Glosse storiche e letterarie I
(Recensioni di Alessandro Catalano)
eSamizdat 2004 (II) 1, pp. 210-215
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G.B. Manni, Věčný pekelný žalář. Do češtiny převedl Matěj Václav Šteyer, k vydání připravil M. Valášek, doslov napsala A. Wildová-Tosi, Atlantis, Brno 2002.
“Das schrecklichste aller Bücher” erano le parole con cui Dobrovský, per l'espressività con cui il gesuita raccontava le pene dei dannati, aveva liquidato nel 1792 la traduzione ceca del libro di Manni. Nell'efficace traduzione di una delle figure più attive in campo letterario del secondo Seicento ceco, il gesuita M.V. Šteyer, il testo (che l'anno scorso ha raccolto anche il provocatorio voto di P. Ouředník come migliore libro dell'anno nella tradizionale inchiesta del quotidiano Lidové noviny), pubblicato a Praga nel 1676, diventa una delle più efficaci espressioni di quella che è stata efficacemente definita "l'offensiva culturale" controriformista dei gesuiti. Curiosamente quindi anche se G.B. Magni è figura del tutto marginale nella letteratura italiana, e del tutto dimenticata è la sua opera La prigione eterna dell'inferno disegnata in immagini et espressa in essempii al peccatore duro di cuore (Venezia 1666), l'assimilazione del libro da parte della cultura ceca è arrivata al punto che, in tutte le storie della letteratura successive a Dobrovský (Jungmann, Vlček, Jakubec), il volume di Manni è sempre stato preso a simbolo della decadenza culturale ceca nel Seicento. In realtà oggi possiamo guardare in modo più pacato a questo segmento del passato culturale della Boemia e verificare che anche il libro di Manni appartiene a quel tipo di testi, assimilati dalla cultura ceca in quel complesso e difficile processo di appropriazione del codice culturale cattolico, che a lungo era rimasto estraneo all'Europa centrale. Come avviene anche in altre zone limitrofe, in ceco vengono infatti tradotti in gran quantità i testi pedagogico-religiosi prodotti dagli spirituali e dai religiosi italiani, allo scopo preciso di fornire ai missionari che attraversano il paese le armi pedagogiche senza le quali il processo di ricattolicizzazione dello spazio boemo sarebbe impensabile. Oggi la traduzione del libro di Manni viene riproposta all'interno dell'originale collana Thesaurus absconditus della casa editrice Atlantis (il primo volume pubblicato era stato, nel 1998, uno degli scritti polemici più curiosi del Settecento ceco, Země dobrá, to jest země česká). La traduzione di Šteyer è accompagnata da una puntuale postfazione di A. Wildová Tosi ("Osudy Věčného pekelného žaláře a jeho místo v české literatuře", pp. 243-289) che salda un vecchio debito della boemistica italiana, visto che già nel 1938 Vašica auspicava uno studio più approfondito del testo. Oltre a offrire un'analisi del motivo dell'inferno nella lettura ceca, l'autrice ripercorre le vicende storiche e il "successo" del libro tra i critici letterari cechi, e propone anche la prima analisi delle fonti sia di Manni che di Šteyer. Il testo di partenza infatti, proprio per la sua struttura "aperta", offriva possibilità notevoli di ampliamento e approfondimento che sono state sfruttate a fondo da entrambi gli autori: Manni trae molte delle sue immagini dal trattato ascetico del gesuita spagnolo Juan Eusebius Nierember De la diferencia entre lo Temporal y Eterno (1640) e Šteyer a sua volta amplia e modifica il testo di Manni, al punto che si può quasi parlare più di un "riadattamento dell'originale" che di una traduzione vera e propria (le fonti primarie sono in questo caso la bibbia e lo Speculum exemplorum, ma anche molti testi meno famosi, tra i quali spicca l'interessante aggiunta della visione di Francesca Romana). Sia l'edizione ceca che quella tedesca sono state pubblicate nel 1676 e fanno parte di un momento di grande diffusione dell'opera di Manni in Europa centrale, probabilmente legata alla presenza di Manni a Vienna, dove per qualche tempo ha ricoperto la funzione di predicatore e confessore alla corte dell'imperatrice Eleonora. È curioso notare fino a che punto possano cambiare le coordinate culturali: la versione ceca della Prigione eterna dell'inferno torna in libreria, a più di trecento anni dalla prima edizione e con le terribili illustrazioni originali, avvolta da una fascetta rossa che annuncia il ritorno del "più terribile di tutti i libri".

