Prešerniana. Atti del convegno internazionale Dalla lira di France Prešeren: armonie letterarie e culturali tra Slovenia, Italia ed Europa
a cura di J. Jerkov e M. Košuta, Ricerche Slavistiche, 2003 (I-XLVII)
(Recensione di Angelo Floramo)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 292-294
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Non è certo avventura da poco circumnavigare un’anima. Se poi l’anima è proprio quella di France Prešeren (1800-1849), uno tra i maggiori nomi della letteratura slovena, poeta “laureato” con tanto di piazza e imponente monumento aere perennius a lui dedicati nel cuore antico di Ljubljana, allora l’impresa diventa rischiosa. Tanto più quando si è così vicini alle ricorrenze di rito (in questo caso quelle del bicentenario dalla nascita dell’autore, celebratosi appunto nel 2000 con il convegno internazionale di studi che ha reso possibile la presente pubblicazione), il rischio di cadere nell’esagerazione da parata o nella ridondanza bandistica da commemorazione aumenta esponenzialmente. Tutti elementi che offuscano il rigore dei profili e la profondità degli studi, scivolando spesso banalmente nella formula vuota del panegirico. Ma è altrettanto facile cadere nell’eccesso opposto, ovvero nella comprensibile tentazione di enfatizzare a tal punto l’importanza dei propri studi da prenderli troppo sul serio, rendendoli alla fine aspri e inavvicinabili per l’acribia e la seriosità con cui sono stati condotti. Per fortuna la cifra di questa raccolta di saggi sembra davvero essere un’altra e si attesta fin dalle battute iniziali sul filo di un’indagine a tutto campo, intelligente, curiosa, improntata a un taglio critico moderno e non del tutto scevra da una certa qual divertita ironia, capace di relativizzare, e talvolta anche di ridimensionare, le figure del “mito”: un approccio apprezzabile perché capace di rendere spumeggiante e godibile anche il più severo fra gli scritti di filologia. Ne sono veridica testimonianza le primissime battute del volume proprio a firma di Mirian Košuta, uno dei due curatori della raccolta nonché studioso di chiara fama nell’ambito della storia della letteratura slovena. Nella prefazione “al lettore” egli ricorda il motto che fu dello stesso Prešeren: “Slep je, kdor se s petjem ukvarja” [Cieco è chi si occupa di poesia]. Un avvertimento “scoraggiante, beffardamente disincantato e realistico” che invita il lettore a utilizzare sempre e comunque la chiave del disincanto e della “giocosità” anche quando ci si accosta ai nomi più illustri del pantheon letterario. Solo così è possibile svelare l’inedito, cogliere la prospettiva mancante. Ed è proprio questo l’intento del volume che già nel suo titolo, Prešerniana, racchiude una nota di stile non comune. L’inedita prospettiva in questo caso riguarda le fitte trame culturali che, intrecciandosi fra di loro, attraversarono la ricca sensibilità spirituale di Prešeren e al contempo crearono una fitta rete di rapporti tra l’Italia, la Slovenia e il resto dell’Europa, in una lunga inquadratura che, nella disamina proposta da alcuni saggi, giunge fino a oggi e al dibattito letterario in atto. Ciò premesso va detto che il volume rappresenta di fatto la prima silloge italiana di contributi prešerenologici. Già da solo questo elemento fa sì che la presente pubblicazione vada accolta dalla critica con particolare interesse e attenzione. Gli studiosi intervenuti (Mario Capaldo, Zoltan Jan, Janja Jerkov, Miran Košuta, Boris A. Novak, Boris Paternu, Marija Pirjevec, Atilij Rakar, Sanja Roic’, Ivan Verč) sono tra i più accreditati e interessanti nomi della critica letteraria contemporanea avente per oggetto le lettere degli “slavi del sud”. I loro contributi indagano gli aspetti più nascosti e fino a ora meno esplorati della poetica di France Prešeren, dalla diatriba sul petrarchismo all’indagine del pessimismo esistenziale, fino a mettere in luce i rapporti con altri grandi autori e pensatori a lui coevi. Ne emerge il profilo di un intellettuale versatile, curioso, aperto al dibattito e alla contrapposizione dialettica. Attento a percepire financo i sussurri della sua vena poetica, Prešeren rivendicava con forza l’esigenza di una rifondazione artistica della lingua slovena, auspicata dall’autore e dal gruppo di giovani intellettuali raccoltisi assieme a lui attorno all’almanacco letterario della Krajnska Éebelica (l’ape carniolana) in opposizione alle tesi nostalgiche e piuttosto retrò di Jernej Kopitar, piuttosto preoccupato al recupero filologico di una purezza linguistica destinata ad andare perduta per sempre e da lui vagheggiata lontano dalle città, nell’idioma dei boscaioli e dei malgari, unici depositari rimasti, a suo dire, dello spirito antico della nazione. Un dibattito attualissimo, estendibile a tutte le lingue, specialmente quelle minoritarie, scisse fra la conservativa paura di perdere la propria radice e la necessità sperimentale di adeguarsi a nuovi parametri espressivi capaci di suggerire rinnovate sensibilità letterarie. Bellissimo il saggio di Boris A. Novak (“La corona di sonetti di Prešeren. Per la storia di una forma poetica”), celebrato professore di letterature comparate e teoria della letteratura presso l’Università di Ljubljana, già mentore di generazioni di studenti e docenti sloveni, amabile scrittore di favole per bambini e a sua volta poeta tra i più interessanti nel vivace panorama intellettuale lubianese. Il suo approfondito contributo – ottimo esempio di critica accademica - analizza una delle più ardite e complicate architetture della poesia di Prešeren, la “corona di sonetti” appunto, quel complicato “gioco letterario di società” a chiave multipla con acrostico finale (a metà strada fra una sciarada e un certame coronario), cui Prešeren conferì una speciale dignità letteraria. L’analisi, dettagliatissima, è per Novak solamente un pretesto per indagare quanto aperto fosse il poeta a sollecitazioni provenienti da suggestioni culturali composite, dai lontani modelli romanzi dei trovatori passando per le raffinatezze della scuola siciliana, i concettismi metafisici di John Donne fino alla definizione di uno stile personale, originale e unico nel suo genere, che l’autore non stenta a definire una pietra miliare della letteratura europea. Da segnalare fra gli altri anche i saggi di Marija Pirjevec e di Miran Košuta. Entrambi si occupano dei rapporti, non sempre facili, fra il mondo letterario italiano e quello sloveno. Mentre la Pirjevec concentra il suo interesse prevalentemente sui traduttori di Prešeren, Košuta amplia la sua disamina a tutti i testi poetici tradotti negli ultimi cento anni, da lui significativamente definiti “cent’anni di inquietudine”: dal risorgimento alla difficile età dei nazionalismi, dai momenti bui segnati dalle ottuse chiusure fasciste, fino alla riscoperta degli anni Cinquanta e agli esiti contemporanei. Curioso e avvincente, il saggio tratteggia le figure dei traduttori, dei primi redattori di antologie e di storie della letteratura slovena in italiano. Insomma non è solo un’indagine letteraria ma diventa un’occasione interessante per abbozzare un quadro sociologico e culturale di anni tanto significativi e importanti. In apparato si rivela utilissima la bibliografia cronologica delle pubblicazioni in volume dal 1878 al 2000: un invito esplicito ad approfondire, studiare, capire, per saper “amplificare e accordare in Italia il suono dei canti di Prešeren e dei suoi posteri. Per altri cent’anni di fruttifera inquietudine…”.

 
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