Glosse storiche e letterarie III
(Recensioni di Alessandro Catalano)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 307-316
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La nuova stagione dell’avanguardia
Che dal punto di vista ideologico i quindici anni trascorsi dalla rivoluzione di velluto non siano passati invano è testimoniato anche dalla più o meno contemporanea apparizione in libreria di una serie di interessanti reprint dei testi tipograficamente più originali prodotti dall’avanguardia ceca. Pur lontano dagli estremismi dell’avanguardia russa, anche il poetismo ceco ha infatti prodotto un gran numero di libri e riviste sperimentali, stravaganti e colorate, che oggi raggiungono negli antikvariáty prezzi proibitivi e sono di difficile consultazione persino nelle biblioteche più fornite. Se negli anni Novanta, che hanno osteggiato qualunque forma di arte impegnata e “di sinistra” erano stati ripubblicati solo due dei libri simbolo del poetismo, il delizioso volume del 1925 di J. Seifert Na vlnách T.S.F. (Praha 1992) e l’originalissimo alfabeto danzante del 1926 di V. Nezval ( Abeceda, Praha 1993), la serie di mostre dedicate ai protagonisti dell’avanguardia e della neoavanguardia, avviata dalla grande retrospettiva sul surrealismo ceco curata da L. Bydžovská e K. Srp ( Český surrealismus 1929-1953, Praha 1996), ha permesso un’interessante opera di recupero di un’eredità culturale forse troppo rapidamente messa da parte. Varrà quindi la pena segnalare almeno i risultati più interessanti di questa nuova “primavera dell’avanguardia”.
Peraltro non è certo un caso che l’ondata dei reprint sia iniziata con una serie di testi a “sfondo sessuale” e/o scandalistico e quindi potenzialmente più promettenti dal punto di vista commerciale (già nel 1996 era del resto riapparso nelle librerie il celebre almanacco che nel 1936 i surrealisti praghesi avevano dedicato a K.H. Mácha, Ani labuť ani Lůna. Sborník k 100. výročí smrti K.H. Máchy). Molte polemiche hanno accompagnato la pubblicazione da parte della casa editrice Primus, senza l’approvazione degli eredi (chissà perché contrari) e a pochi mesi dal cambio della legge sui diritti d’autore che l’avrebbe resa impossibile, della raccolta di versi erotici Tyrsos di F. Halas (Praha 2000), originariamente pubblicata da J. Štyrský (in 138 copie e con sue illustrazioni) come terzo volume (1932) della sua collana Edice 69. Nel 2001 la casa editrice Torst ha poi con grande successo ripubblicato diversi altri testi interessanti (tutti a cura di K. Srp): prima di tutto Sexuální nocturno [Notturno sessuale] di V. Nezval, “l’illusione smascherata” della sua iniziazione sessuale, illustrato (con 14 collage, qui pubblicati in appendice anche nella loro versione a colori) e pubblicato nel 1931 in 138 copie da Štyrský come primo volume della collana Edice 69. Contemporaneamente è comparsa sugli scaffali delle librerie anche una delle più interessanti opere del surrealismo ceco (si tratta di un testo erotico accompagnato da dodici fotomontaggi dell’autore), Emilie přichází ke mně ve snu [Emilie mi raggiunge nel sonno], pubblicata da Štyrský in soli 69 esemplari (come sesto e ultimo volume della collana Edice 69) nel maggio del 1933, subito seguita dai tre numeri della rivista Erotická revue, promossa e pubblicata in poche centinaia di copie tra il 1930 e il 1933 dal solito Štyrský, a cui hanno partecipato (spesso, ma non sempre, con degli pseudonimi) tutti i principali esponenti dell’avanguardia ceca (compresi F. Halas, V. Nezval, A. Hoffmeister).
Quest’accelerazione nella riproposizione dei testi graficamente più interessanti dell’avanguardia è culminata l’anno scorso, quando la casa editrice praghese Akropolis ha ripubblicato, quattro anni dopo il non troppo felice reprint (notevolmente ridotto rispetto all’originale) di Praha s prsty deště [Praga con le dita di pioggia, 1936] di V. Nezval, il celebre volume Pantomima dello stesso Nezval, senza dubbio uno dei testi più interessanti prodotti dall’avanguardia ceca. Più o meno contemporaneamente è apparso nelle librerie, sempre a cura della stessa casa editrice, anche l’introvabile dittico di K. Teige O humoru, clownech a dadaistech [Sull’umorismo, i clown e i dadaisti], i cui due volumi sono rispettivamente intitolati Svět, který se směje [Il mondo che ride, 1928] e Svět, který voní [Il mondo che profuma, 1930]. Questa ricca serie di reprint, accompagnata da molte raccolte di testi di alcuni protagonisti dell’avanguardia (si pensi alla riedizione delle opere complete di Holan e alla pubblicazione di diversi volumi della prima raccolta completa delle opere di Seifert) e da altre mostre di grande successo (si pensi solo alle grandi retrospettive della Toyen e di Hoffmeister), sembra aver goduto di un buon successo commerciale ed è stata coronata, sempre a cura di K. Srp, dalla recente riedizione delle principali riviste surrealiste degli anni Trenta, Zvěrokruh 1. Zvěrokruh 2. Surrealismus v ČSR. Mezínárodní bulletin surrealismu. Surrealismu (Praha 2004). Anche se l’economia di mercato non sembra valorizzare la cultura, paradossalmente, almeno nel caso dell’avanguardia ceca, sembra essere stata la richiesta a permettere il superamento definitivo della “segregazione ideologica” dell’arte politicamente impegnata.

