A. Slapovskij
Il giorno dei soldi
traduzione di F. Guerra, Voland, Roma 2003
(Recensione di Marzia Cikada)
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. 244-245
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“Se potessi avere, mille lire al mese”, risuonava una vecchia canzoncina italiana degli anni Quaranta e a quei tempi, nell’ascoltarla, si dava il via a tutto uno sciorinare di sogni che una tale possibilità avrebbe reso realizzabili, una casina comoda e carina, piccoli regali altrimenti impossibili, un po’ di felicità. Aleksej Slapovskij, classe 1957, scrittore poliedrico di materiale televisivo, canzoni, prosa, nonché redattore del giornale Volga, immagina invece cosa accadrebbe se un quantitativo ben meno modesto di denari, finisse nelle mani di tre eroi da romanzo, nella cornice della sua città natale, Saratov. I tre "bencapitati", infatti, di denari ne trovano parecchi, la bellezza di 33 centoni russi e 330 dollari americani, tutti insieme, un gruzzolo cospicuo che si abbatte sulla loro vita come una bomba. Ora, a dire il vero, è capitato spesso un po’ a chiunque di augurarsi un insperato ritrovamento monetario, di fantasticare su quanto sarebbe stato reso fattibile da siffatto “regalo” del destino. Ebbene, l’aspetto tragico dell’evento diventa argomento narrativo per Slapovskij che svela, nelle 182 pagine del suo libro come, tutto sommato, non sarebbe gran cosa, anzi, sarebbe infelice occasione per il malcapitato scopritore. Nello specifico i malcapitati baciati dalla fortuna sono tre monumenti all’anima della Russia, tre uomini straordinari nella loro inconcludenza, meravigliosi nella loro umanità così spiccata da apparirci di una semplicità diabolica. Si diverte l’autore a giocare con i suoi tre figliocci, incastrando nelle pagine della storia sue diverse apparizioni, cammei che ci ricordano, soprattutto, quanto Slapovskij ami quello che racconta e usi l’ironia come un linguaggio universale capace di tradurre il suo amore in una gustosa novella dal sapore picaresco. La storia è semplice, cosa ne farebbero i tre sopraccitati russi di tanti soldi se avessero a trovarne in tali curiose circostanze? Il lettore si avvede presto che l’unica vera risposta è che non saprebbero che farsene. Infatti tutto il dipanarsi della trama non è che un tentativo di cercare soluzione a un dilemma irrisolvibile. Prima si sognerà di fare qualcosa per sé, si imbastiranno grandi sogni su futuri possibili, poi si concluderà di doverci fare beneficenza, migliorare la società passando prima per i bisognosi e poi per i meritevoli. In fondo il pensiero tornerà sulle loro teste come un boomerang e di nuovo si penserà di usarli per sé, per far star tranquille le famiglie e per realizzare quel viaggio sognato ma mai fatto, che è l’ultima possibilità di cambiare vita e farsi vedere per quanto veramente si è.
Ma è proprio lì che l’essenza del romanzo si palesa. Lo spirito dell’uomo russo è maestoso proprio per il saper desiderare tanto fortemente quanto poi non riece e non vuole realizzare. Esemplificativo è il racconto di Drago sulla donna perfetta. Tra l’altro, dei tre, Drago è certamente quello che più di tutti incarna l’alter ego dell’autore nonché la coscienza perfetta del romanzo, voce chiarificatrice ogni qual volta ci sia da definire la filosofia che soggiace alla storia. Nell’esporre il racconto della donna perfetta, a cui tutti aspirano ma che poi da tutti viene puntualmente abbandonata, annoterà infatti che è nella natura umana aspirare a un ideale, ma poi non riuscire a reggerlo. Nel sottile equilibrio tra quanto si dice, quanto si vorrebbe e quanto si è ostinati a far in modo resti un sogno da realizzare e non una realtà concreta, scomoda come una brutta spilla appuntata in vista sulla giacca, si manifesta la meraviglia di questo popolo di sognatori ubriachi, generosi nel condividere una sana bottiglia di vodka e determinati, solo un momento dopo, a deprecarsi per la propria natura sconclusionata.
Il giorno dei soldi resta un canto d’amore, mitigato da uno sguardo onestamente divertito, che si innalza a trattato di filosofia di vita sulla Russia post-sovietica. Godibile nella cascata di eventi che si rincorrono, veloce nello scorrere da un personaggio all’altro, pagina dopo pagina ci offre l’affresco variopinto di una società che si è trovata a fare la rivoluzione comunista solo per il sogno che fosse veramente una società che potesse essere senza soldi. Il solito Drago spiegherà che “l’uomo russo si sente umiliato da questa specie di corrispettivo cartaceo o metallico del suo lavoro, della sua vita, della sua esistenza” e “se la faccenda del comunismo fosse apparsa all’anima russa come possibile, l’anima russa non l’avrebbe mai neanche considerata. L’ha considerata proprio perché impossibile. Proprio dal desiderio di realizzare l’impossibile sta tutto il senso della rivoluzione”. E così sia.
Da protagonisti assoluti del titolo, i soldi vengono declassati al posto che si ritiene meritino, una nota a fondo pagina, una quisquiglia risolvibile, un dilemma di cui si può discutere a tavola, circondati da tutta l’umanità russa che si può immaginare intorno allo stesso tavolo, proprio come la riunisce il nostro Drago/Slapovkij sul finire della sua avventura, nonché della sua dichiarazione d’amore, ormai tanto spudorata da sembrare eccessiva. È l’amore per la piccola patria che si raduna per brindare all’amico che sta per partire, una popolazione di uomini giusti e donne forti, di mille volti da raccontare tutti, di speranze deluse e bottiglie stappate. Nella sua personale rivoluzione letteraria, lo scettro del potere lo ha conquistato la gente di Saratov e finché ci saranno queste donne e questi uomini, capaci ancora di sognare, l’autore sembra suggerire al lettore di tirare il fiato che non tutto è perduto, che non sarà l’avidità a uccidere questa gente, almeno finché si potranno mettere insieme gli spicci per una di quelle buone. Salvo poi, nella più umana incoerenza, continuare a canticchiare vecchi ritornelli e fare l’elenco di quello che sarebbe possibile fare con ingenti somme di denaro lasciate a sbattere contro i nostri piedi da un destino con il gusto della burla.

 
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