P. Demetz
Praga d'oro e nera. Scene dalla vita di una città europea
Traduzione di M. Premoli, Sellerio, Palermo 2001
(Recensione di Alessandro Catalano)
eSamizdat 2003 (I), pp. 232-234
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Strana storia quella di Praga. Nel Racconto d'inverno Shakespeare aveva collocato la Boemia in riva al mare. Kundera in molte interviste deve ricordare a intervistatori distratti che Praga si trova più a ovest di Vienna. Difficile trovare metafore più efficaci di tanta ignoranza nei confronti di una nazione che sta per diventare parte della EU. Esiste uno strano squilibrio tra la Praga meta privilegiata del turista italiano (non solo nella variante pittoresca della gita scolastica) e la Praga dei secoli passati, che si è trovata più spesso al centro che alla periferia delle correnti culturali che hanno attraversato la storia d'Europa. Per il lettore italiano la situazione è resa ancor più problematica da un evidente vuoto editoriale, colmato solo in parte dal classico Praga Magica di A.M. Ripellino. Vuoto finalmente colmato dal libro di P. Demetz (1922), esponente dell'ultima generazione multiculturale della Praga degli anni Trenta, emigrato in modo rocambolesco nel 1949 e oggi professore emerito all'Università di Yale. Demetz con il suo Praga d'oro e nera offre una reale possibilità di conoscere un'altra faccia della storia della città. A differenza della mitizzazione un po' astratta di Ripellino, che (nonostante o forse proprio a causa di tutti i suoi attributi magici) sfocia spesso in un'eccessiva semplificazione, nel libro di Demetz gli avvenimenti vengono visti nel loro svolgersi e non nell'immagine stereotipata che si cristallizza nel mito o, peggio ancora, nella leggenda. Demetz ha infatti ben presente quanto possa influire nella ricostruzione storiografica la volontà dei singoli di rielaborare la propria vicenda e a scandire il tempo del libro non sono considerazioni astratte, ma la lunga serie di conflitti sanguinosi e dei pochi momenti di proficua collaborazione tra le diverse culture (ceca, tedesca ed ebraica) che hanno popolato Praga nei secoli scorsi.
Giustamente Demetz individua uno dei problemi principali della ricezione di Praga “nell'idea che Praga alberghi più segreti di genere magico o mistico di qualunque altra città europea - e la nuova industria del turismo coltiva amorosamente l'aura misteriosa per ragioni di mercato. I turisti arrivano con la testa piena di immagini del golem, di un Franz Kafka assai semplificato, degli alchimisti” (p. 13). Praga d'oro e nera offre invece un quadro molto più realistico, trattando anche figure ed epoche meno note, come Ottocaro II, che pur essendo il vero fondatore della città (è apostrofato perfino da Dante Alighieri nella Divina commedia) è rimasto un personaggio quasi invisibile. Anche i momenti più tragici della storia ceca vengono presentati in modo originale, quindi la rivoluzione hussita rappresenta un “moderno laboratorio di idee” (p. 200) capace di attirare i dissidenti di tutt'Europa, Rodolfo II è visto come una figura a tutto tondo che, a prescindere dalle innumerevoli leggende legate al suo nome, ha riportato a Praga il fasto della corte imperiale e creato un'élite intellettuale fatta anche di molti italiani. Va peraltro sottolineato, come scriveva Demetz in una nota eliminata nella traduzione italiana, che è davvero un peccato che “Italians have shown surprisingly little sistematic interest in the community life of their compatriots in Prague between 1550 and 1900” [P. Demetz, Prague in black and Gold. The History of a city, Penguin Books, London 19982]. Avendo ben presente il pericolo della tanto facile tendenza a dividere il nuovo dal vecchio in un'epoca in cui essi erano contemporaneamente presenti nelle stesse persone, mette in evidenza il grave anacronismo in cui cadono molti storici dividendo in modo radicale scienziati da una parte e alchimisti/astrologi dall'altra. Si tratta di un tema che ha avuto del resto una grande fortuna e anche lo storico inglese Evans nel suo equilibrato libro dedicato a Rodolfo II notava che “gli occultisti che ruotavano attorno alla corte di Praga [...] continuano ad esercitare fascino. Il libro di A.M. Ripellino, Praga magica [...] è di lettura enigmatica, ma è pregevole” [R.J.W. Evans, Rodolfo II d'Absburgo. L'enigma di un imperatore, Il Mulino, Bologna 1984]. In polemica con le tante pagine scritte sulla Praga di Rodolfo II, Demetz ne offre invece un'immagine piuttosto sobria: “La Praga rudolfina non era un luogo idilliaco di pace e tranquillità, ma piuttosto una metropoli europea di grande splendore e molta sporcizia, con orde di viaggiatori stranieri, qualcuno colto e molti presuntuosi (come oggi), militari vanagloriosi e fanciulle sedotte o violentate, e una crescita costante di rapine e omicidi impuniti - le parole bambitka (pistola) e banditi compaiono allora nel ceco parlato” (p. 248). Anche i resoconti lasciati dai viaggiatori, in particolare il caustico inglese Fynes Moryson, non hanno nulla a che vedere con l'atmosfera magica poi tramandata da tanti scrittori