M. Viewegh
Il caso dell’infedele Klára
traduzione di A. Catalano, Instar libri, Torino 2005
(Recensione di Marzia Cikada)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 485-486
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“Posto che noi sentiamo l’altro così come egli sente se stesso, noi dovremmo odiarlo se lui trova se stesso odioso” (Nietzsche). Viene difficile chiudere un libro come Il caso dell’infedele Klára e non lasciarsi andare alla tentazione di una citazione, tanto ne è zeppo sin dalle prime pagine. C’è in Viewegh un gusto particolare per il richiamo, l’appello ad altre voci, il farsi forza con il già detto. Ci scorrono davanti Kundera, Greene, Brousek, Fowles, Salinger e non a caso forse, proprio quello di cui lo stesso autore viene declamato erede è il primo della lista. Aggiungiamoci poi una fila di cantanti, poeti appena sfumati, riviste di dubbio gusto femminile. Il fardello è allora quasi completo e la vera infedeltà viene a galla.
Cosa leggiamo quando leggiamo Il caso dell’infedele Klára? Un libro che parla della gelosia, nella sua più classica e triangolare architettura. Lui, lei e l’altro. Solo che l’Altro è un investigatore che dovrebbe spiare Lei ma che poi la protegge dallo svelamento delle sue infedeltà per amore di Lui per poi, però, amarla al posto di Lui, meritando il necessario castigo. Un romanzo nel romanzo, dove lo sguardo dei due uomini si confonde e di quello di Lei non rimane che un colore verde e poco d’altro, come se fosse impossibile incarnare sul serio il desiderio.
Una storia sulla gelosia quindi? Gelosia come rispetto delle regole che sanciscono l’esclusività del sentimento amoroso e dilaniano di atroci sofferenze chiunque ne sia colpito, che si tratti di un semplice uomo tra gli uomini o, come nella storia proposta, un noto scrittore come Norbert Černý? Se così fosse la linearità del racconto, la semplicità delle parole, non renderebbe merito ai tanto decantati dolori di un uomo, al suo amore tradito, alla disperazione che lo porta a passare dalla penna alla pistola. Gli intrecci che l’autore cerca di “sporcare” con qualche vaga pennellata di sesso orientale sono invece troppo nitidi davanti all’occhio del lettore per renderli maliziosi, non c’è traccia di sospetto che vi sia altro da dire per tutte le 183 pagine del libro, tanto più che iniziamo la lettura proprio sapendo già la fine di tutto, vivendola come un tranquillo percorso a ritroso.
Inoltrarsi nella trama risulta facile e Viewegh, già autore in patria ceca di best seller come Quei favolosi anni da cani, sa condurre con maestria la lettura a suo piacimento, scegliendo la velocità da dare agli eventi. La chiarezza del suo intreccio e la schiettezza del suo lessico (merito anche della traduzione) ci porta però a vivere per questi suoi personaggi una annoiata compassione che ci lascia a fine pasto insoddisfatti, con le labbra asciutte e una punta di appetito. Il pranzo a cui ci ha condotto non ci appesantisce ma neppure riempie, come se si aspettasse ancora una portata, che sul menù non è segnata, ma noi sappiamo di dover aspettare. Quindi capita di chiudere il libro e di sentirsi come prima di averlo aperto ma con in più la sensazione di aver aperto un breviario, un libro che continuamente chiama in aiuto altri, come se non fosse in grado di bastare a se stesso.
Ma è proprio in questa fitta rete di richiami e citazioni, nel vedere lo scrittore incedere lento sulle orme degli altri che si intravede infine la portata nascosta, il gusto che mancava. Dimostrato tutto un mondo di eterne menzogne, l’autore strizza l’occhio a un genuino bisogno di autenticità. Trasuda da tutto il romanzo un senso della verità che, spogliato finalmente delle bugie come contorno necessario si mostra nella sua più pura essenza di contraddizione aperta.
La verità veste il personaggio di Rút, seconda moglie dell’investigatore protagonista e che con lui vive un rapporto di sincerità imbarazzante, discorrendo insieme dei reciproci tradimenti con la naturalezza delle cose semplici e che con lo stesso divide una esperienza di sesso a tre riuscendo a non risultare smaccatamente provocatoria ma anzi rendendola piacevolmente scontata, quasi familiare. Rút, come la verità, sfugge alla morale, la sua figura la si ritrova delicatamente adagiata in una illusione di perfezione talmente alta da farsi intoccabile, indicibile, vera. Alla fine sarà l’unica a restare indomata e viva mentre i due protagonisti maschili si scioglieranno al fuoco delle loro stesse invenzioni, per morte da arma da fuoco l’uno e per follia amorosa l’altro, entrambi sacrificati per preservare la verità. La loro fine è monito ad una condotta che sia capace di districarsi nel complesso gioco di specchi intessuto dalle stesse bugie, necessarie a mantenerne le regole da cui si viene ammoniti. La storia del gatto che si morde la coda. Nessuno sembra potersi dire innocente e cercare l’autentico diventa una missione con l’odore dell’impossibile.
Che cosa faremo, in fine, noi tutti con Klára? La lasceremo riposare nel fondo delle nostre coscienze, spiacevole fino a divenire adorabile o piuttosto adorata per il gusto di renderci spiacevolmente umani.

 
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