C. Olivieri
Dostoevskij: l'occhio e il segno
Rubbettino, Catanzaro 2003
(Recensione di Giulietta Greppi)
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 256-257
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Questo libro affronta un tema non nuovo e molto vasto, il rapporto della scrittura di Dostoevskij con l’arte intesa come pittura e architettura, e, come Claudia Olivieri avverte nella "Premessa", numerosi studiosi se ne sono già occupati in precedenza. Rispetto alle interpretazioni “univoche” degli autori che hanno precedentemente affrontato l’argomento da un unico punto di vista, l’autrice propone un “sistema”, uno schema di interpretazione che considera tre possibili percorsi, a ciascuno dei quali è dedicato un capitolo:
a. Dostoevskij – oggetto d’arte.
b. Dostoevskij – soggetto d’arte.
c. L’arte soggettivizzata da Dostoevskij.
Il saggio non si limita dunque ad analizzare i numerosi riferimenti a singoli quadri o immagini presenti nell’intera opera di Dostoevskij, ma mostra come il legame dell’arte con lo scrittore, che studiò da ingegnere e si interessò di architettura, sia ben più profondo, e costituisca una relazione biunivoca, dall’immagine al testo e viceversa.
Il saggio nasce, come avverte la stessa autrice, dalla suggestione suscitata “dall’aura del ritratto di Dostoevskij realizzato da Perov”. Il primo capitolo vede infatti lo scrittore come figura, come oggetto del ritratto che nel 1872 fu commissionato al pittore Vasilij Grigorevič Perov dal collezionista Pavel Michajlovič Tret’jakov. In esso il pittore è stato in grado di ritrarre l’atteggiamento e l’espressione di Dostoevskij nell’attimo in cui egli creava, la sua esistenza spirituale. Questo stesso ritratto diviene l’oggetto dell’incipit del racconto Bobok, uscito nel febbraio 1873, che costituisce una sorta di risposta letteraria alle osservazioni suscitate dal quadro stesso, nella quale Dostoevskij si inserisce nella polemica sul realismo nell’arte.
Il secondo capitolo analizza l’importanza del rapporto vivo dello scrittore nei confronti delle opere d’arte, il suo universo visivo. Attraverso le memorie della seconda moglie dello scrittore, Anna Gregorevna Snitkina, ci viene raccontata l’enorme impressione che suscitò in Dostoevskij la vista di alcuni capolavori dell’arte europea che egli ebbe modo di osservare durante un viaggio di quattro anni, dal 1867 al 1872, che lo portò in diverse città d’Europa. Dostoevskij non fu soltanto attento conoscitore della pittura russa a lui contemporanea, ma vide personalmente alcuni capolavori dell’arte europea, fra i quali il Cristo deposto dalla croce di Hans Holbein, la Madonna Sistina di Raffaello, edifici come la cattedrale di Notre dame a Parigi, che ispirarono direttamente alcune delle sue pagine più famose, divenendo non più semplici immagini riprodotte, ma elementi costitutivi della narrazione dostoevskiana.
Scopriamo così che l’immagine, sia essa realmente esistente o creata dall’autore, non ha valore soltanto come simbolo, ma è un procedimento che Dostoevskij utilizza per “sopperire alla limitatezza della parola, incapace di configurare ed esaurire completamente un concetto”. Riprendendo la tesi di un recente saggio di K.A. Baršt, "Grafičeskoe slovo Dostoevskogo" (pubblicato in Dostoevskij v konce XX veka, Moskva 1996), l’autrice definisce la “figuratività” della produzione dostoevskiana.
Nell’ultima parte del saggio l’opera di Dostoevskij viene “filtrata” attraverso il suo rapporto con l’architettura gotica, presente sia negli schizzi e nei disegni coi quali lo scrittore era solito ornare i propri manoscritti, che in certe caratteristiche della scrittura di Dostoevskij: “la cattedrale gotica [...] sottende (e sorregge) strutturalmente il romanzo dostoevskiano”. La concezione gotica dell’edificio, la dimensione grandiosa e non a misura d’uomo, la tensione verso l’alto, l’abbondanza di particolari e la tendenza a colmare ogni vuoto (l’horror vacui), sono categorie che si ritrovano nei romanzi di Dostoevskij.
La relazione fra la scrittura e l’architettura aiuta in questo caso ad avvicinarsi ad alcune categorie fondamentali della poetica dostoevskiana. La “goticità” della scrittura dostoevskiana esprime una dimensione spiritualizzata e rarefatta, il tentativo di elevarsi al di sopra del sottosuolo, verso un ideale di bellezza-bene-verità. Come nelle grandi cattedrali gotiche, nei romanzi di Dostoevskij la tensione verso l’alto ha le sue basi su un suolo che è completamente umano, complesso e contraddittorio, dal quale è impossibile prescindere, e che è presente in ogni minimo particolare, nelle figure grottesche, povere, meschine, che popolano gli edifici come i grandiosi romanzi di Dostoevskij.
Non a caso il saggio si chiude con l’immagine di una costruzione mentale, fatalmente destinata a crollare, costituita da una torre di Babele, simbolo dell’arroganza umana e miscredente di chi vuole conquistare il cielo ignorando Dio, e che poggia su due esili torri gotiche, i romanzi di Dostoevskij, appunto.
Lo studio non propone una conclusione, è un’opera aperta, un itinerario attraverso alcune immagini del continente Dostoevskij, nel quale “le singole tappe si rivelano [...] più significative della meta raggiunta”.

 
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