A. Wagnerová, Milena Jesenská. Una biografia, traduzione di C. Mainoldi, Archinto, Milano 2004.
A diversi anni dall’edizione tedesca arriva anche sugli scaffali delle librerie italiane la monografia dedicata a Milena Jesenská da una studiosa che molto ha fatto negli ultimi decenni per ristabilire un’immagine quanto meno obiettiva di una delle figure femminili meno facilmente afferrabili del secolo scorso. Dopo gli ormai classici libri di Margarete Buber-Neumann e della figlia Jana Černá il lettore italiano ha dunque ora l’occasione di ripercorrere la vicenda della “Milena di Kafka” sulla base di una ricostruzione molto attenta alla “voce” della stessa protagonista. Come già notato in un numero precedente di eSamizdat (2004/2, pp. 330-331), l’autrice è infatti la curatrice di una ricca raccolta di lettere di Milena, ora disponibile anche in italiano: Milena di Praga. Lettere di Milena Jesenská 1912-1940 (Troina 2002). Curiosamente quest’edizione non è registrata dal traduttore che, non solo non segnala quest’importante pubblicazione al lettore, ma è anche costretto a fornire una nuova versione delle citazioni qui utilizzate.
Ma questa non sarebbe che la minore delle sviste di una traduzione infarcita di una discreta quantità di svarioni a volte davvero imbarazzanti: si vedano “gli ordini cechi” per gli stati/ceti (p. 20), “il prenome” al posto del nome (pp. 21, 85), le “busse” al posto delle botte (p. 22) e così via. Ancora peggiore è però la resa contorta di intere frasi, spesso talmente ingarbugliate da risultare praticamente incomprensibili: “là dove mette conto di mediare o di confermare alcunché di positivo” (p. 23), “faceva e disfaceva, secondo gli talentasse” (p. 24), “provarsi a scrivere fa quasi parte del bon ton” (p. 33), “due altri lo aduggiano lungo tutta la sua vita” (p. 47), “il problema diventa tema a se stesso” (p. 47), “due ore di vita sono per lei – a differenza anche da Franz Kafka – senz’altro più che due pagine di scritto” (p. 62), “assaporare la vita sino alla feccia” (p. 77), “Krejcar che, malato di cuore, se la sfanga a fatica” (p. 125), “egli tenta di ottenere con un affidavit un permesso di espatrio per Milena” (p. 145), “ho tenuto fermo al mio punto di vista” (p. 152), “ha le gambe e le mani gonfie, forti dolori al bacinetto renale, e il colore del viso fa concludere per una grave malattia” (p. 156), “solo un atteggiamento di indifferenza non consente di incontrarla mai” (p. 163). Tutto ciò naturalmente non aiuta la lettura di un libro che di per sé unisce a qualche pregio notevoli difetti.
Alla fine infatti la Wagnerová, che pure presenta diversi nuovi materiali su alcuni momenti importanti della vita di Milena, fa ben poco per superare quel “mito di Milena” che pure vorrebbe combattere (p. 26). Spesso anche le notizie più interessanti sono “occultate” dalla banalità della chiave interpretativa scelta: la soverchia “libertà interiore” di Milena, che condizionerebbe tutte le sue scelte e decisioni, compresa la separazione da Kafka (p. 81), non può infatti rendere giustizia alla complessità della personalità di una delle più famose giornaliste ceche. Troppo spesso le motivazioni psicologiche delle azioni di Milena sono infatti analizzate con strumenti psicologici fin troppo banali e piuttosto frequente, a partire dall’interpretazione del primo giorno di ginnasio di Milena, è il ricorso a clichè triti e ritriti: “la mamma di Milena alla stessa ora forse è in veste da camera alla toeletta, si sta pettinando i lunghi capelli castani e pensa alla sua bimba che oggi comincia un nuovo capitolo della sua vita. Avrà certamente più possibilità...” (p. 30). Si parli dell’influenza dei genitori sulla vita successiva di Milena, delle sue letture di Dostoevskij (p. 31), della sua presunta “affinità psichica e spirituale con la grande scrittrice boema dell’ottocento Božena Němcová” (p. 77) o delle rivali di Milena (“una capricciosa, insignificante biondina”, p. 60), il giudizio sembra sempre determinato dalla necessità un po’ puerile di “giustificare”, quantomeno a livello emotivo, le scelte di Milena. L’impostazione dell’autrice è del resto evidente quando sostiene che “non è il mito Milena, bensì l’incanto che si irradia da un essere umano a non poter essere dimenticato” (p. 163). Se l’empatia con la protagonista era comprensibile nelle monografie della compagna di Milena nel campo di concentramento (dove lei sarebbe morta) e della stravagante figlia, lascia molto più perplessi in un caso in cui molto meno evidenti sono i motivi di quest’immedesimazione.
Anche dopo questo libro, che si può quindi consigliare soprattutto a chi poco sa della vicenda di Milena Jesenská, resta dunque tuttora aperta la domanda a cui l’autrice avrebbe pure voluto dare una risposta definitiva: “chi fu realmente? Una bella donna dall’intenso fascino erotico, una splendida giornalista e una persona coraggiosa e inflessibile, o piuttosto un carattere volubile, una che sapeva far compilazioni di mode, stili di vita e correnti di pensiero, di cui abilmente si appropriava, e che intendeva solamente far colpo entusiasmandosi ora di questo ora di quello?” (p. 163). Alla luce dei risultati recenti di molti studi deludenti che cercano di analizzare in chiave femminista la vita di Milena, forse è davvero arrivato il momento che, in una vera prospettiva gender, sia un uomo a provare a ricostruire un percorso che è davvero riduttivo restringere a quella spontaneità femminile in rivolta contro il mondo patriarcale che domina tutte le biografie finora pubblicate.

Politica e religione nell’Europa centro-orientale (sec. XVI-XX) , a cura di G. Platania, Sette città, Viterbo 2002; L’Europa centro-orientale e gli archivi tra età moderna e contemporanea, a cura di Idem, Sette città, Viterbo 2003.
In tempi molto rapidi rispetto agli standard italiani sono stati pubblicati in successione gli atti di due importanti congressi organizzati, rispettivamente nel giugno del 2001 e nel giugno dell’anno successivo, a Viterbo. I volumi, curati da Gaetano Platania e pubblicati all’interno della collana del centro Studi sull’Età dei Sobieski e della Polonia Moderna (CESPoM) edita dalla vivace casa editrice Sette città (<http://www.settecitta.it/catalogo/schede/collane/cespom.html>), si caratterizzano, caso praticamente unico nel panorama storiografico italiano, per l’attenzione dedicata a quell’aria centro-orientale dell’Europa che è sempre stata relegata ai margini dei filoni principali della ricerca. I due congressi sono stati per di più dedicati a problemi storici molto dibattuti negli ultimi decenni in ambito europeo, ma scarsamente noti nel dibattito storiografico italiano: il rapporto tra la politica e la religione e la centralità della “riscoperta” delle ricerche d’archivio.
Il primo dei due volumi contiene saggi di pregio, come quello di Jean Bérenger, dedicato al complesso (e non troppo noto) problema del cattolicesimo “austriaco”. Ripercorrendo il percorso dalla controriforma alle riforme di Giuseppe II e sfruttando un’ottima conoscenza degli sviluppi del “cattolicesimo riformatore” settecentesco e della storia ungherese, lo storico francese ha ricostruito in modo preciso le trasformazioni del cattolicesimo centro-europeo, mettendone giustamente in evidenza la dimensione “italiana” (p. 23). Se impeccabile è anche lo studio di István György Tóth, noto autore di un’eccellente edizione delle relazioni dei missionari in Ungheria e Transilvania, dedicato alle lotte confessionali in questi due paesi, molte più perplessità suscita l’ardito utilizzo del concetto di “dissidenza” applicato piuttosto avventatamente da Hieronim Fokciński all’Europa centro-orientale dell’età moderna. Nel volume non mancano un saggio dedicato da Michel V. Dmitriev al problema dell’identità nazionale e religiosa della Rutenia e la precisa ricostruzione di Rita Tolomeo dell’arrivo dei cappuccini in Russia, mentre stranamente è assente uno studio specifico dedicato alla Boemia, a cui solo in parte suppliscono gli accenni contenuti nel saggio di Bérenger. Data anche la ricchezza e la qualità degli studi dedicati dall’organizzatore dei due convegni a questa parte d’Europa, non stupisce che alcuni degli interventi migliori gravitino attorno alla Polonia: accanto al lungo studio (discorsivo ma preciso) dedicatoda Henryk Litwin all’opera dei nunzi pontifici in Polonia e all’intervento di Daniel Tollet sul fenomeno della conversione degli ebrei visto da Roma e dalla Polonia, va ricordato a questo proposito soprattutto l’intevento di Platania stesso, dedicato alla “difficile introduzione” dei cappuccini “nel lontano regno dei Sarmati europei” (p. 215). Accompagnato da interessanti materiali iconografici provenienti dall’archivio provinciale dell’ordine di Firenze, il contributo chiarisce molti punti oscuri di un tema pure già affrontato da storici precedenti (si pensi ad esempio ai poco noti, ma eccellenti, studi di J. Cygan). Molto utile si rivela anche l’intervento di Maria Letizia Sileoni dedicato a una figura già nota come quella del gesuita Carlo Maurizio Vota, che viene qui però ricostruita sulla base di materiali inediti contenuti negli archivi romani, mentre piuttosto forzata è la presenza, in un volume in cui tutti gli altri saggi sono dedicati a vicende del XVI-XVIII secolo, del pure interessante intervento di Manuela Pellegrino dedicato ai rapporti tra Santa sede e Ucraina rivoluzionaria (1917-1922), unica sonda lanciata verso la storia contemporanea.
