Ph. Jaccottet
La parola Russia
a cura di A. Anedda, Donzelli, Roma 2002
(Recensione di Giulietta Greppi)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 282-283
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È questo un prezioso piccolo libro, nel quale Philippe Jaccottet, uno dei maggiori poeti francesi viventi, racconta il suo rapporto con la Russia. Oltre a essere poeta Jaccottet ha tradotto in francese Mandel’štam, ma anche Hölderlin, Leopardi e Montale. La Russia per lui è uno spazio prima di tutto sonoro e immaginario, evocato dalle sue letture infantili che aprono la via a una terra misteriosa e affascinante, una “terra prossima alla parete del cuore”, impregnata di letteratura perché da questa originata, a partire dal Michel Strogoff di Jules Verne.
Il percorso di Jaccottet (il titolo francese è infatti A partir du mot Russie) va dal suono della parola al luogo, che da immaginario si fa reale. Dalle fantasie infantili stimolate da parole e nomi misteriosi dei romanzi di avventura la poesia della “parola Russia” passa attraverso le pagine di riflessione sulle anime sotterranee di Dostoevskij, sulle loro “parole, fiotti di parole, spesso sconvolte [...] mescolate a molte lacrime, a rari scoppi di risa, a molte urla”, sulla ricerca di un Dio autentico; infine, arriva fino a noi, qui e adesso, nell’espressione di quella sofferenza assoluta, l’esperienza dell’inferno, terribile, del gulag: “Le tenebre e il freddo, ecco l’inferno…”. Il poeta ascolta le parole con cui Osip Mandel’štam, Ariadna Efron e Varlam Šalamov esprimono questo inferno sulla terra, un inferno gelido e buio che viene anche dall’interno, da noi stessi, e, riportando le loro parole, ci fa capire la forza della letteratura, della parola della poesia che tutto questo descrive, sopravvivendo, restando lì per essere letta e riletta, in altri tempi, in altri luoghi.
Il libro è preceduto da una precisa e illuminante introduzione di Antonella Anedda, poetessa anche lei, che riesce a penetrare nel mondo di Jaccottet mostrando di ri-conoscere a sua volta il peso e la consistenza delle parole. Al punto che il libro, costituito per la maggior parte da prosa, è in realtà un libro di poesia, da leggere lentamente, in cui si apprezzano le parole, eleganti, efficaci, precise, tanto dell’introduzione che del testo poetico. Un’introduzione poetica anch’essa e che si apprezza veramente come l’indispensabile accompagnamento al testo di Jaccottet.
Perché il libro è, insieme, una manifestazione di vicinanza alla Russia e una dichiarazione personale di poetica, nella quale proprio la Russia rappresenta una tappa fondamentale. Le parole che Ariadna Efron scrisse dal gulag a Pasternak sono per Jaccottet “un esempio impressionante della forza che può dare alla lingua la prova della durezza del destino”. Nella lingua di Šalamov il poeta ritrova colui che è non soltanto sopravvissuto, ma è ritornato “alla vita con una fiducia non intaccata nella parola della poesia che, assicura, resterà, attraverso le vicende peggiori, la sua ‘fortezza’”. La frequentazione, il contatto con la poesia russa, la poesia del gelo e dell’estremo, portano Jaccottet fino all’Inferno di Dante, azzerando le distanze, riunendo dimensioni solo apparentemente lontane, perché la poesia è un mondo che scorre e si nutre infinitamente dei mondi che ciascun poeta porta con sé.
Questo viaggio nella parola si conclude in maniera naturale con tre poesie di Mandel’štam, interlocutore privilegiato del poeta, tradotte in anni diversi dallo stesso Jaccottet. Si tratta di “Voz’mi na radost’ iz moich ladonej” (1920), “Umyvalsja noč’ju na dvore” (1921) e “Ja k gubam podnošu etu zelen’” (1937). Le poesie sono presenti in tre diverse “esistenze”, tre lingue diverse che scivolano l’una nell’altra nello spazio e nel tempo, dalle versioni originali di Mandel’štam alle traduzioni francesi, alle versioni italiane, a cura di Antonella Anedda.
La Russia di Jaccottet è una polifonia di luce-suono-senso, dove al senso si giunge solo e soltanto dopo avere colto e sperimentato la presenza/assenza della luce e il suono stanco, ricco, evocativo della lingua. Mandel’štam è in questo senso il modello di una poesia che riesce a contenere in sé l’universo. Egli ha conservato, da poeta, il “calore del canto”, la sua lingua denudata e fortificata nel gelo, fino alla fine della sua tragica esperienza: “perché tacesse è stato necessario trascinarlo di forza il più possibile vicino al Polo, quasi alla fine del mondo…”. Jaccottet è stato capace di ritrovare la forza della parola e di riproporla a noi. Come ci dice Antonella Anedda, “la parola si interroga sulle sue ragioni e dona alla prosa di Jaccottet la luminosa profondità della sua poesia”.
“Prima dello sguardo c’è l’orecchio”, avverte la curatrice nell’introduzione. È proprio questo legame col suono della parola che rende affascinante l’operazione di Jaccottet traduttore di Mandel’štam. Un poeta “arriva” a una lingua diversa dalla propria, alla quale però è legato da un tempo immemorabile, e ci mostra il percorso che compie per coprire la distanza che separa le due lingue riportandoci al qui e ora, al suo francese, modificato, arricchito, reso più espressivo perché volto a contemplare l’“immensa distesa ed est del cuore” dell’autore.

 
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