Jordan Radičkov
L'anatra da richiamo
Traduzione e cura di Giuseppe Dell'Agata, Voland, Roma 2002
(Recensione di Marzia Cikada)
eSamizdat 2003 (I), p. 232
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Accade che, durante un viaggio, con la vista annebbiata da un paesaggio sempre uguale a se stesso, si perda il piacere di uno scorcio discorde. Stava per succedermi la stessa cosa quando mi è capitato tra le mani “L'Anatra da richiamo” di J. Radičkov, pubblicato per la prima volta a Sofia nel 1997.
Ad uno sguardo prevenuto potrebbe sembrare semplicemente la storia di Paoletto, anatra da richiamo in piume, ossa e stoppino da lampada a gas, legato alla zampa ad evitarne la fuga. Allo stesso sguardo il libretto potrebbe sembrare concepito solo per stuzzicare il diletto dell'autore, che dell'anatra racconta le giornate vissute facendo da richiamo agli stormi e poi la fuga verso la libertà per unirsi ad altre anitre selvatiche, in barba a stoppino e cacciatore. Ancora, la trafila delle lettere, tutte più o meno verosimili, presentate in risposta ad un articolo pubblicato sul locale “Giornale del Nord-Ovest” sull'accidente Paoletto, potrebbe apparire solo un esercizio di scrittura ricreativa, senza troppo da aggiungere. Ma se veramente fosse solo questo allora l'avrebbe vinta il preconcetto. Perché nel paesaggio delle storie possibili ci siamo abituati a sfondi sempre uguali, a buoni sentimenti e turbe adolescenziali, a battibecchi coniugali e ad una scrittura sopra le righe che raramente ci chiede di cercare altro. Anestetizzati da troppa letteratura urbana già solo sentir parlare del Nord-Ovest della Bulgaria disorienta il lettore non specialista, quando poi scopriamo che il protagonista della storia è una anatra, per giunta di nome Paoletto, allora dallo sconforto si passa all'indolenza. Tanto varrebbe aver viaggiato da dormienti, con la faccia appiccicata al finestrino.
Ma se si prova a guardare meglio ci si accorgerà di altro. Si leggerà di colpo un diverso romanzo. Si potrebbe scoprire, allora, che la povera anatra è solo un trucco, che il richiamo stesso alla libertà è uno schermo dove si riflette l'anima amaramente trastullata dell'autore. Cambiando angolazione si vede qualcosa di diverso che vale il viaggio. Il romanzo vive di continui rimpalli da un livello all'altro, in poche pagine l'attenzione viene ridefinita su temi e ragioni differenti, lasciando la possibilitàdi scegliere quale, tra i libri che spuntano da dietro le singole pagine, è il libro che si vuole leggere. Protagonisti della storia sono i popoli che si incrociano e incontrano tra le pagine del “Giornale del Nord-Ovest”, i bulgari ma anche i valacchi e gli zingari, la credenze che i turchi si reincarnino nei cinghiali, la dedizione ad una terra fatta di “forze soprannaturali”, donne medium, l'amalgama delle usanze e, non si dimentichi, la natura. Nelle parole del prosatore bulgaro, complice una traduzione intonata di Giuseppe Dell'Agata, si ritrova la semplicità di una natura insolita che domina con i suoi fiumi e i suoi stagni, segnando “anche i più comuni eventi atmosferici di un marchio speciale”. Ma la natura che si incontra nelle pagine del libro a sua volta, non esprime solo se stessa, bensì la storia stessa di una nazione, ce ne interpreta i malumori e le insofferenze. Nel gioco a domino dell'autore, la stessa storia recente della Bulgaria si riflette nel piatto di portata, nella fatica del popolo bulgaro, che delle sue oche, nutrite a forza, esporta in Francia il fegato e la carne e se ne porta a casa solo la carcassa. C'è poi lo spettro dell'Europa che si aggira, o abbatte, sul romanzo. Nascosto dal solito pretesto dell'anatra Paoletto, chiudendo le reazioni pubblicate sull'ipotetico giornale, questo si manifesta nella voce del redattore che in una accorata lettera ai lettori, subito definita patetica da un Radičkov quanto mai sornione, accosta la Bulgaria all'anatra Paoletto, al suo tentativo di libertà ma anche al suo possibile ritorno nella palude. L'entrata della Bulgaria in Europa è una possibilità incerta, una porta aperta soltanto per metà, per un paese che non è desiderato, che appare malfermo, il punto debole dove puntare il dito. Considerato il massimo prosatore bulgaro, con numerosi tra racconti, romanzi, commedie e libri per bambini, Radičkov in poche pagine risveglia il lettore e lo porta un passo più in là del suo pregiudizio pigro sulla possibilità stessa di raccontare ancora dell'altro. A lettura finita, ci sembra finalmente di aver visto qualcosa di nuovo, fosse anche soltanto una gallinella d'acqua dalle zampe verdi. E lo scorcio si apre in tutta la sua primitiva bellezza.

 
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