P. Vilikovský
È sempre verde…
traduzione di A. Mura, Edizioni Anfora, Milano 2004
(Recensione di Tiziana D'Amico)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 492-494
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Da poco meno di un anno si trova nelle librerie italiane (o almeno in alcune) un piccolo libro dalla copertina colorata, pubblicato da una casa editrice milanese, le Edizioni Anfora: È sempre verde… dello scrittore slovacco Pavel Vilikovský, tradotto da Alessandra Mura, 140 pagine di lettura, più una breve introduzione a cura della traduttrice, che in poche pagine fornisce al lettore italiano le indicazioni essenziali sull’autore, sul libro che si accinge a leggere e sul paese di provenienza; pagine essenziali perché di letteratura slovacca poco si sa in Italia, e ancora meno di questo scrittore.
Prima ancora di inoltrarsi nell’analisi del libro, va sottolineato il merito della traduttrice e, come indicato anche nei ringraziamenti, di Eva Rosembaumová (lettrice di lingua slovacca all’Università “La Sapienza” di Roma) per essere finalmente riuscite a raggiungere il “grande pubblico” (tra le casi editrici di livello nazionale soltanto Sellerio, nel 1989, ha infatti pubblicato due opere di un autore di media importanza, L’udo Zúbek). In passato erano già apparse alcune traduzioni di poesia contemporanea slovacca su riviste letterarie (E. Rozembaumová, R. Duranti, “Bratislava Blues. Poesia slovacca contemporanea”, Linea d’ombra, 1994, 97, pp. 55-57) e ancora prima due fugaci raccolte di poesie, rispettivamente di Miroslav Válek e Milan Rúfus (due dei maggiori rappresentanti della poesia slovacca della seconda metà del ‘900), pubblicate da due case editrici napoletane (M. Válek, L’inquietudine, Napoli 1983; M. Rúfus, Poesie, Napoli 1984), e successivamente i racconti di Dušan Mitana (Patagonia e altri racconti, Latina 1999), libri peraltro quasi subito scomparsi. Forse solo comete, schegge, sassi gettati nell’acqua in attesa di vedere quanti cerchi avrebbero fatto: pochi, viene da dire, se è stato necessario aspettare fino al 2004 per avere un romanzo slovacco nelle librerie a diffusione nazionale (il libro è distribuito da Feltrinelli).
E va subito detto che la scelta di È sempre verde… ci appare particolarmente felice. Una ex-spia dell’impero austro-ungarico racconta le proprie esperienze a un aspirante agente segreto attraversando mezzo secolo di storia dell’Europa centrale. Un romanzo di spionaggio, dunque. Ma non solo, perché già nella succinta trama compare un altro genere, quello del romanzo di formazione: l’agente fuori servizio è prodigo di consigli e osservazioni su come si deve svolgere questo delicato lavoro, oltre che di particolari sulle avventure vissute.
Consigli, osservazioni, avventure, considerazioni, ricordi: la narrazione è composta unicamente da questo, e si rovescia come l’acqua di un bicchiere rovesciato, senza una meta precisa, senza confini. Il narratore divaga, interrompe il racconto, passa da un ricordo all’altro, ignorando, confondendo il suo ascoltatore (i suoi ascoltatori, quello del romanzo e il lettore). Un monologo a tratti interrotto da domande alle quali non sempre vengono date risposte, spesso ribattute con fastidio e insulti più o meno velati, o del tutto snobbate. Un ascoltatore denigrato, di cui veniamo a conoscenza solo dei difetti fisici (le orecchie, il naso) e delle carenze intellettive e scolastiche (non conosce né l’inglese né il latino). Il critico Vladimír Macura ha osservato che questo narratore ricorda Insulti al pubblico di Peter Handke (“Agenta Munchhasena přirody a skúsenosti”, Slovenské Pohľady, 1989, 9, pp. 41-47); o forse sarebbe più appropriato scrivere che “gioca a ricordarlo”.
Ed ecco una delle chiavi di lettura di queste 140 pagine: il gioco. L’autore, attraverso questo suo narratore egocentrico, stereotipo di se stesso, gioca con il lettore e con la letteratura. Gioca con i generi, quello dello spionaggio innanzitutto, quello di formazione (con il colpo di scena finale), e, a guardar bene, tocca anche quello della memorialistica con il suo narratore dai ricordi grotteschi, irreali di una vita fuori dal quotidiano.
Gioca, Vilikovský, gioca con tutto e con tutti: con la letteratura, i suoi generi, il rapporto autore- narratore-lettore.
E non si ferma qui. Così come gioca con la letteratura, prende per il naso la storia e soprattutto i miti. In spettacolari pagine Vilikovský mette in scena la migliore parodia, il miglior smantellamento della mistificatoria propaganda nazionalistica che caratterizza la cultura slovacca (ma non solo) dal “risveglio nazionale” ottocentesco al comunismo, e oltre. Memorabili i commenti su svizzeri e romeni, impareggiabili quelli su slovacchi e cechi. Le pagine riguardanti la Slovacchia traboccano di citazioni, rimandi ininterrotti a testi e autori divenuti culto della nazione e della letteratura slovacca. Giustamente la Mura ha preferito limitarsi alle note indispensabili per il lettore italiano, senza aggiungere spiegazioni che avrebbero comunque difficilmente aiutato a capire i rimandi, a volte sottili a volte smaccati, dei quali Vilikovský ha intarsiato il romanzo.