molto più tardi “che popolarono la città di eccentrici, maniaci sessuali e donne vampiro” (p. 428). Il barocco, alla luce di un'equilibrata visione storica, è un processo a lungo termine, accelerato dalla vittoria degli Asburgo, ma non certo totalmente imposto dall'esterno. Già da tempo del resto gli storici dell'arte hanno mostrato come il barocco italiano abbia fatto a Praga la sua comparsa ben prima della battaglia della Montagna bianca. Un legittimo stupore può forse provocare nel libro di Demetz la totale assenza di una figura così nota come quella del generalissimo Wallenstein, che così a fondo ha impresso su Praga l'impronta della sua irruente personalità. Opportunamente Demetz si dilunga poi sulle riforme di Teresa e Giuseppe II e su una tradizione poco conosciuta, di tipo prerazionalista, ben simboleggiata dal conte Špork, dallo sviluppo di una scuola storica e filologica, dalla nascita di una solida tradizione teatrale e dalla musica di Mozart. Sorprendenti saranno per il lettore anche le pagine dedicate all'atmosfera rivoluzionaria dell'Ottocento, che aveva iniziato a cristallizzarsi nel 1809 con l'arrivo a Praga di molti esuli politici. Parallelamente la città aveva visto un forte incremento del turismo ``intellettuale'' ed era diventata una delle mete predilette degli scrittori biedermayer prima e romantici poi (il solo Goethe negli anni 1785- 1827 si era recato a Praga 27 volte). Mentre nei resoconti di questi viaggiatori Praga comincia ad avvicinarsi allo stereotipo della città magica, Demetz preferisce recuperare la figura ingiustamente trascurata di Bolzano, “il primo filosofo a prefigurare una comunità europea multietnica” (p. 319). Il risanamento dei quartieri fatiscenti (in realtà una radicale ricostruzione) stava per imporre un profondo cambiamento all'immagine della città e non è certo un caso che, proprio nel momento in cui una parte di Praga scompariva, in campo internazionale “cominciava a fiorire una letteratura su Praga, che puntava soprattutto sulla sua immagine magica e misteriosa” (p. 365). Nel 1918 nasce la Repubblica Cecoslovacca, Masaryk ritorna a Praga, inizia la costruzione della nuova immagine della città capitale di uno stato laico e una delle fasi più stimolanti dal punto di vista culturale, caratterizzata da una feconda competizione tra cultura ceca, tedesca ed ebraica. Il mito della città magica viene ora propagato attivamente dagli stessi intellettuali e un esempio emblematico è quello della manipolazione fatta da parte dei surrealisti cechi della famosissima frase di Breton secondo la quale Praga sarebbe stata ``la capital magique de la vieille Europe''. I surrealisti cechi avevano eliminato la connotazione “ vieille” e fatto di Praga la città magica per eccellenza: “perfino Angelo Maria Ripellino, che dovrebbe saperla più lunga, coltiva questo mito autoconsolatorio. In realtà per Breton Praga era la capitale della vecchia Europa, Parigi la prima città della modernità europea” (p. 401). La morte di Masaryk preannuncia la scomparsa di quella vivace società multiculturale, dalla quale i nazisti cancelleranno la componente ebraica e le espulsioni di massa postbelliche quella tedesca, e segna simbolicamente la fine di un'epoca probabilmente irripetibile. Se una lode particolare va a Sellerio per aver proposto anche al lettore italiano (in una godibile traduzione) un testo tutto sommato poco commerciale, qualche perplessità può suscitare la cura editoriale del libro, sia per i segni diacritici spesso impazziti, che per la decisione di sopprimere la bibliografia. In un libro in cui la citazione tra virgolette senza nessun rimando alle note rappresenta la norma, l'assenza del solido apparato bibliografico dell'originale fa sì che le affermazioni di Demetz sembrino campate in aria. E una volta tanto forse valeva la pena di osare un po' di più e abbandonare la non troppo efficace traduzione letterale del titolo inglese (Prague in black and gold). Mi sembra che Praga magica e Praga tragica avrebbe sottolineato in modo ancora più efficace la sottile vena polemica del libro. In molte pagine di Praga d'oro e nera traspare infatti in modo chiaro una certa irritazione nei confronti del cliché di Praga magica, venduto a ogni angolo di strada: “sto ancora aspettando che qualcuno, finalmente, cominci a parlare di Praga come città di razionalisti e menti analitiche: quel pragmatico amministratore che fu Carlo IV (nonostante la sua pietà religiosa), gli hussiti con la loro teologia sociale, Rodolfo II, che costruì un moderno osservatorio astronomico, gli slavisti Dobrovský, Gebauer e Goll che smascherarono falsi storici, il logico Bernhard Bolzano, il sociologo T.G. Masaryk (che certo preservò la sua fede evangelica), il gruppo praghese degli allievi di Franz Brentano, il Circolo Linguistico di Praga, il drammaturgo Václav Havel che riconosce di aver molto imparato dal fratello matematico e linguista” (p. 428). Come a dire che Praga è una città che non ha bisogno di essere collocata in riva al mare per catturare l'interesse dei lettori.

 
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