Venedikt Erofeev
Tra Mosca e Petuški
traduzione e cura di Mario Caramitti, Fanucci, Roma 2003
(Recensione di Marzia Cikada)
eSamizdat 2004 (II) 1, pp. 188-190
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Le fredde notti invernali dell'ultimo periodo invitano al tepore riconosciuto delle abitudini. Lo slancio della primavera riporterà il fermento tra i pensieri, ma non in questi giorni di gelo, con il vento a scompigliare anche gli umori più stabili. Il desiderio è ritrovarsi in casa, con poche facce amiche e la certezza di meritarsi la mitezza del conosciuto. La salvezza è una coperta che arrivi a coprire i piedi. Ma la salvezza è tutt'altro che gratuità e non tutte le coperte arrivano alle estremità. La strada verso casa è nascosta da piante cannibali e distorti valori, ci sono dazi da pagare e bocconi amari da ingoiare e, seppure la si dovesse scorgere, è probabile che qualche buontempone abbia mangiato le molliche messe a indicare la via. Non di meno è dato smettere di anelare all'utopia. Occorre tentare, stipare tutto in preziose valigette e iniziare il viaggio. Avvicinarsi al sole, anche se non ci sarà altra fine che la rovina.
Vendikt Erofeev scrive nel secondo novecento russo la storia di un tentativo. Un romanzo complesso e spigoloso, dove è possibile annegare nel tentativo di trovare una univoca chiave di lettura. D'altro canto, lo stesso annegare sarebbe in linea con lo spirito dell'autore, che camuffa la sua amara sincerità tra le gradazioni alcoliche di cocktail di sua creazione. Col sorriso orgoglioso, da benefattore, l'autore provvederà a dettare la formula del "Balsamo di Cana", della "Lacrima della giovane comunista" e di altre ricette nate per salvare dal tedio di bere solo vodka, colpevole di produrre alla lunga solo fiacchezza e vanità, e accompagnare il bevitore tra stati diversi, inebrianti quanto metafisici. Le dosi dei cocktail di Erofeev vanno ben misurate e gli ingredienti scelti con cautela, la stessa che si deve usare nel leggere Tra Mosca e Petuški, perché si "vive una volta sola, perciò è meglio non sbagliare le ricette''. Quindi torniamo al romanzo, anzi, al poema. Il tema del viaggio, da Mosca a Petuški, sembrerebbe un tema già sentito. Ma il viaggio che si intraprende tra le pagine di questo romanzetto è qualcosa d'altro. È una caduta dall'altra parte dello sguardo, dove poco rimane di intoccabile e dissacrare resta l'unica via di fuga. La vicenda è di per se lineare, se non fosse per tutte le incursioni nel fantastico e i sogghigni che si intravedono pagina dopo pagina. Venedikt, un alcolizzato, intraprende il suo cammino dalla stazione di Kursk verso Petuški. Durante il tragitto avrà modo di incontrare compagni di viaggio bislacchi, angeli del Signore, santi e farabutti, tra cui troneggia il controllore Semenyč ma soprattutto, berrà. Bevendo verrà assalito da incubi che lo porteranno al terribile sospetto: che il suo viaggio non sia nella direzione di Petuški, dove troverà ad aspettarlo suo figlio e la sua donna, ma in verso contrario, verso l'orrore quotidiano e la fine. Sarà infatti la stazione di Kursk a fungere da punto di partenza e di arrivo, una circolarità senza scampo di un andare che poco importa sia stato immaginato o meno. Qui Venedikt verrà inseguito da quattro figuri mal intenzionati che, raggiuntolo, lo colpiranno a morte. Fine della storia.
Ma cosa porta Venedikt al suo lungo viaggio in treno, mezzo proprio di un peregrinare caro alla religiosità popolare, che ospitò già il Dottor Živago? Si potrebbe convenire che sia l'unica occasione di evasione, benché fittizia. Infatti, la voce narrante ubriaca non riesce a celare che Petuški è anche punto di arrivo impossibile di un viaggio, per altri versi, improrogabile. Petuški è la pace negata in una terra che non offre altro che alcool contro le sue brutture. La lucidità diventa un lusso fulminante.