A una lettura più attenta appare inoltre un’ulteriore chiave interpretativa, un ulteriore livello di indagine dell’autore. Il richiamo a Handke non si esaurisce infatti nel violento rapporto narratore-ascoltatore-pubblico. Come Handke, Vilikovský, con il suo gioco della parola, denuncia la lingua e la parola come falsità, impossibilità di comunicare, di contenere ed esprimere la verità. Una lingua, scrive la Mura nell’introduzione, che “usa tutti i registri possibili e tutti i linguaggi possibili” (p. 10), ma che non si limita a rispecchiare la mistificazione della letteratura o dei miti, affrontando quella del contatto umano che è dietro la parola. Una sfiducia nella capacità stessa dell’uomo di comunicare, e quindi stringere rapporti umani, perché, se “il cannocchiale della solitudine deforma e fa sembrare vicino chi è lontano”, allo stesso tempo allontana chi è vicino, marchiando il fratello come Caino (p. 119). In un mondo dove chiunque sia vicino è un possibile Caino, non c’è posto per la vita quotidiana, per qualunque forma di spontaneità. Al posto dell’empatia, domina l’apatia, non vi è alcuna possibilità per la sensibilità e l’umanità, la vita diventa “solo un aspetto” (p. 67), e non il più importante, di questa realtà.
Il sorriso e la risata profonda per l’assurdo si vanno sfumando di amarezza al pensare che questo gustoso romanzo è, appunto, una parodia e che quindi nasce da una realtà concreta. Questo libro viene pubblicato nel 1989, ma non è un prodotto di quel decennio. Nello stesso anno Vilikovský pubblica, assieme a È sempre verde…, anche Eskalácia citu [Crescendo del sentimento], in parte già pubblicato su alcune riviste letterarie negli anni ‘70, e Kôň na poschodí, slepec na Vrábľoch [Il cavallo sul piano, il cieco a Vrábľe], scritto dopo la pubblicazione di Prvá veta spánku [La prima frase del sonno], nel 1983. Vilikovský durante il periodo della cosiddetta “normalizzazione”, a seguito dell’invasione della Cecoslovacchia del 1968, ha sempre pubblicato poco, ma non ha mai smesso di scrivere. Ed è in quel periodo che scrive È sempre verde…. Se prendiamo in considerazione che Kôň na poschodí, slepec na Vrábľoch contiene la novella Extrémna osamelosť [Solitudine estrema], che racconta di un matricidio, appare evidente anche solo dai titoli che emozioni estreme e solitudine siano temi centrali della produzione di Vilikovský. Temi come la fisicità e il corpo, la lingua quale strumento di pensiero e comunicazione, la necessaria consapevolezza della realtà umana e sociale, vengono affrontati, analizzati senza alcun eccesso di patetismo, ma anzi sondati con un occhio disincantato, ironico e sarcastico, un occhio che osserva situazioni spesso estreme, interessato più alla lingua con cui vengono poste le domande che alle risposte; un occhio formatosi nella cultura degli anni ‘60, nella “sensibilità” di quel periodo storico-culturale, quando uno degli aspetti più evidenti era la ricerca dell’uomo, di una “educazione sentimentale” verso l’altro (Educazione sentimentale a marzo è peraltro il titolo del primo libro di Vilikovský, pubblicato nel 1965). E per capire quale catastrofico presente sia poi subentrato bisogna osservare che l’occhio ha dovuto sostituire gli strumenti di indagine, “dal microscopio al cannocchiale, ma questo cannocchiale è necessario ribaltarlo ancora affinché questa mostruosità la si possa in un modo o nell’altro vedere nel suo insieme” (V. Mikula, “Krajnosťou k miernosti,obscénnosťou za lepšiu budúcnosť”, Slovenské Pohľady, 1989, 9, pp. 41-47). Di ciascuna lettura Vilikovský fornisce sempre la chiave nel testo, indizi sapientemente sparsi come si addice al miglior romanzo di spionaggio, basta saperli cercare.
È sempre verde… è un romanzo affascinante in ciascuno dei suoi livelli compositivi, che mantiene il proprio carattere anche nella traduzione, pur con le “inevitabili perdite” (p. 11) di cui il lettore è avvertito nell’introduzione : “chi potrebbe affermare di conoscere la letteratura slovacca? Ben pochi immagino. Come in pochi saprebbero citare il nome di almeno un paio di autori di quel giovane paese europeo”, scrive Luca Sebastiani nella sua recensione al libro apparsa su www.caffeeuropa.it. Capire quale opera possa incontrare, se non il consenso, almeno la curiosità del pubblico è cosa ardua, ancora di più se proviene da una letteratura sconosciuta, che desta poco interesse nell’ambito culturale italiano. In una tale situazione di vuoto scegliere chi e cosa tradurre è molto difficile, perché è necessario un testo di ottimo valore letterario che permetta di illustrare la maturità del paese di origine, oltre che dell’autore stesso, ma contemporaneamente in grado di coinvolgere il lettore nelle cui mani il libro è “capitato”. E, a nostro parere, È sempre verde… ci riesce egregiamente.

 
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