Sembra che qui la chiamassero neve. Poeti cechi contemporanei
cura e traduzioni di A. Parente, Mimesis, Milano 2005
(Recensione di Alessandro Catalano)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 530-531
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Per introdurre un ipotetico seminario su “come non fare un’antologia”, un ottimo esempio potrebbe essere offerto dal recente volume curato da Antonio Parente, già autore di un’altra antologia dal titolo altrettanto criptico, Quando il sole è fissato con i chiodi. Poeti finlandesi contemporanei (Milano 2002). L’antologia di poeti cechi “contemporanei” Sembra che qui la chiamassero neve racchiude in poco più di duecento pagine delle microantologie poetiche di sette poeti cechi (con il testo originale a fronte) ed è corredata, oltre che da delle brevi schede di mezza pagina sui singoli autori presentati, da diciassette righe di prefazione (p. 7) e sei di ringraziamenti (p. 8).
A giudicare dal tono della prefazione, la problematicità delle scelte effettuate (anche volendo sorvolare sul problema di ciò che è o non è “contemporaneo”) sembra ben chiara al curatore stesso, che afferma che i poeti presentati “sembrerebbero [...] rappresentare meglio le diverse linee di sviluppo della poesia ceca contemporanea” e che, “se si volesse trovare un punto comune alla maggior parte dei poeti di quest’antologia, si potrebbe far riferimento a come molti di loro abbiano pubblicato, durante il regime comunista, in edizioni samizdat, stampa clandestina e dissidente vietata dal regime”. In questo modo compaiono l’uno accanto all’altro protagonisti della generazione dei tardi anni Cinquanta, accanto a poeti degli anni Sessanta e della normalizzazione. Tra il più vecchio (Karel Šiktanc, nato nel 1928) e il più giovane (Jáchym Topol, nato nel 1962) intercorrono quasi 35 anni. Basterebbe questo dato per illustrare quanto aleatorio sia il criterio scelto dal curatore di un volume nel quale, peraltro (e viene realmente da chiedersi perché), non ha trovato posto nemmeno una poetessa...
Pur senza voler necessariamente mettere a confronto l’antologia italiana con quelle ben più ricche e curate (anche se a loro volta problematiche) offerte di recente al pubblico francese (Anthologie de la poésie tchèque contemporaine, a cura di P. Král, Paris 2002) e russo (Iz veka v vek. Češskaja poezija: Stichotvorenija, a cura di S.N. Glovjuk e D. Dobiáš, Moskva 2005), non si può non sottolineare quanto deludente sia il risultato finale di Sembra che qui la chiamassero neve (il titolo è ovviamente tratto da un verso di una poesia, in questo caso di P. Kabeš). Presenti con un numero variabile di poesie (dalle sei alle undici, a seconda della lunghezza), gli autori scelti dal curatore non soltanto non sono ascrivibili a correnti poetiche contigue, ma rischiano anche di offrire un quadro falsato dell’evoluzione della recente poesia ceca. Senza nulla togliere all’influenza del surrealismo ceco, quanto meno bizzarra è infatti la decisione di presentare su un panorama che comprende soli sette poeti, ben tre autori che, in forma più o meno marcata, si richiamano (o si sono richiamati) ai principi estetici del surrealismo più tradizionale (Petr Král, Milan Nápravník, Pavel Řezníček). E ancora più stupefacente è, dato il criterio scelto dal curatore, l’assenza dei due poeti forse più “occultati” (ma anche più significativi) degli anni della normalizzazione, Ivan Wernisch e Zbyněk Hejda.
Un certo imbarazzo suscitano anche i medaglioni degli autori, che non soltanto non tengono conto delle precedenti pubblicazioni italiane (si vedano ad esempio le due “antologie” pubblicate sulla rivista Si scrive, 1995, pp. 254-307; e 1997, pp. 202-235), ma sono anche caratterizzati da lacune inspiegabili. Per rendersene conto basta prendere in analisi il primo e l’ultimo degli autori tradotti: la bibliografia di Topol si ferma inspiegabilmente al 1995 (p. 189) e quella di Michal Ajvaz (esclusi i versi pubblicati su una discutibile antologia del 2002) addirittura al 1993 (p. 9). Piuttosto inspiegabili sono anche le scelte di dedicare al solo Karek Šiktanc ben 70 pagine del volume (pp. 119-187) e di tradurre in certi casi versi tratti da una sola raccolta (quasi tutte le poesie di Petr Král sono ad esempio tratte dalla raccolta Per l’angelo, del 2000, e solo le ultime due dalla raccolta Vecchio nuovo continente, del 1997; tutte le poesie di Řezníček, tranne, una sono tratte da due raccolte del 2001-2002). L’impressione generale è quella di una scelta fatta non solo seguendo i propri gusti (e fin qui non ci sarebbe niente di male), ma anche in modo frammentario e casuale.
A un lettore italiano attento a quanto accade in campo poetico nell’Europa centrale non resta quindi che prendere con una certa cautela in mano l’antologia pubblicata dalla casa editrice Mimesis, che pure pubblica per la prima volta delle scelte cospicue dell’opera di alcuni poeti, e per un panorama più completo rivolgersi, per il momento, alla più equilibrata antologia francese. Alla luce di quanto detto viene infine da chiedersi se la speranza del curatore di poter presto presentare anche il punto di vista femminile della poesia ceca (p. 7) sia, se la realizzazione sarà la stessa, più una promessa o una minaccia...

 
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