"È forse impossibile non bere?'', si chiedono in una delle tante pittoresche discussioni i parodistici compagni di viaggio del nostro viandante. La risposta non può essere che retoricamente affermativa. Persino chi sembra lontano dall'odore dell'alcool non farà che proiettare il suo desiderio di bere su quanto lo circonda, rendendolo, unicamente in conseguenza di ciò, grandioso (con buona pace di Johann von Goethe). Il lettore astemio non accetterà facilmente questa verità. Non farà invece fatica a riconoscere nella voce narrante lo stesso autore. Se sin dalle prime battute si arguisce il nome del protagonista, più avanti e a scanso di equivoci, verrà "svelato'' chiaramente che chi parla è lo stesso Erofeev, "naturalmente''. Niente di strano. Un tale poema non può che essere narrato dall'uomo che ha trasformato il suo dissenso in parola e il suo dolore in inchiostro alla Vodka, tanto coinvolgimento non potrebbe essere che autobiografico. Ma lo stesso autore non accetta di essersi tanto compromesso e dopo aver giocato per tutto il racconto con la sua nitida identità, se ne libera nelle ultime pagine, rivelando il paradosso di essere voce narrante dal mondo dei morti, rimasta a raccontare gli eventi dopo il suo omicidio. Erofeev si rivela un cadavere superstite alla sua stessa fine. Nato povero nel 1939 e, ugualmente male in arnese, spentosi nel 1990, è stato sempre in disaccordo con il suo tempo e la sua storia, non accettando mai nulla, viaggiando sempre in senso contrario a Petuški. Sin dalla sua prima satira, Zapiski psichopata [Diari di uno psicopatico], rende noto quanto gli stringa il vestito ben stirato dello scrittore. Nata a Mosca, in una stanzetta divisa con quattro compagni di studi, la sua prima satira colpisce il regime senza darsi la pena di inventar fronzoli, apparendo subito una dichiarazione di non accettazione dello stato di studente prodigio e come primo riconoscimento regala allo scrittore l'espulsione dall'università. Poi la sua vita sarà vissuta sempre sul bordo tra il genio e la follia, accompagnata dall'alcool e dalla malattia, guardata a metà tra la riabilitazione e la repulsione. Un autore scomodo per primo a se stesso, incapace di far altro che criticare quanto di quella Russia non gli andava giù neppure a forza di grammi e grammi di vodka. Cristo, Lenin, i celebrati eroi nazionali Minin e Požarskij, autori riconosciuti come Turgenev cosa dovevano contare per un uomo affamato e incapace di arrendersi alla sua Russia? Il nostro libercolo diventa l'autobiografia di un malessere che riveste di comicità simboli forti e riconoscibili. Su tutti, troneggia dalla prima all'ultima pagina, il Cremlino, magnificente residenza degli zar che nelle prime righe del romanzo Venedikt confessa di non aver mai visto e che, quando finalmente gli appare nelle ultime pagine, non poteva trovare momento peggiore. Quale è il tipo di violenza che ammanta le pagine di Tra Mosca e Petuški? La violenza di una realtà tanto terribile da non poterne parlare se non da sbronzi. L'alcool diventa l'escamotage e si fa rivelazione. Tutto il viaggio si trasforma nella visione della realtà finalmente dicibile perché tradotta nel linguaggio indefinibile, e per questo inequivocabile, della vodka. La stessa idea di una rivoluzione grottesca, concepita durante il viaggio e congegnata con attenzione al particolare, rivela una tale potenza profanante da superare i mostri sacri delle vere rivoluzioni.
