M. Kononov
Nuda. Mucha, la piccola pioniera
traduzione di C. Zonghetti, Meridiano Zero, Padova 2003
(Recensione di Marzia Cikada)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 265-267
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Lo ammetto. Non è stato facile avvicinarmi alla lettura di questo romanzo di Kononov. A ogni pagina sfogliata scoprivo una voce più stridula, sotterranea a quella più esplicitamente narrante, e questa voce confondeva le immagini e impediva il fruire della lettura. Ho cominciato a cercare cosa fosse. Perché non era una difficoltà dovuta al tema arduo della violenza sessuale, benché la piccola pioniera è valsa a suo tempo all’autore un’accusa di pedofilia, e non era neppure una fatica legata al sottofondo di revisionismo nei confronti della storia russa, già criticato a Kononov e che pure ha spinto tante mani a scrivere in quegli stessi anni. Solo verso la fine della lettura ho avuto modo di capire. Lo sforzo che mi segnava pagina dopo pagina era nel sentimento della partecipazione. L’irritazione che provavo era la stessa dell’autore. Ma andiamo per ordine. Il romanzo di Kononov viene scritto negli anni Ottanta ma trova un editore solo parecchio tempo dopo, nel nuovo secolo. Chi è Mucha, la nuda del titolo? Mucha è una ragazzina. Una quindicenne. Una piccola pioniera, cuore pulsante della gioventù comunista. Cosa fa Mucha? Vive i suoi quindici anni in prima linea, trascorrendo gran parte della sua giornata su luridi materassi a compiacere gli sfoghi sessuali degli ufficiali di tutta l’Armata rossa, a inventare improperi e a vedersi strappare le mutande. Perché lo fa? Perché da ragazzina qual è, è una devota, e, sebbene la sua patriottica missione rivesta i panni dell’assurdità, le sue sono le gesta di una credente. Mucha ha fede nella vecchia Russia di Stalin e crede che qualunque cosa accada è giustificabile perché in fondo “la guerra è guerra, PUZZONA PORCA!” e, tra tutto ciò che accade, poco peso ha soddisfare le voglie degli ufficiali, se poi si ha la possibilità di accedere al Komsomol e di sentirsi parte di qualcosa, finalmente riconosciuta con una propria appartenenza. Siamo nel periodo del conflitto bellico contro i nazisti e per tutto il romanzo si avverte una battaglia ideologica prima che militare, pagina dopo pagina viene dipinto un affresco ridicolo delle imprese dell’impero. Eppure già nelle stilettate affondate contro la filosofia dell’eroica patria, qualcosa va oltre. Certo, una vena satirica piuttosto visibile attraversa la narrazione ed è presente il fantasma della revisione storica, intento a tirar giù i drappeggi dorati che coprono una guerra fatta di tante ombre, certo ci sono tratti di eccessiva attenzione alle morbide carni di questa quindicenne e gli otto capitoli sono infuocati, ma da quale fuoco? Le vicende di Mucha sono raccontate con satira graffiante. Vero. Ma non abbastanza per nascondere il vero dolore di Kononov. Nella descrizione della morbosità in cui la protagonista vive il suo credo rivive un mondo di ideali che trasforma il dovere in missione e questa in ossessione. I personaggi che si susseguono sono emblematici di un esercito alla rovina, dove vige l’assurdo, nel fare grottesco dei soldati non c’è solo ironia e neppure un vago tentativo di analisi critica. La storia di Mucha è la denuncia dell’unica strada possibile per la salvezza, strada che passa attraverso le allucinazioni di un benessere più alto, da perseguire fino alla morte, invenzione di un potere impietoso che trasforma in suo utile il bene adolescenziale dell’ingenuità. È rammarico quello che impasta le parole di Kononov. Lo stesso autore non poteva sostenere tanta amarezza ed ecco che regala a Mucha la possibilità di sognare, di evadere quando la notte è troppo fredda per darsi pace. Nella notte, alla piccola pioniera è dato di volare al di sopra del suo mondo in guerra e di diventare la Gabbianella, eroina capace di ergersi oltre il dolore di una vita sacrificata a un sogno malsano. E di cercare così le voci perdute del suo passato, quella infanzia bruciata al sacro fuoco della patria, fuoco che minimizza a sfondo tutto il resto, che brucia al suo altare genitori e primo amore. Durante la lettura mi sono persa nella matassa dei proverbi popolari, nel mondo tutto sovietico dei valori dell’eccesso, dove Stalin vige come una divinità, per incastrarmi poi nella denuncia ai danni del generale Zukov, nome di battesimo di Georgij Ukov, additato ai più per il vizio di uccidere a bruciapelo i soldati tornati vivi dai combattimenti, e in altre minuzie del genere. Episodi accompagnati naturalmente da descrizioni di cannibalismo o da un sistematico smantellamento dell’immagine dell’eroe, peraltro, diciamocelo, necessaria in una guerra, o ancora nelle sfumature accese dell’oltraggio alla giovane carne di Mucha. A fine lettura, riaprendo il libro, sono riuscita a trovare come incollare tutto questo. Solo allora, quando ho potuto rileggere la dedica a “coloro che ci salvano” e, finalmente, parteciparvi. Ma non prima di aver sentito lo stesso freddo sentito da Mucha sulla panca di legno su cui trascorreva le sue notti. Allora sono potuta correre oltre, finire nel post scriptum, ormai fondamentale, e trovare l’autore, pronto a svelarmi il motivo di tanta partecipazione, sentendo il fiato caldo che aveva spinto avanti la sua mano. Nella postfazione ho conosciuto Valentina Vasil’evna, scrittrice e combattente, donna che parla perché ha vissuto la sua guerra e muove la mano di Kononov spingendola al ritmo della sua esperienza. Protagonista reale della guerra combattuta da Mucha, la Vasil’evna cercherà di raccontare di nuovo e per sempre la sua storia, ma, nell’atto di rendere finalmente il nero su bianco, si rompe dannatamente un braccio e la penna di Kononov si intinge nel risentimento, nell’amarezza di vedere superato il limite della comprensione. È questo il dolore che si fa largo nelle pagine del romanzo, vestito con i panni della fantasia, per girare grottesco nel fango, tra i militari e nelle loro mani infilate nel corpo di Mucha. Un dolore rabbioso che diventa invocazione sulle labbra dell’autore, che scrive: “forse che tu non senti il dolore? […] Che sia il Tuo amore, disperando della via crucis del bene, a perseguitare l’uomo come una moglie brontolona, come il figlio di una ragazza-madre bistrattata che pretende attenzioni, affetto e severità non femminili, diverse, certe, che potrebbe dargli solo un padre? Ma Tu non sei il nostro Padre, Signore? Non sei tu il primo a preferire la libertà di un diavolo tentatore o di un padre che deve pagare gli alimenti e che vuole riscattarsi dai suoi figli affamati con le briciole della tavola di un’esistenza, di un sapere e di una felicità sterminate?”. E mentre Kononov faceva i conti con Dio, io comprendevo finalmente tutto il romanzo e partecipavo della sua rabbia, vedendolo scrivere della piccola Mucha, seduto sulla sua sedia a rotelle, dove da anni è immobilizzato dalla sua infermità. Nel tentativo di capire ha scritto una storia acre e dolorosa, pulsante e pornografica come lo è il dolore quando non trova spiegazioni. Kononov è una Mucha privata del sogno, che si aggira desolata a guardare con meraviglia i bambini che dormono e fanno l’effetto di una “bella lampadina che gorgoglia di onde dorate e si accende di arcobaleno” e, come la ragazzina nuda, si chiede dove siano finiti quei bagliori, chi glieli abbia portati via e se tutto ha veramente un senso. Chiudendo il libro, l’unica bestemmia contestabile è quel “Deus conservat omnia” odoroso di rancore e affatto di consolazione che capeggia il quinto capitolo. Dopo aver tanto preso parte al gioco, lasciando in pegno i propri sogni e i propri arti, quanto la divina preservazione è una benedizione e non invece una amara pena?

 
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