Quellenkunde der Habsburgermonarchie (16.-18. Jahrhundert). Ein Exemplarisches Handbuch, a cura di J. Pauser, M. Scheutz e Th. Winkelbauer [Mitteilungen des Instituts für Österreichische Geschichtsforschung. Ergänzungsband 44], R. Oldenbourg Verlag, Wien-München 2004.
Uno dei principali trend della ricerca storiografica in ambiente austriaco e tedesco è stato negli ultimi anni, in modo molto più evidente che in Italia, un ritorno a uno studio più rigoroso delle fonti. Certo fonti di tipo diverso rispetto a quelle di cui si occupava prevalentemente la storiografia positivista ottocentesca, ma pur sempre fonti d'archivio. Forse per una ritrosia congenita del tedesco nei confronti dei castelli di parole senza solide basi testuali, uno dei centri in cui più profonda è stata negli ultimi anni la riflessione sul legame tra fonte storiografica e rielaborazione storica è stata Vienna. Il grande successo degli studi sulla corte imperiale hanno profondamente cambiato lo stato delle nostre conoscenze sull'argomento e molti dei libri "canonici" fino a pochi decenni fa sembrano oggi definitivamente invecchiati. Il punto d'arrivo di questo profondo ripensamento è un volume di più di mille pagine che farà sicuramente la felicità non solo di qualunque studente ma anche di tutti quegli specialisti che non hanno la fortuna di occuparsi esattamente del tema di cui tratta il singolo intervento: gli ottanta saggi, per lo più appartenenti alle prime due grandi categorie in cui è diviso il volume (Institutionen e Gattungen, le altre sono Bilder und Dinge e, la più modesta, visto che contiene un solo articolo, Medienarchäologischer Ausblick), agevoleranno sostanzialmente la fase di iniziale orientamento in campi di studio diversissimi. Il volume infatti ha il grande merito di raccogliere, in un contesto di sempre maggiore specializzazione degli studi, testi dedicati a temi molto lontani tra loro e offre un quadro esaustivo dei risultati ottenuti in campi molto diversi fra loro da due generazioni di storici. La scommessa, ampiamente vinta, dei curatori era quella di non limitare lo studio dei materiali alla sola Vienna, ma di ampliare, nei limiti del possibile, l'orizzonte a tutta la monarchia asburgica (molto rappresentate sono infatti Boemia, Moravia e Ungheria) e offrire in questo modo a chiunque voglia avventurarsi nelle ricerche d'archivio uno strumento di partenza su materiali spesso citati, ma in realtà poco utilizzati. Quasi impossibile è dare un'idea precisa del contenuto concreto del volume, visto che si spazia da testi molto specifici dedicati alle memorie di un singolo, fino ad analisi di ben più ampio raggio che riguardano il mondo militare, la corte, il consiglio segreto, i governi regionali e gli Stände delle singole province, o l'importante (e spesso trascurato) rapporto delle terre ereditarie con l'Impero. Particolarmente innovativa, nell'impostazione del libro, è lo spazio dedicato a fonti fino a pochi anni fa del tutto trascurate dalla ricerca storiografica: i diari (anche qui lo spazio coperto va dalle memorie dei nobili fino alle cronache familiari), gli scambi epistolari (da quelli ricchissimi di Leopoldo I e degli eruditi alla normale corrispondenza quotidiana) e i primi giornali (sia stampati che manoscritti). Le voci sono state scritte dai maggiori specialisti dei rispettivi settori, tutti studiosi che negli ultimi anni hanno avuto ripetutamente occasione di frequentare gli archivi dell'Europa centrale e di "riscoprire" molte fonti apparentemente dimenticate. Si tratta di un volume che, oltre a riscoprire e rendere accessibili a un pubblico più vasto molte di queste fonti, si presenta come uno strumento utilissimo di cui sarà impossibile, nei prossimi anni, non tenere conto.