Il romanzo di Erofeev coinvolge dissacrando quanto la cultura offre. Si estende al di là del quotidiano, rendendolo valore assoluto. Appurato che ogni giorno ci si nutre a ciarpame, Petuški diventa l'eden dove ognuno troverà la bellezza. Per Venička, la meta del viaggio è la perfezione dei beni più intimi, l'affetto del figlio e la voluttuosa compagnia della sua donna, che avvampa e beve sulla banchina dell'attesa. Un luogo dove, finalmente, è possibile concedersi il lusso di contraccambiare con dei doni al molto che ci si aspetta di ricevere. Doni come quelli che il nostro viaggiatore porta con sé per il suo bambino, ma di cui, inesorabilmente, verrà derubato insieme con la sua valigetta. Al pensiero di Petuški, l'alcool fa posto al miserevole desiderio di deporre le armi e ritrovarsi a casa. "Quando non ci sei sono molto solo, bambino mio!'', confessa Venedikt e sarà proprio per il figlio, nel ricordare un loro incontro, l'unico sorriso beato che non si trasformerà in ghigno. Se Borges raccontava di Ulisse che, stanco di meraviglie, piangeva d'amore nel vedere Itaca umile e verde, Petuški si rivelerà però, per Erofeev, una meta ben più lontana di Itaca e ben peggiore. Non ci sono eroi sul nostro treno e quindi non ci sono premiazioni e la meta ammantata di incantevole umiltà non potrà essere raggiunta. Non solo è lontana, peggio, è in direzione contraria allo svolgimento della storia. La tenebra notturna si scioglie sui sogni di gloria. La risolutezza con cui prende le distanze dall'umanità, porta il protagonista ad aspirare al sogno non potendo accettare diventi realtà. Non è dato a un povero pazzo altro che il dissacrante riso del dissentimento, giammai il pattume del lieto fine. Credere nella possibilità di un rosea conclusione merita una punizione. L'autore lo sa e, infatti, Venedikt perde la valigetta con i suoi doni, peggio, perde lo stato di grazia dell'ubriachezza, da eroe diventa zimbello. Lo stesso Satana gioca con lui fino allo svelarsi dell'unica realtà ("A Petuški non ci arriverà proprio nessuno!''), atroce sentenza sottolineata stavolta da un sorriso che non è più quello dell'autore ma quello inappellabile di una cannibalesca Sfinge, creatrice di enigmi al limite dell'osceno.
Sembrano non esserci vie di fuga nella terra degli uomini. Erofeev si affida, malconcio ma onesto, alla religiosità cristiana, sottofondo di parecchie riflessioni. Lo stesso, prossimo alla fine, invoca il Signore chiedendogli il perché dell'averlo abbandonato e l'immagine del Cristo, dell'uomo, cade come ombra sui chilometri del viaggio senza però lasciare troppa speranza.
Tra Mosca e Petuški ci porterà dovunque pur non andando da nessuna parte, arte del paradosso possibile solo agli scrittori capaci e alle anime disperate, in questo caso presenti in una sola voce. Pagina dopo pagina possiamo decidere di scendere o continuare a essere portati in giro da personaggi apparentemente inoffensivi ma di gran forza, una corte dei miracoli troppo somigliante a tante facce incontrate in tutte le storie di tutti i paesi, da concedersi la frivolezza di pensare che Venička pensasse solo al suo tempo e alla sua terra. Chiuso il libro, ripresi dalla sbornia e ancora incerti su quale strada seguire per dare al tutto giusta interpretazione, conviene fermarsi un attimo. Dietro la sfida lanciata con fare altezzoso, si cela il bisogno più semplice di qualsiasi narratore: raccontare. Nessun personaggio è quindi umano come il controllore, il temibile utopista Semenyč, che chiede a tutti vodka al posto di chilometri ma che dal nostro non avrà mai altro che parole, tutta la storia dell'uomo, tutte le parole che la sua Sherazade potrà raccontare. Venedikt celebra e punisce il cattivo controllore lasciandolo fradicio di alcool, semivivo, tutto sbottonato, ad una stazione intermedia, in preda al vomito delle sue multe in forma di vodka, unico a pagare per la debolezza d'aver desiderato ascoltare. Con concentrazione e distacco l'autore riflette se stesso, non risparmiando nulla e tutto criticando. Diffidente sul senso di ogni cosa, stanco di ricercare il significato, Venedikt ammetterà alla fine che "non si può passare tutta la via a tormentarsi con gli enigmi'', enigmi che, seppure finge di aver dimenticato, lo tormenteranno fino alla fine, quando, inchiodato al pavimento, martire del mondo, assolutamente fuori di sé, invocherà ``Perché perché... Perché perché perché!'' e non, come Čechov, "Versatemi dello champagne''. Eppure è proprio nelle ultime righe del suo poema che Venedikt trova come tornare a casa. Nel perdere coscienza per sempre, morendo, potrà concedersi di smettere i panni del pensatore dissacrante, per arrendersi al tepore di quella densa e rossa lettera "iu'' pronunciata dal figlio e negatagli dall'inarrivabile Petuški. Se tanto, in ogni caso, non si ha dove andare, la casa è l'incoscienza del sonno eterno e la morte è la coperta rassicurante che permette di essere voce tra i vivi, per raccontare di un viaggio che si ferma solo il tempo di ripartire. E il freddo della notte si fa tiepido al racconto.

 
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