«Le parti basse del lessico»
V.M. Mokienko, T.G. Nikitina
Slovar' russkoj brani. Matizmy, obscenizmy, evfemizmy (4400 slov i 4000 ustojčivych sočetanij)
Norint, Sankt-Peterburg 2003
(Recensione di Marco Dinelli)
eSamizdat 2003 (I), pp. 242-243
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Una delle difficoltà in cui si imbattono spesso russisti stranieri e traduttori dal russo è originata dalla mancanza di informazioni sufficienti che permettano loro di decifrare tutte le sfumature del russo non standard. Questa lacuna è in parte conseguenza dell'interdizione posta dalla cultura russa ufficiale nei confronti delle parti più “basse” del lessico, sulle manifestazioni più vitali e irriverenti della lingua e, in particolare, sul suo nocciolo duro, quel linguaggio fortemente tabuizzato che di solito viene indicato con il termine mat (secondo l'opinione più diffusa sulla sua etimologia, esisterebbe un nesso con la parola mat', elemento costituitvo della nota imprecazione eb tvoju mat', attestata fin dal 1656).
Dall'epoca di Gorbačev ad oggi l'interesse in Russia per il turpiloquio non si è attenuato: se ne discute in televisione, sui giornali, in parlamento. È uno dei mezzi espressivi più usati dagli scrittori della nuova generazione e in generale dagli esponenti della cultura underground. Dopo l'ubriacatura collettiva della perestrojka, sotto il cui effetto qualunque divieto veniva violato solo per assaporare il gusto del proibito, ora i tempi sembrerebbero maturi per poter affrontare lo studio di questo fenomeno linguistico con l'ausilio dell'arsenale concettuale lasciatoci in eredità dalle scienze umane del XX secolo. Nonostante il primo studio autorevole in questo campo, l'articolo di Boris Uspenskij sugli aspetti mitologici del linguaggio espressivo russo, risalga al 1981, a tutt'oggi i tentativi di un'analisi esaustiva sono ancora sporadici a causa soprattutto di una certa riluttanza accademica di stampo sovietico che trova una ideale continuazione nell'atmosfera reazionaria della Russia di Putin (non a caso i dibattiti più accesi intorno alla necessità di proibire l'uso del linguaggio triviale da parte dei mass media e in letteratura hanno acquistato concretezza giuridica proprio negli ultimi anni). I lessicografi non costituiscono un'eccezione: o propongono dizionari che, lasciando da parte ogni rigore scientifico, puntano al successo popolare, o continuano a ignorare il fenomeno.
Fra i linguisti che in questi ultimi anni hanno contribuito a fornire una descrizione scientifica delle parole basse del russo (vale la pena di ricordare V. Buj, o meglio i membri dell'Accademia delle Scienze che si nascondono dietro questo scherzoso pseudonimo, autori di Russkaja zavetnaja idiomatika: Veselyj slovar' krylatych vyraženij, Moskva 1995, e A.Ju. Plucer-Sarno, compilatore del primo volume del Bol'šoj slovar' mata, Moskva 2001) uno dei più attivi è certamente il prof. V.M. Mokienko. Il suo Slovar' russkoj brani è la riedizione riveduta, corretta (arricchita dalla collaborazione con T.G. Nikitina) di un dizionario uscito a Berlino nel 1995 e a Kaliningrad nel 1997, ma in Russia passato inosservato in seguito a enormi problemi di distribuzione legati alla crisi economica dell'agosto 1998.
{\em Bran'} qui è inteso in senso ampio, e nel sottotitolo viene specificato: matizmy, obscenizmy, evfemizmy. Perciò nel dizionario non si trovano soltanto parole un tempo non stampabili, o, in alcuni casi, ridotte all'iniziale seguita da puntini: viene dato ampio spazio anche a vocaboli e locuzioni colloquiali, popolari, gergali e perfino a molti termini di uso corrente che, travestiti da metafora, alludono ironicamente alla sfera cosiddetta inferiore dell'esperienza umana, e quindi entrano di diritto in questa rassegna del russo non “ortodosso”. Così, accanto a voci quali chuj (circa nove pagine), pizda (quattro pagine) e ebat' (tre pagine), le tre basi tematiche oscene da cui si forma un numero teoricamente infinito di derivati, compaiono parole all'apparenza innocenti. Davanti al lettore si dispiega il paesaggio surreale di un mondo carnevalesco, beffarda e inquietante controfigura del mondo quotidiano e purtuttavia ad esso oscuramente coessenziale, in cui la prostitutka diventa koroleva o koška, il gomoseksualist una dama, il pene si trasforma in volšebnaja paločka, klarnet o nož, la vagina in imperija, vorota o kotleta. Si tratta insomma di figure di quell'“antimondo della cultura russa” (come recitava il titolo di una raccolta di saggi uscita diversi anni fa in Russia) che rappresenta una componente fondamentale della mentalità e dell'immaginario nazionali.
Ogni lemma, oltre alla definizione, è accompagnato dalla categoria grammaticale e, ciò che rende questo dizionario particolarmente prezioso per il lettore straniero conferendogli uno statuto di scientificità (l'autore stesso rivela infatti l'ascendenza ušakoviana del suo metodo lessicografico), dà indicazioni di registro e limiti d'uso. Inoltre, quando è possibile, vengono fornite informazioni etimologiche che, oltre a soddisfare la curiosità filologica, perseguono un doppio obiettivo: ristabilire la complessità dei rapporti tra il russo e altre lingue slave e europee, e demistificare l'idea, ancora estremamente diffusa, della presunta unicità del turpiloquio russo. Nel complesso si avverte la mancanza di esempi (ce ne sono, ma rarissimi) che avrebbero chiarito ulteriormente l'uso dei termini presentati nel dizionario.
A completare l'opera, un articolo di Mokienko che fa il punto sullo stato degli studi dedicati alla russkaja brannaja leksika. Il volume, anche grazie a questo ultimo articolo, si rivela uno strumento utilissimo per studiosi e traduttori intenzionati ad addentrarsi nel sottobosco, o, se si preferisce, nei bassifondi della lingua russa.

 
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