Z. Kalista, Valdštejn. Historie odcizení a snu, Vyšehrad, Praha 2003.
La pubblicazione della monografia sul Wallenstein "né imperatore né re" di J. Polišenský e J. Kollmann (Valdštejn. Ani císař, ani král, Praha 1995) ha dato il via nella storiografia ceca a una vivace ripresa della discussione sul reale ruolo svolto dal generalissimo negli ultimi anni della sua vita. La tesi dell'innocenza di Wallenstein, del ruolo negativo svolto in tutta la vicenda dalla diplomazia spagnola e della serietà dei suoi piani di pace (Wallenstein sarebbe stato spinto soprattutto dal desiderio di raggiungere la pace universale e rivolgere le armi dei cristiani contro i turchi), è stata poi sviluppata soprattutto da J. Kollman che, in due monografie (Valdštejn a evropská politika 1625-1630. Historie 1. generalátu, Praha 1999, e Valdštejnův konec. Historie 2. generalátu 1631-1634, Praha 2001), ha cercato di mettere in discussione la a lungo dominante tesi di J. Pekář, che era stato il maggior sostenitore della tesi del tradimento consapevole di Wallenstein. Pur senza tener presenti gli importanti studi di Ch. Kampmann (in particolare Reichsrebellion und kaiserliche Acht, Münster 1992) e senza portare grandi scoperte documentarie, le tesi di Kollmann hanno trovato largo consenso nella pubblicistica ceca e, in certi casi, anche tra gli storici.
In questa cornice piuttosto movimentata è apparsa di recente un'altra monografia dedicata a Wallenstein, pubblicata a quasi trentacinque anni di distanza dalla sua stesura. L'autore è una delle figure più interessanti del Novecento letterario ceco: dagli esordi letterari come poeta d'avanguardia, Zdeněk Kalista è passato infatti attraverso una conversione al cattolicesimo in occasione di un viaggio romano e poi al mestiere di storico di professione. Imprigionato all'inizio degli anni cinquanta per attività antistatale, ha continuato a lavorare dopo la sua liberazione, pur dovendo fare i conti con quei sempre più gravi problemi alla vista, che lo avrebbero poi portato alla cecità assoluta. Kalista è, assieme a Václav Černý, uno degli autori più pubblicati degli anni Novanta e la tendenza non sembra ancora arrestarsi: chi ha avuto occasione di sbirciare nei loro archivi sa bene del resto con quanta cura preparassero per la stampa testi che spesso sapevano di non poter pubblicare se non a distanza di molti anni. A differenza di Černý, Kalista ha dovuto attendere più a lungo, sia per un oggettivo minore interesse nei confronti di un approccio storiografico a volte marcato da un fastidioso cattolicesimo di sottofondo (quella "storiografia spirituale" di cui è stato il maggior propagatore), sia per il carattere specialistico di molti suoi lavori. Non è questo però il caso della monografia su Wallenstein che anzi, come abbiamo visto, si inserisce in un filone di grande successo editoriale degli ultimi anni e doveva essere pubblicata alla fine degli anni Sessanta in un'edizione dedicata al grande pubblico. La casa editrice Vyšehrad inaugurando la nuova collana "Le grandi figure della storia ceca" ha deciso di pubblicare un testo di cui si conosceva da tempo l'esistenza, ma che non era stato finora reso accessibile al pubblico, soprattutto perché si era ben consapevoli del fatto che gli anni passati rischiavano di farlo sembrare antiquato. Effettivamente l'iniziativa va vista più come un omaggio all'opera di Kalista e alla sua concezione della storia e come il risultato delle ricerche degli storici cechi alla fine degli anni Sessanta, che come un originale apporto allo studio del tradimento del più famoso generale degli Asburgo. La chiave interpretativa di Kalista è piuttosto semplice: Wallenstein sarebbe "un uomo sradicato, che non conosce nessuna sensazione profonda di appartenenza, né in senso nazionale né in quello religioso o politico, il rappresentante di un individualismo illimitato" (p. 35). Alla luce di questo punto di partenza e con l'obiettivo piuttosto chiaro di polemizzare con il suo professore, J. Pekář, Kalista ripercorre tutta la vicenda esistenziale di Wallenstein. Per un uomo privo di radici è quindi semplice dare avvio a quella "specie di gioco... pieno di strani sotterfugi, tergiversazioni e simulazioni" (p. 225) che lo porterà alla morte. La decisione di puntare alla pace anche contro le direttive dell'imperatore, e senza tener conto dei suoi ordini, è qui interpretata come uno dei tanti episodi in cui lo sradicamento di Wallenstein lo porta a giocare d'azzardo, a rischio della propria stessa vita. Si tratta indubbiamente di un sistema interpretativo più intelligente di quello, pure così diffuso, che punta tutto sulla pazzia e la passione per gli oroscopi di Wallenstein, ma che rimane molto al di sotto della ricchezza fattuale della monografia a tutt'oggi fondamentale sul tema, quella di G. Mann, che pure ha scelto la stessa strada di Kalista, quella di una storia da raccontare con gli strumenti della narrativa.
