P. Ouředník
Europeana. Breve storia del XX secolo
traduzione di E. Paul, Duepunti edizioni, Palermo 2005
(Recensione di Alessandro Catalano)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 481-482
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La storia è quella che conosciamo, che abbiamo letto sui libri di storia e sui giornali, Patrik Ouředník ce la racconta però in un modo in cui non l’avremmo mai voluta sentire... Già a partire dalle prime pagine è irritante, ma malinconico allo stesso tempo, il mondo in cui ci trascina uno degli autori più significativi della contemporanea letteratura ceca: in 150 pagine davanti ai nostri occhi scorre la stralunata storia del XX secolo, compressa e deformata in modo da risultare quasi irriconoscibile. Lo sguardo “liberatore” di Ouředník, autore di un libro godibilissimo nella lettura e allo stesso tempo inquietante nella paradossalità della sua logica rovesciata, restituisce valore al gioco linguistico e alla capacità della letteratura (nei pochissimi casi in cui questo avviene) di sorprendere e mettere in gioco se stessa.
Per certi aspetti Europeana è il primo libro che è andato davvero oltre il postmodernismo: in questo caso non si tratta infatti più di generi narrativi, di prestiti intertestuali e di commistione di segmenti culturali diversi, ma è la funzione stessa della letteratura a essere aggredita. A partire dal suo primo elemento costitutivo: la lingua. La voce narrante, che potrebbe essere allo stesso modo quella di un extraterrestre, come quella di uno storico impazzito, ma anche di un “buon selvaggio” o di un personaggio letterario, cancella infatti all’improvviso la storia che abbiamo conosciuto fino a questo momento e, ai nessi casuali che hanno portato agli avvenimenti più significativi del XX secolo e alle implicazioni morali che quegli stessi eventi portano con sé, sostituisce un nuovo, aberrante, ordine gerarchico.
Europeana, che in forma ridotta abbiamo presentato al pubblico italiano sulle pagine di questa stessa rivista con largo anticipo rispetto alla sua pubblicazione in volume (eSamizdat, 2004/1, pp. 99-111), è un libro di quelli che capita sempre più raramente di leggere ed è stato pubblicato, in una traduzione godibile e precisa (a parte alcune, limitatissime, scelte linguistiche che possono essere fatte rientrare nel novero dei vezzi editoriali), dall’interessante e coraggiosa casa editrice palermitana Due punti (http://www.duepuntiedizioni.it/), che in tempi molto rapidi ha saputo, grazie all’originalità delle proprie scelte editoriali, profilarsi come una promettente speranza del panorama culturale italiano.
Questa “breve storia del XX secolo” (come recita il sottotitolo) è raccontata da Ouředník attraverso il filtro straniante di un osservatore “esterno” che vede gli avvenimenti, li descrive, ma sembra non riconoscerli: il suo sguardo è infatti attratto più dalla combinazione di luoghi comune e aneddoti che dall’importanza storica degli avvenimenti stessi. È come se in un batter d’occhio la complessa storia politica, economica, sociale e culturale del XX secolo fosse stata trasportata sulle pagine della cronaca di un giornale di terz’ordine. E improvvisamente la nostra memoria entra in un corto circuito senza uscita: riconosciamo gli episodi narrati, ci stupiamo della loro tragica stupidità, e paradossalmente solo allora ne percepiamo fino in fondo la mostruosità. Attraverso questo specchio deformato guerra, positivismo, corruzione dei costumi, scoperta dei contraccettivi e del reggiseno, sette religiose, mode, psicoanalisi, eugenetica, genocidi, camere a gas, scientology, la bambola Barbie, nazismo, comunismo, e i mille altri slogan del XX secolo che ancora risuonano nelle nostre orecchie, sono resi ancora più folli dall’apparenza “storica” del romanzo (ulteriormente accentuata dai titoletti a margine dei paragrafi, che avvicinano anche tipograficamente il libro a un manuale liceale, se non addirittura a una cronaca medievale).
E tutto acquista in questo montaggio accelerato di volti, destini ed episodi una patina di follia, si tratti di guerra (“certi storici preferivano la Seconda Guerra Mondiale alla prima e dicevano che la prima era stata nazionale e patriottica mentre la seconda era stata una guerra di civiltà. E che durante la prima la gente aveva combattuto per idee meschine che appartenevano già al passato mentre durante la seconda si difendeva l’idea stessa dell’uomo”, p. 139), di emancipazione sessuale (“nel XX secolo il sesso ha acquisito una grande importanza in Europa e a poco a poco è diventato importante più della religione e quasi quanto il denaro e tutti volevano accoppiarsi in modi diversi perché il desiderio restasse intatto e gli uomini si cospargevano il membro di cocaina per prolungare l’erezione”, p. 62), o del senso stesso della storia (“e gli psicanalisti dicevano che la storia interrotta era come un coito interrotto nel quale il compimento non è la conseguenza naturale di un atto spontaneo ma un modo di eliminare la frustrazione”, p. 110).
In un momento in cui sono letteratura e pubblicistica, se non addirittura le chiacchiere da salotto televisivo, a ricostruire la storia del Novecento, Europeana offre una lettura diversa, che per molti aspetti rinuncia proprio a una delle caratteristiche più importanti del nostro approccio nei confronti del passato: l’interpretazione. E, senza interpretazione, la storia del Novecento è vittima a tal punto degli stereotipi che potrebbe davvero non aver mai avuto luogo: “l’avaria dei sistemi informatici contro la quale i cittadini erano stati messi in guardia dagli specialisti fu chiamata MILLENIUM BUG. Avrebbe potuto prodursi il 31/12/99 a mezzanotte quando i contatori elettronici sarebbero passati alli 01/01/00 e c’era pericolo che i sistemi elettronici indentificassero l’anno 2000 come se fosse il 1900 e come se il XX secolo e l’attentato contro l’erede al trono d’Austria non ci fossero mai stati” (p. 20).
E in fondo come non riflettere sulle parole conclusive del volume? È proprio dietro all’apparente inutilità del “fare storia” (“ma molti non conoscevano questa teoria e continuavano a fare storia come se niente fosse”, p. 150), che è nascosta la chiave per comprendere il nostro rapporto con il passato. La conoscenza degli avvenimenti narrati, infatti, attiva, proprio perché certi accostamenti vanno al nucleo dell’assurdità delle cose, la partecipazione emotiva del lettore, che spesso ha con quei fatti un rapporto conflittuale. In questo modo resta costantemente vittima, suo malgrado, di una persistente sensazione di spaesamento, aggravata dalla vuotezza del linguaggio “pseudoscientifico” del testo. Il cinismo di questa “storia senza virgole” (eccellente la resa dello stile difficilmente riproducibile dell’originale) tritura pagina dopo pagina cliché nazionalistici, ideologici e religiosi del secolo scorso, lasciando dietro di sé un vuoto cosparso di malinconia.
In un momento in cui la parola Europa ha inflazionato il vocabolario quotidiano, Europeana, libro che andrebbe letto e discusso come pochi altri libri recenti, offre della storia del nostro continente un’interpretazione caustica e quasi blasfema. Privi di interpretazione, gli avvenimenti e le idee raccontate si tramutano infatti in simulacri, in veri e propri fantasmi, che sembrano tristemente confermare la triste verità che, nonostante l’apparente originalità, la nostra storia passata è stata spesso di una banalità e ripetitività disarmanti...

 
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