e, probabilmente, allusione, anche solo per assonanza, a una kukla [bambola]. Non a caso il secondo capitolo, intitolato “Bechel’kjukeriade” e incentrato sui primi anni di liceo, è un susseguirsi pirotecnico di soprannomi, di burle, di scherzi goliardici ai danni del nostro piccolo eroe (“al Liceo lo perseguitavano. La sua sordità, l’irascibilità, gli strani modi, la balbuzie, tutta la sua figura, lunga e ricurva, suscitava un riso irrefrenabile”, p. 25). Da questo soprannome, nel corso della narrazione, ne proliferano molti altri, tanto che all’interno del romanzo principale se ne prefigura un altro, un romanzo di soprannomi (“verme solitario”, “Geselle”, “Chlebopekar’”, “Willy”, “il mostro”). Persino negli episodi più solenni e tragici, in Kjuchlja c’è qualcosa di infantilmente buffo, di teneramente incompiuto (ad esempio, quando la sua pistola, caduta precedentemente nella neve, si inceppa per due volte al momento decisivo della rivolta decabrista); nessuno, nemmeno gli amici più affezionati, riesce a guardare al Kjuchel’beker rivoluzionario senza dimenticare il Kjuchlja del liceo (a Puščin “guardando il lungo Kjuchlja che agita la pistola, per un attimo […] viene in mente il Liceo e sorride”, p. 285).
Pubblicato in occasione del centenario della rivoluzione decabrista del 1825, Kjuchlja è ovviamente anche un romanzo sulla rivoluzione bolscevica e sui destini degli uomini che ne furono testimoni. Agnese Accattoli (già nota per aver tradotto il racconto di Ergali Ger “Liza elettrica” per l’antologia Schegge di Russia, Roma 2002, pp. 225-260), oltre a saper rendere in maniera sempre brillante e vivace la versione italiana di Kjuchlja, arricchisce l’edizione Metauro con una “nota” dal titolo “Il primo romanzo di Tynjanov”. L’autrice ricorda l’importanza del 1917 per Tynjanov: “senza la mia infanzia, non avrei compreso la storia. Senza la rivoluzione non avrei compreso la letteratura” (la citazione è tratta dall’Autobiografia di Tynjanov, curata in italiano dalla stessa Accattoli su eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 151-160). Questa combinazione di destino (curioso come Viktor Šklovskij, intervistato da Serena Vitale nel bel libro Testimone di un’epoca, Roma 1979, ricordi di Tynjanov una dedica in cui scriveva all’amico “se non avessi incontrato te, la mia vita sarebbe trascorsa invano”, p. 43) e rivoluzione è il grande motore che anima il romanzo. Non a caso la voce narrante si fa voce autentica del suo autore ed esce fuori dalla finzione romanzesca proprio all’inizio del capitolo IX, “La piazza di Pietro”, dedicato a quel fatidico giorno del 14 dicembre 1825. Questa prima parte del capitolo, oltre a essere, come scrive la Accattoli, “un saggio straordinario di come la letteratura possa essere influenzata dalle tecniche del cinema” (p. 403), è una magistrale e sintetica interpretazione della rivoluzione vista attraverso il prisma topografico delle due capitali, Mosca e San Pietroburgo. “L’unità di misura di Mosca è la casa […] L’unità di misura di Pietroburgo è la piazza […] Le rivoluzioni di Pietroburgo sono avvenute nelle piazze; quella del dicembre 1825 e quella del febbraio 1917 si sono svolte in due piazze. Sia nel dicembre del 1825 sia nell’ottobre del 1917 la Neva ha partecipato alle rivolte […] Per Pietroburgo l’alleanza del fiume con le piazze è naturale, a Pietroburgo ogni guerra si trasforma inevitabilmente in guerra delle piazze […] Così, la piazza di Pietro, simbolo della potenza dell’autocrazia, si trovava accanto alla piazza di sant’Isacco, che ne testimoniava la debolezza. La rivolta del 14 dicembre fu una guerra delle piazze […] si risolse pertanto in questa circolazione sanguigna della città: lungo le arterie stradali il popolo e i reggimenti insorti si riversarono nelle piazze come in vasi sanguigni, ma poi le arterie furono ostruite e i reggimenti, con un’unica spinta, strariparono dai vasi. Per la città fu un arresto cardiaco, e quello che sgorgava era sangue vero […] Furono decisive le piazze, e non le vie, e quello fu un giorno senza eroi” (pp. 269-272).
Kjuchlja dunque, come si è detto, è un romanzo su un poeta minore, sulla rivoluzione, sul destino umano, sui soprannomi, su una città, su una letteratura, su una generazione, ma è anche in ultima analisi un romanzo sul poeta che meglio ha rappresentato quella generazione e che continua a essere l’emblema irrinunciabile della cultura russa, ovvero è anche quel romanzo, rimasto incompiuto, su Puškin. È un romanzo in absentia però, perché in realtà Puškin compare poco, lo vediamo all’inizio (negli anni del liceo coi suoi soprannomi di “francese” e “scimmia e tigre”) e verso la fine (prima di morire), quando Tynjanov immagina l’incontro (e l’addio) con Kjuchlja detenuto e in trasferimento verso la fortezza di Dinaburg. Eppure Puškin (che in quegli anni è in esilio) è costantemente nella mente, nel cuore, nelle parole di Kjuchlja e di tutti gli amici del liceo che aspettano sue notizie, che imparano a memoria i suoi versi, che piangono e ridono a ogni sua nuova impresa letteraria. E nel finale struggente, a Vil’gel’m ormai vecchio e moribondo, sconfitto e sposato a una donna che non ama, il trapasso dalla vita alla morte avviene attraverso il sogno: “egli sentiva un suono, un usignolo, o forse un ruscello. Era un suono fluido, come di acqua. Lui giaceva proprio accanto al ruscello, sotto un ramo. Davanti a lui c’era una testa ricciuta. Rideva, mostrava i denti e solleticava per gioco i suoi occhi con i riccioli rossastri” (p. 393). Kjuchlja sogna Puškin, ormai morto da tanto tempo, che lo esorta, che lo guida verso la pace eterna. Ma a Kjuchlja, cui non è riuscito nulla nella vita, sembra impossibile anche questo ultimo passo e prima di morire dice a Puškin con gioia “fratello, ci sto provando” (p. 394).

 
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