Varrà la pena di concludere questa breve rassegna su una delle figure più studiate della storia dell'Europa centrale segnalando un'interessante edizione (P. Balcárek, "Chebská exekuce ve světlé korespondence s římskou kurií", Pocta Josefu Kollmannovi, a cura di A. Pazderová, Praha 2002, pp. 6-45). P. Balcárek, uno dei pochi storici cechi che frequentano con assiduità le biblioteche romane, è tra i più decisi propagatori delle "scoperte" di Kollmann e in diversi articoli ha sostenuto la tesi che il celebre condottiero sarebbe stato "tradito, non traditore", usando le parole del nunzio Carlo Caraffa. In un recente volume di scarsa diffusione, dedicato proprio a Kollmann, Balcárek ha pubblicato il carteggio tra il nuovo nunzio alla corte imperiale, Ciriaco Rocci, e Francesco Barberini nel periodo compreso tra il 25 febbraio del 1634 e il 6 maggio dello stesso anno. Anche se le notizie di Rocci non si caratterizzano né per originalità né per quantità di nuovi dettagli, dimostrano quanto infondata sia l'idea che in questa vicenda sia stato detto tutto ciò che si poteva dire. Particolarmente significative sono le relazioni di Rocci nel confermare l'astio sviluppatosi a corte nei confronti degli italiani coinvolti (Piccolomini in particolare si era "reso odioso alla nazione Alemanna", p. 36) e i dubbi circolati fin dal primo momento che "la fellonia, e tradimento del duca, non resti ben giustificato" (Ibidem). Anche se ci si poteva aspettare una pubblicazione ben più ampia di materiali da parte di chi sta lavorando all'edizione della nunziatura più importante del Seicento, quella di Caraffa, non si può non notare che, rispetto ad altri articoli, in questo caso l'autore ha offerto alla comunità scientifica utili materiali che approfondiscono le nostre conoscenze su una vicenda su cui pure esiste una bibliografia sterminata.
I. Pfaff, "Jalta: dělení světa nebo legenda? Z československého zorného úhlu", Paginae historiae, 2002, 10, pp. 108-152.
Incredibilmente pubblicato su una rivista dalla scarsissima distribuzione, l'articolo di Pfaff è una delle migliori ricostruzioni di un problema spinoso e spesso discusso dalla storiografia che si è occupata dell'assetto statale uscito fuori dalla seconda guerra mondiale: la leggenda della conferenza di Jalta. Pur incrinata già dai lavori di B. Cialdea all'inizio degli anni Settanta, la leggenda della spartizione del mondo a Jalta si è infatti rivelata ben dura a morire e, anche se ormai è diffusa la coscienza che l'importanza reale dell'episodio (che aveva lasciato a tutti la possibilità di interpretare a proprio modo le decisioni prese) venga sopravvalutata, è pur vero che l'episodio ha conservato un valore simbolico molto elevato. L'analisi di Pfaff dei documenti a nostra disposizione sulla vicenda cecoslovacca ricostruisce in modo stringente la nascita della leggenda sulla separazione del mondo che, come tutte le leggende, ha poi trovato la sua consacrazione romantica nella scena dei foglietti su cui i potenti della terra si dividono il resto del mondo. Particolarmente significativa è la scena con cui si conclude l'articolo (che sarebbe auspicabile venisse pubblicato presto come libro), quella in cui il sempre più potente Vi\v{s}inskij risponde appena un paio di settimane dopo la conferenza alle proteste dei romeni con una frase semplice, ma efficace: "Jalta? E che significa Jalta? Jalta sono io" (p. 142).
