J. Bérenger
Storia dell’impero asburgico 1700-1918
il Mulino, Bologna 2003
(Recensione di Alessandro Catalano)
eSamizdat 2004 (II) 1, pp. 207-209
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Non può non saltare agli occhi quanto numerosi siano stati negli ultimi venti anni i testi dedicati (e ben presto tradotti in italiano) a un periodo della storia degli Asburgo che evidentemente continua ad attirare l'interesse dei lettori (tanto per fare un elenco in ordine sparso basti ricordare quelli di C.A. Macartney, R.H. Kann, A. Sked, A.J.P. Taylor, A.J. May, A. Wandruszka). La pubblicazione del libro di Bérenger sembra quindi inserirsi da un lato in questa tendenza e dall'altro nell'interessante politica editoriale del Mulino, l'unica casa editrice italiana ad avere sottocollane dedicate alla storia della Germania, dell'Austria e della Russia. Secondo la quarta di copertina il libro dovrebbe per di più "riconnettersi" idealmente all'ormai classico volume di R.J.W. Evans, Felix Austria. L'ascesa della monarchia asburgica 1550-1700 (testo che peraltro risale all'ormai lontanissimo 1979). Si spiega forse in questo modo la scelta editoriale di pubblicare soltanto la seconda parte delle 800 pagine dell'edizione originale del testo (Historie de l'Empire des Habsbourg 1273-1918, Paris 1990) e forse non è nemmeno del tutto assente l'esempio dell'edizione inglese (uscita in due volumi negli anni 1994-1997).
Va subito detto però che la scelta consapevole di affiancare il volume di Bérenger a quello di Evans rappresenta un azzardo editoriale compiuto piuttosto a sproposito. Se il testo di Evans resta ancora oggi il libro che ogni storico che si occupa di Europa centrale vorrebbe scrivere, questo non si può certo dire del libro di Bérenger, che per certi versi invece rappresenta forse l'apice, ma allo stesso tempo anche il simbolo, di un modo di fare storia oggi messo profondamente in discussione. La storia di Bérenger è infatti una storia molto classica, incentrata quasi esclusivamente sulle vicende politiche e diplomatiche. E, anche se si tratta di filoni di studi che continuano ad avere grande fortuna (soprattutto in Italia), non si può negare che proprio il confronto con il ben più articolato testo di Evans tradisca tutte le debolezze di quest'approccio, che peraltro ben si inserisce in quella certa passione del Mulino per testi tradizionali e piuttosto "scolastici" che è emersa recentemente anche con la pubblicazione dei due deludenti volumi di H. Schilling dedicati alla Germania.
La Storia dell'impero asburgico di Bérenger è un libro che ha comunque molti pregi (alcuni dei quali a dire il vero erano più evidenti nella prima edizione francese e riguardano più la parte non tradotta in italiano del testo), primo fra tutti quello di essere davvero un solido manuale scolastico di storia politica. Per certi aspetti anzi si potrebbe dire che rappresenta il culmine di quella tendenza al revisionismo delle verità intoccabili professate per buona parte del Novecento dalle varie storiografie "nazionali" (di derivazione più o meno ottocentesca) che si sono occupate dell'area asburgica. Alla visione ristretta delle varie interpretazioni statali del passato asburgico diffuse ormai da quasi due secoli in Boemia, Austria e Ungheria, Bérenger oppone la rivalutazione del ruolo degli Asburgo, a partire dalla guerra di successione spagnola, nella creazione di quello stato cosmopolita che poi diventerà alla fine dell'ottocento l'Austria-Ungheria (varrà la pena en passant di ricordare che comunque il Mito absburgico nella letteratura austriaca moderna di C. Magris è del 1983).
Bérenger era stato il creatore dell'immagine della diarchia tra sovrano e aristocrazia che tanta fortuna ha poi avuto nel descrivere la struttura del potere nella monarchia asburgica: rivalutando il ruolo delle famiglie aristocratiche, degli Stände (i ceti, gli stati) e delle Diete provinciali delle varie entità territoriali che gli Asburgo governavano, lo storico francese era infatti implicitamente giunto a una profonda revisione di che cosa è stato l'assolutismo asburgico (etichetta che peraltro continua a regnare sovrana in tanti manuali scolastici). Anche in questo libro l'autore conferma la sua dettagliata conoscenza della situazione finanziaria della monarchia e dei problemi delle province (varrà la pena ricordare che a suo tempo era stato davvero illuminante il suo pioneristico Finances et absolutisme autrichien dans la seconde moitié du XVIIe siècle, Paris 1973). Vincente si è rivelata da questo punto di vista anche la scelta di scommettere sulla questione delle riforme, sempre imminenti e sempre rimandate, per spiegare il nascere, il rafforzarsi e il proliferare delle tendenze disgregatrici in seno alla monarchia stessa. Si tratta quindi di un solido volume che trae il meglio da quella visione politico-diplomatica della storia che si rivelava ancora qualche decennio fa dominante un po' in tutt'Europa.
Penalizzante invece si rivela l'impostazione fin troppo tradizionale di un testo in cui la periodizzazione è ancora scandita dal succedersi dei sovrani e in cui il racconto delle vicende di politica estera e interna occupa più o meno il 90 percento del volume. E non sempre la scelta di rivisitare molte delle questioni che più hanno attirato gli storici negli ultimi decenni (la politica di Maria Teresa e di Giuseppe II, la questione dell'assolutismo prima e dell'illuminismo poi, le rivoluzioni del 1848, il compromesso austro-ungherese del 1867, la politica imperialistica e suicida di Francesco Giuseppe) distruggendo l'immagine della monarchia asburgica come "prigione dei popol" si rivela sufficiente a garantire l'originalità del testo. Le molte ripetizioni disturbano non poco la lettura del libro, nel quale sono sopravvissuti alle varie revisioni e traduzioni alcuni errori marchiani davvero sorprendenti: il più clamoroso è forse il passaggio sulla "corrispondenza in ceco di Leopoldo I con il suo amico, il conte di Czernin" (p. 79), che dovrebbe servire a problematizzare il supposto atteggiamento penalizzante degli Asburgo nei confronti delle culture nazionali, mentre potrebbe al massimo essere un argomento contrario (la corrispondenza è infatti in italiano e rappresenta uno dei migliori esempi della diffusione capillare della nostra lingua alla corte degli Asburgo; l'errore è provocato dal fatto che l'edizione parziale della corrispondenza, opera dello storico ceco Z. Kalista, è commentata in ceco).
Anche se poi si può magari anche essere d'accordo sul fatto che alla fine della guerra mondiale per la Monarchia asburgica non esistevano altre strade oltre alle quattro tratteggiate da Bérenger (conservazione dell'unità garantita dagli Asburgo, creazione di tanti piccoli stati cuscinetto, espansionismo tedesco e avanzata dell'imperialismo russo), e magari anche sul fatto che la prima delle soluzioni (ma solo alla luce di quanto successo nel Novecento) avrebbe potuto rallentare, e magari evitare (al limite solo nella nostra fantasia), il tragico succedersi delle altre possibilità, va comunque posta la questione se per la storia non sia definitivamente arrivato il momento di abbandonare il piano del giudizio e delle speranze più o meno utopistiche per dedicarsi a una ricostruzione storica diversa e molto più profonda dei processi in atto nelle società che descriviamo, perché è indubbio che nei secoli tratteggiati da Bérenger all'interno della monarchia asburgica è successo molto più di quanto l'autore vorrebbe farci credere.

 
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