L. Vaculík
Con i cavalli in Moravia. Viaggio al Praděd
traduzione di Ch. Baratella, Santi Quaranta, Treviso 2004
(Recensione di Alessandro Catalano)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 505-506
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Trent’anni dopo il surreale Le cavie, tradotto per Garzanti da Serena Vitale (Milano 1974), torna nelle librerie italiane uno dei più noti protagonisti della letteratura ceca degli anni Sessanta, Ludvík Vaculík (1926). Già molto conosciuto come giornalista, Vaculík ha conosciuto una grande popolarità con il romanzo Sekyra [La scure], pubblicato nel 1966 e subito diventato, accanto allo Scherzo di Milan Kundera, uno dei principali simboli della liberalizzazione in campo culturale e della rivisitazione critica della recente storia cecoslovacca. La sua intensa attività giornalistica, in gran parte legata al famoso settimanale Literární noviny, è poi culminata nel celebre “Manifesto delle 2000 parole“, una delle più lucide rivendicazioni della Primavera di Praga.
Negli anni del dissenso è stato il direttore della casa editrice samizdat Petlice (per i 391 volumi pubblicati si veda http://www.ludvikvaculik.cz/index.php?pid=2&sid=17) e uno dei “fondatori” di quella letteratura autobiografica che un ruolo così importante avrebbe avuto nei decenni successivi, soprattutto con il monumentale “diario” Český snář [Il libro dei sogni boemo], in cui, con apparente sincerità, viene messa in scena senza peli sulla lingua la vita privata dei protagonisti del dissenso ceco (varrà la pena aggiungere che è stata ripubblicata a suo tempo anche la raccolta di commenti organizzata in samizdat dallo stesso Vaculík, Hlasy nad rukopisem Vaculíkova Českého snáře, Praha 1991).
Da accese discussioni sui giornali, ma in realtà da un sostanziale disinteresse da parte degli addetti ai lavori, sono stati accolti i suoi ultimi libri, pubblicati tra il 1993 (Jak se dělá chlapec [Come si fa un bambino]), e il 2002 (Loučení k panně [Addio alla vergine]), caratterizzati dal grande spazio che lo scrittore ceco dedica ai propri rapporti personali, al suo ego straripante e alle tematiche sessuali. Sembra così essersi definitivamente confermata l’idea che più che un vero e proprio scrittore Vaculík sia sempre stato un giornalista particolarmente dotato (la stagione migliore del settimanale culturale Literární noviny deve del resto molto alla sua penna battagliera).
Un posto particolare all’interno della sua produzione è occupato dal curioso reportage di viaggio Cesta na Praděd, iniziato alla fine degli anni Sessanta e pubblicato in ceco soltanto nel 2001, e ora messo a disposizione del lettore italiano dalla casa editrice di Treviso Santi Quaranta, non nuova alla pubblicazione di testi di autori slavi in Italia del tutto sconosciuti (www.santiquaranta.com). Pur se in una traduzione non sempre scorrevole, che in diversi punti presenta asperità che avrebbero meritato un’ulteriore revisione, il lettore delle Cavie può ora leggere un altro Vaculík, molto diverso anche dai provocatori romanzi che lo hanno reso famoso.
Questo curioso Con i cavalli in Moravia è infatti un romanzo nostalgico, a partire dall’idea stessa dei due protagonisti di raggiungere a cavallo (siamo nel 1966!) il simbolico monte Praděd, al confine con la Polonia. E si tratta di una nostalgia “lenta”: in questa narrazione d’altri tempi la lentezza dello spostamento del carro e dei cavalieri su strade non più fatte per gli animali è infatti caratterizzato da banali discussioni che servono spesso solo a passare il tempo. E il tempo di quest’avvicinamento alle proprie radici è fatto di piccole cose, spesso banali incidenti di percorso, interrotte soltanto dalle frequenti citazioni dei libri neri, grazie ai quali il giornalista curioso, protagonista del viaggio, ricostruisce una topografia dei delitti più efferati avvenuti nelle regioni attraversate, scoprendo così tante piccole “storie” locali ormai dimenticate e aprendo interessanti finestre su un macabro passato di torture e nefandezze (“ormai ciò appartiene al passato, ma ora è come fosse ancora presente”, p. 70).
Retto sul rapporto conflittuale tra un distratto direttore di scuola e un giornalista dagli evidenti tratti autobiografici (nonché dalle ingenue osservazioni dei ragazzi che accompagnano la loro impresa), nel libro compare a un certo punto anche l’immancabile nota erotica (in questo caso a dire il vero piuttosto gratuita) di tutti i libri di Vaculík, quando il giornalista inizia (anche se solo nella sua fantasia) a fare ogni notte ritorno su un cavallo al galoppo a Kutná hora, dove lo aspetta la donna intravista tra la folla che si era accalcata attorno alla strampalata comitiva, che diventerà poi la protagonista delle sue fantasie erotiche.
Nonostante il sostanziale fiasco delle proiezioni dei film sui cavalli che avrebbero dovuto sponsorizzare il viaggio, la comitiva riesce a proseguire nel suo tragitto, accompagnata da quel conservatorismo battagliero che ha sempre caratterizzato l’orizzonte intellettuale di Vaculík: “sono convinto, inoltre, che nell’allontanarsi dalla cultura del cavallo l’umanità abbia grossolanamente intaccato il sottile intreccio della propria anima, corrompendo ancor di più la sua natura” (p. 94). Grazie all’evidente antipatia dell’autore nei confronti della vita moderna e veloce, a tratti condita da stereotipi e banalità che piaceranno agli amanti dei sospiri per i bei tempi antichi, la comitiva riscopre, ognuno a modo suo, la dimensione avventurosa del viaggio, fosse anche quello più banale: “un viaggio, infatti, non è sempre esattamente ciò che incontriamo, ma sono anche le illusioni che in esso viviamo” (p. 217).
Anche in questo libro, in certi momenti irritante nella sua lentezza, Vaculík conferma la sua capacità di saper cogliere schegge banali della vita che lo circonda e di rielaborarle criticamente. Un romanzo non è però un feuilleton da giornale (genere in cui l’autore si è spesso dimostrato un maestro) e col passare delle pagine il moralismo dell’autore stanca, alla fine paradossalmente proprio per lo scarso spettro che offre di quelle illusioni che pure in questo viaggio vorrebbe vivere...

 
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