J. Lehár, La letteratura ceca medievale. Il contributo di Roman Jakobson alla medievistica ceca, Udine 2003; M. Špirit, Bohumil Hrabal: una sfida per storici ed editori, Udine 2003; J. Wiendl, Cercatori di bellezza e ordine. la letteratura ceca di orientamento cristiano nella prima metà del XX secolo, Udine 2003; T. Glanc, Tendenze della letteratura russa contemporanea. Breve rassegna di movimenti, temi e problemi, Udine 2003.
Dopo l'importante conferenza del 2001 dedicata alle tendenze più recenti delle letterature russa, polacca, serba, ceca e ungherese (Cinque letterature oggi, a cura di A. Cosentino, Atti del Convegno Internazionale, Udine, novembre-dicembre 2001, Udine 2002), l'università di Udine ha sponsorizzato nel 2003 la pubblicazione di quattro fascicoli di "lezioni e letture", uno strumento didattico per gli studenti che ripropone, con traduzioni di studenti o ex studenti, le conferenze più interessanti tenute nell'ambito del programma Socrates da insegnanti dell'università di Praga (almeno questo è avvenuto per i fascicoli finora pubblicati). L'idea è in fondo semplice: perché rinunciare alla pubblicazione di tutti quei materiali (e alle rispettive traduzioni) che oggi molte università producono in gran quantità? I primi quattro fascicoli sono dedicati a problemi molto diversi e testimoniano di tendenze diverse della ricerca ceca post 1989: il loro significato per gli studenti dipende quindi molto anche dallo stato delle ricerche sull'argomento in questione a disposizione in italiano.
Il testo di Lehár, uno dei maggiori esperti di letteratura ceca antica in circolazione, ripercorre la struttura evolutiva della letteratura ceca medievale, comparando le interpretazioni che le varie sintesi letterarie hanno offerto di quest'epoca, e offre un quadro molto sintetico, ma allo stesso tempo sufficientemente chiaro, degli autori e dei testi più significativi. Nella seconda delle sue lezioni analizza il contributo dato da Jakobson al tema e, pur riconoscendo l'immensa importanza degli studi di Jakobson, giunge alla conclusione, sostanzialmente giusta, che "oggi leggiamo gli studi di Jakobson con la consapevolezza di dover distinguere in essi, passo dopo passo, la conoscenza positiva dalle ipotesi non dimostrate che sono talvolta formulate come conoscenza positiva" (p. 24). Per uno studente, che ha in italiano a disposizione gran parte degli studi originali di Jakobson su cui si sofferma Lehár, è sicuramente importante poter ascoltare non soltanto le voci di studiosi italiani sul tema, ma anche una delle più autorevoli voci ceche. Non sempre i giudizi infatti coincidono.
