A. Stasiuk
Corvo Bianco
traduzione di L. Quercioli Mincer, Bompiani, Milano 2002
A. Stasiuk
Il cielo sopra Varsavia
traduzione di L. Quercioli Mincer, Bompiani, Milano 2003
(Recensione di Marzia Cikada)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 299-300
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero
Questo è il diario di un esperimento. L’esperimento si svolge nel modo seguente. Ci si sveglia in una giornata qualunque, meglio se soleggiata, comunque non troppo, ci si veste, si scende in strada e si cammina. Si prosegue fino alla prima via che non ci smuove alcun ricordo, al primo vicolo muto, angolo che non ha storia, non una abbastanza vicina. Può capitare non si esca dal proprio quartiere. Il mio esperimento è, per esempio, durato solo pochi minuti. Il legame con la città è flebile, conosco poche strade, il più delle volte per il dovere di percorrerle andando a lavoro o per qualche consueta visita ad amici. Alla fine del mio esperimento, sono stata presa da improvviso rammarico e me la sono presa con Stasiuk, perché è dalla lettura dei suoi due romanzi editi in Italia da Bompiani, Corvo Bianco (2002) e Il Cielo sopra Varsavia (2003) che tutto ha avuto inizio.
Stasiuk è la voce che più è riuscita a farsi sentire nella letteratura polacca. Una voce che si è imposta senza urlare ma raccontando la fiacchezza che si è nel tempo insinuata tra la sua gente, una voce attenta nel racconto di una umanità che lascia confuso il lettore, coinvolto da uno sguardo che si estende su una generazione delusa, la cui vivacità è stata avvelenata da promesse sfumate e si ritrova senza allegria a percorrere strade spesso interrotte in vicoli ciechi. Il tono delle storie si Stasiuk è sempre rarefatto, la storia si delinea come sfondo, non immerge mai le sue unghie nella carne e non lo fa perché ben altro ferisce nella voce di Stasiuk. Leggendo ci scuote il rammarico con cui lo scrittore accenna le cose. Personaggi, volti, accadimenti e strade, su ogni luogo aleggia un senso della distanza proprio di chi, fino a poco prima, era immerso fino al collo in quanto descrive nella lontananza.
Stasiuk è un autore che, per poter continuare a vivere il suo tempo, lo ha dovuto scrivere e, scrivendo, ha trovato il modo per continuare quella defezione dallo stato delle cose che lo ha portato alla militanza nel movimento pacifista prima, segnando la storia degli anni Ottanta, e a scontare la condanna di un anno proprio per diserzione sotto regime filosovietico poi.
In Corvo bianco l’immagine si una foresta coperta di neve, è lo scenario per la storia di cinque amici che si conoscono da sempre e si trovano a vivere un’avventura che li coinvolge dentro e fuori, in una spedizione che li trascina in una spirale di eventi diversi ma che per avere inizio avrà bisogno dell’omicidio di un poliziotto. Dopo questo primo oltrepassare la regola, la storia si inoltrerà nella desolazione degli eventi, immergendosi in una natura lontana dagli uomini a cui non è possibile ritornare, cambiati da quello che sono stati, da quello che hanno costruito o si sono illusi di aver fatto. Non troppo distante, per certe sfumature, la trama de Il cielo sopra Varsavia, dove il protagonista, Pavel, si sveglia in una casa devastata, perquisita, e la baraonda, che lo trascinerà disperato per le strade di Varsavia, causa la necessità di evitare l’incontro con la malavita cui deve molto, troppo, e che nel tentativo di trovare una via di fuga, lo porterà a chiedere aiuto a un vecchio amico, che gliene offrirà ma a caro prezzo, con la moneta sonante del tradimento, attuato ai danni di un amico comune.
In entrambe le storie il posto d’onore è per la desolazione, per la solitudine, per la lotta contro un passato in cui si è creduto ma che ha tradito, ha lasciato ferite al cui altare si deve, per altro, sacrificare ancora per aver un incerto giovamento. “Che razza di schifezza” dice Bandurko, protagonista di Corvo Bianco, dando il via alla storia. La schifezza è la neve fresca, in cui si resta impantanati e immobili. La stessa neve che cade all’inizio de Il cielo sopra Varsavia, di notte, come a cancellare al risveglio i segni di quanto è stato.
L’inchiostro con cui Stasiuk scrive ha il colore del rammarico dolente, rammarico per le energie spese per la sua Polonia e abbandonate a loro stesse, deluse come quanti, credendo di trasformare il potenziale del socialismo reale in concretezze, si sono trovati soli di fronte alla storia. Gli uomini di Stasiuk hanno il passo lento e cadenzato di chi ha nostalgia di quando si credeva in qualcosa, desiderano un’idea capace di scuotere il loro torpore deluso ma non trovano molto e sprofondano nella neve, fresca e perciò detestabile perché senza precedenti. In uno sprazzo di vitalità, Wisiek, in una curiosa carnevalesca serata dice: “mi dispiace ma voglio avere a che fare con degli esseri umani” , eppure, il suo entusiasmo viene preceduto e spento da chi non può che rammentargli che, purtroppo per tutti, non sta inventando niente di intelligente.
Ma torniamo all’esperimento da cui si era partiti.
Perché una definita vitalità filtra la voce di Stasiuk, rendendo possibile la sua espressione, pulsando nel leggerne le pagine, permettendo di non precipitare sotto i colpi della decadenza delle idee. Quanto è forza in Stasiuk, è il vigore con cui vive i suoi luoghi, la potenza che oltrepassa il racconto e conduce alla consapevolezza che il primo dovere è l’appartenenza. Soprattutto in Il cielo sopra Varsavia, Stasiuk ci conduce per mano alla fonte della sua resistenza. Comprendiamo allora, come si possa ancora sentire dell’entusiasmo nelle sue storie, seppure mimetizzato tra le alte fronde della disillusione. E’ la città che salva lo scrittore. Le strade sono una rete capace di non far perdere l’equilibrio, di mantenerci lucidi, in piedi tra gli eventi. Percorrerle è avere memoria e la memoria ci ricorda la nostra provenienza, rammentandoci che apparteniamo a una storia. Stasiuk vive nei Carpazi da anni ma conosce Varsavia come si conosce una vecchia moglie, le si potrebbero declamare a memoria nei, rughe, pieghe della pelle ma resta la compagna di vita che si è scelta, non possiamo sfuggire al suo abbraccio. La fuga di Pavel tra le strade di Varsavia ci conduce tra i suoi vicoli, le sue strade, la sua memoria. Non si segue più il protagonista perché si rimane fermi a sentire la voce della città, si rimane immobili su via Kijowska, presto spenta, via Rutkowski, da cui si riversa una corrente multicolore, via Nowy Swiat e le sue vetrine ricolme di oggetti o nelle periferie con i loro vezzeggiativi. Si sente allora di possedere abbastanza, perché si è sentita la storia che trasuda dai muri della città e questo ci permette di continuare il cammino anche se appesantiti da un fardello di mancanze. Scriveva Montale in Limoni: „Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo / nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra / soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase”. Viene allora voglia di sperimentarci, scoprendo che solo prendendo possesso della storia, imparando meglio le nostre città, avremo modo di alzare gli occhi al cielo, accettandone e godendo dei pezzi che ne restano, appesi tra i tetti dei condomini come lucenti promemoria.

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli