La Poesia di Nikola Šop. 1904-1982. Tra filosofia e cosmologia
a cura di F. Ferluga-Petronio, Marsilio, Venezia 2004
(Recensione di Angelo Floramo)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 297-298
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Cinque anni fa la documentata monografia Il mondo cosmico di Nikola Šop, a cura di Fedora Ferluga-Petronio (Udine 2000), ebbe il merito, dopo lungo e ingiustificato silenzio, di richiamare l’attenzione della critica letteraria sulla pressocché misconosciuta figura di Nikola Šop. Fu certo il primo passo verso la riscoperta di uno tra gli autori più difficili e drammaticamente interessanti dell’area balcanica contemporanea. A breve distanza da quella prima “battitura” ecco finalmente uscire per i tipi della Marsilio gli attesi atti del convegno internazionale di studi Il poeta filosofo croato Nikola Šop (1904-1982) tra il ventesimo anniversario della morte e il centenario della nascita. L’incontro di studi, che si svolse il 3 e il 4 aprile 2003, venne allora promosso dall’università di Udine e patrocinato dal Consolato generale della Repubblica di Croazia a Trieste in collaborazione con il Consorzio universitario del Friuli, la fondazione Abbazia di Rosazzo e il comune di Udine. Ai lavori parteciparono numerosi studiosi e specialisti provenienti da Padova, Udine, Ljubljana, Pola, Zagabria e Spalato (macroscopica l’assenza di Trieste: ci si chiede se essa sia motivata dalla mancanza di un esplicito invito o piuttosto da una deliberata scelta di autoesclusione da parte del mondo intellettuale giuliano!). Ne è nata una preziosa raccolta di contributi resa ancora più curiosa e stuzzicante dall’eterogenea formazione specialistica dei relatori intervenuti: non solo linguisti e critici letterari infatti ma anche teologi, fisici, poeti, musicisti, matematici. Tanta varietà di indagine si comprende solamente quando ci si accosta alla poliedrica personalità dell’autore. E il farlo naturalmente implica fatica. E spaesamento. Il pensiero di Šop infatti costringe il lettore/interlocutore a una scoperta continua e spossante dettata dallo stupore e dalla meraviglia per gli intrecci dei mondi e delle esistenze che si squadernano in imprevisti e imprevedibili caleidoscopi linguistici, filosofici, gnoseologici che stanno alla base della sua poetica e della sua arte. Essa si arricchisce di suggestioni composite, frastagliate e multiformi (prese a prestito dalla cosmologia, dalla fisica quantistica, non meno che dagli incanti siderali di Lucrezio, Democrito e Platone); suggestioni che vengono tradotte in emozioni, sogni, visioni, tracce quasi sempre invisibili che la sua curiosità, febbrile fino al delirio, seppe inseguire nel corso di un’intensa e dolorosa esperienza di vita. Su tutto emerge una delle più complesse, tormentate e controverse figure intellettuali del ventesimo secolo, per troppi anni ingnorata tanto dalla critica nazionale (imbarazzata da un pensatore che non poteva essere facilmente ricondotto entro i rigidi confini della praxis letteraria socialista, eletta a parametro valutativo preferenziale dalla neonata federazione Jugoslava) quanto da quella internazionale (ancora oggi l’intelligencija occidentale europea fatica a confrontarsi con l’anima dell’est Europa e ne ignora di fatto gli autori, i movimenti, le sensibilità). Certo l’anticonformismo e l’anelito libertario che ne caratterizzano gli scritti facilmente esponevano la voce dell’autore a critiche e censure da parte dei vigili burocrati della ragion di stato. Nato a Jaice, in Bosnia, nel 1904, Šop studiò letteratura comparata e letteratura latina all’università di Belgrado, materia quest’ultima per la quale ottenne una cattedra al prestigioso ginnasio cittadino Dedinje. All’insegnamento alternò una appassionata opera di ricerca e traduzione di classici latini e scittori anticocroati. È a lui che si deve la riscoperta di autori quali Ianus Pannonius, Ignatius Gregorius e Gregorius Sisgoreus. Ma fu più propriamente la poesia che gli permise di indagare le vie di un personalissimo itinerario di ricerca esistenziale. Un’esigenza intima, profondamente filosofica e di alto profilo intellettuale che per lui divenne ragione stessa di vita quando, ferito gravemente durante il primo bombardamento tedesco di Belgrado, il 6 aprile 1941, riportò alla spina dorsale lesioni tali che dagli anni ‘50 lo costrinsero dapprima a un forzato ritiro in casa e poi alla progressiva e più completa immobilità a letto. Nondimeno, trasferitosi a Zagabria fin dal 1943, trasformò la sua abitazione di via Voc’arska in un vero e proprio cenacolo di amici, poeti, critici e letterati che animò di curiosità e sollecitazioni la sua produzione poetica, la sua personalissima visione del mondo. Fu da questo angolo separato di universo che Šop instancabilmente esplorò i suoi sogni e le sue visioni. Sperimentalista convinto, non si accontentò della poesia, ma trovò nella modernità del “radiodramma” un canone espressivo privilegiato. Considerava la radio un mezzo straordinario per stimolare “l’arte dell’ascolto”. Adorava la “cecità” del mezzo, che costringeva il corpo dell’ascoltatore a librarsi nell’etere, a percepire la realtà esclusivamente attraverso la magia della parola capace di attraversare l’anima quanto gli spazi. E forse, come dimostra perfettamente Fedora Ferluga Petronio, fu proprio nel radiodrama che la poetica di Šop raggiunse il massimo della sua espressività e modernità. La sua poetica oscillò sempre tra il mondo crepuscolare e lunare della memoria e la vertigine dell’attesa. Così i frusicanti silenzi del borgo nativo di Pliva, l’apparizione dei mulini negli inverni della sua fanciullezza, i silenzi mistici del monastero di Brod, i colori delle mele cotogne gialle, odorose, disposte sopra l’armadio, diventano spettri, fantasmi confusi, parvenza ingannatoria sotto la quale si nascondono inquietudini e anomie. Tutto è infatti destinato a essere risucchiato dalla voragine di una metamorfosi estrema, dove le categorie dello spazio (infinito) e del tempo (fermo) si annullano compenetrandosi vicendevolmente. Rimarrà alla fine solo il silenzio, il vuoto, la musica della luce. È questo l’orlo delle cose, il senso ultimo di ogni poesia, di ogni possibile esplorazione: l’mplosione dell’essere nasce nel punto esatto in cui cessa ogni parola.

 
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