Il più problematico dei testi pubblicati è quello che dovrebbe essere anche il più interessante, essendo dedicato all'opera di uno degli scrittori più amati dagli studenti, Bohumil Hrabal. In questo caso emergono infatti tutti i problemi di questo tipo di edizione, e non solo perché la conferenza esce dopo che il saggio è stato già pubblicato in ceco in forma molto ampliata e con un ricco apparato bibliografico (M. Špirit, "Bohumil Hrabal v roce 2000", Kritická Příloha Revolver Revue, 2002, 24, pp. 29-48). L'articolo è infatti un condensato di quella che scherzosamente un'amica ha definito il "totalitarismo intellettuale" imperante in una parte della critica letteraria ceca. La tesi di fondo, che l'opera di Hrabal sia stata massacrata dal totalitarismo politico e quindi andrebbe sempre pubblicata in tutta la sua totalità (va ricordato che le opere complete di Hrabal ammontano a 19 volumi) e non nella forma che compiacenti editori propinano al pubblico ingenuo dei lettori, è a dir poco ingenua ed era già stata proposta in modo molto più intelligente e sensibile da J. Lopatka nel corso degli anni Sessanta. La pubblicazione del testo è importante perché esporta in Italia una corrente molto produttiva in un ambiente culturale che ha deciso di eliminare dal proprio passato cinquant'anni della propria esistenza e di portare questo atteggiamento culturale anche in campo editoriale. Fortunatamente un lettore italiano ha oggi la possibilità di confrontare direttamente le opere dell'autore con i testi di Hrabal, recentemente pubblicati in un'edizione molto ricca da Mondadori, e rendersi conto da solo fino a che punto il ragionamento dell'autore sia fondato.
Il fascicolo successivo offre un altro spaccato su un tema molto caro negli ultimi anni alla critica letteraria ceca, quello degli autori cattolici. Per chi accetta la definizione di "autori cristiani", l'analisi di Wiendl risulterà equilibrata e più moderna di ciò che sul tema possiamo leggere in italiano. Anche in questo caso la conferenza fa emergere in Italia almeno una parte del revival religioso che la critica letteraria ceca ha attraversato per tutti gli anni Novanta. Al limite ci si può rammaricare solo del fatto che episodi importanti della vita culturale ceca tra le due guerre (prima fra tutte la dura polemica tra Čapek e Durych sul franchismo) non abbiano trovato spazio in una ricostruzione basata molto sull'ecumenismo che nel 1931 aveva manifestato ad esempio B. Fučík: "oggi dovrebbe già essere ovvio, almeno per le riviste letterarie, che non esiste nessun'arte cattolica, proprio come non c'è un'arte proletaria. Un 'influsso del cattolicesimo' non lo vedo da nessuna parte, però conosco alcuni buoni artisti che sono cattolici" (p. 20).
L'ultimo dei fascicoli pubblicati offre una carrellata molto veloce di tutte le tendenze in atto nella letteratura russa da parte di un autore che, con le sue "cronache russe" pubblicate regolarmente sulla rivista Kritická Příloha Revolver Revue (ha già superato le dieci puntate), è diventata una delle voci più ascoltate su quanto sta avvenendo in campo culturale in Russia negli ultimi anni. Nonostante l'eccessiva sinteticità in rapporto alla quantità di nomi citati (ma del resto l'autore già nella prima pagina ammette che "nelle riflessioni sull'arte contemporanea bisogna rassegnarsi quindi alla frammentarietà e alla soggettività delle osservazioni", p. 5), nel testo scorrono un po' tutti i protagonisti della vita letteraria russa che conosciamo anche da altre pubblicazioni in italiano. Sicuramente utile strumento per uno studente che vuole avere una prima, sommaria, idea di quanto avvenuto in Russia negli ultimi dieci anni.
L'iniziativa, anche nel suo dare un'opportunità traduttoria agli studenti, merita senz'altro attenzione ed è auspicabile che prosegua anche in futuro, anche se qualche perplessità desta il fatto che si sia rinunciato a pubblicare una rielaborazione delle conferenze con un apparato bibliografico più corposo. In fin dei conti non si può negare che tra un testo letto e uno stampato, pure come "lezione" o "lettura", continui a passare una differenza notevole. Del tutto inspiegabile è poi la scelta di non pubblicare il testo originale "a fronte": la presenza dell'originale ceco e russo alla fine di quello italiano è veramente un artificio che non fa onore al progresso tecnico degli ultimi decenni. Nonostante questi (peraltro facilmente correggibili) difetti, la collana promette di rivelarsi un importante ponte attraverso il quale anche il lettore italiano potrà avere un'idea più precisa di quanto sta attualmente avvenendo, nel bene enel male, nella critica letteraria ceca (e in futuro probabilmente anche di altri paesi).

 
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