Spunti di ancora maggiore interesse riserba il secondo dei volumi presi in considerazione, dedicato a un tema forse troppo presto messo da parte qualche decennio fa: l’importanza degli archivi per lo studio della storia di questa parte d’Europa. Riallacciandosi al precedente volume curato da M. Sanfilippo e G. Pizzorusso, Gli archivi della Santa Sede come fonte per la storia Moderna e Contemporanea (Viterbo 2001), e in parte completandolo, il volume presenta uno spettro più ampio di temi, comprendendo stavolta anche la Boemia, sia pure soltanto attraverso l’accurata caccia di Olivier Chaline alla ricerca dei documenti sulla battaglia della Montagna bianca conservati negli archivi romani. Un’importanza eccezionale riveste per chiunque vorrà in futuro avvicinarsi all’Archivio segreto vaticano, senza dover perdere tempo prezioso per orientarsi nella perversa struttura dei fondi, l’acuta presentazione di Luca Carboni, che traccia un dettagliato profilo degli archivi degli uffici di curia e delle rappresentanze pontificie (pp. 89-178). Fornendo anche un quadro degli indici a disposizione degli studiosi e una sommaria descrizione dei fondi delle congregazioni romane, Carboni, che a sua volta dedica uno spazio minimo alla Boemia e alla Moravia, segnala anche alcuni fondi interessanti che potrebbero in futuro attirare l’attenzione degli storici. Accanto a quest’analisi di ampio respiro, necessariamente più contenuti appaiono gli studi dedicati agli altri archivi italiani: se il primo degli interventi dedicati all’archivio veneziano, opera di Bérenger, si limita a segnalare le principali edizioni e gli studi basati su materiali provenienti da quest’archivio, lanciando velocissime sonde su alcuni momenti di storia ungherese, il secondo, presentato da Stefano Andretta (autore di importanti studi basati su materiali veneziani), offre quantomeno un quadro più dettagliato ed esaustivo. Proseguendo nel suo studio sistematico delle vicende di italiani attivi in Polonia, Rita Mazzei segue stavolta le tracce di Ludovico Monti, segretario di Bona Sforza e Sigismondo II, riportando così alla luce interessanti materiali contenuti negli archivi di Modena, Mantova e Parma. Come segnala giustamente l’autrice, la ricerca di informazioni su Monti si trasforma peraltro in un possibile percorso di ricerca all’interno dei fondi di questi archivi per temi di portata anche più generale. Platania ha invece dedicato un altro intervento di estremo interesse ad alcune “fonti inedite e/o rare da (ri-)scoprire”, concentrando la sua attenzione soprattutto sullo straordinario diario dell’avvocato romano Carlo Cartari (1642-1691), il cui studio potrebbe rivelarsi prezioso anche per altre zone europee e non soltanto per la Polonia, su una relazione redatta nel 1684 dal veneziano Giacomo Cavanis, e su una serie di scritti del famoso “Burattino” Giuseppe Miselli, rivelando nuovamente una notevole sensibilità nella “(ri-)scoperta” di testi di grande valore culturale. Francesca De Caprio ha redatto un elenco molto dettagliato delle lettere ricevute dai principi Gonzaga dalla Polonia, mentre Marco Pizzo ha richiamato l’attenzione sui trascurati archivi gentilizi (pure oggi spesso aperti al pubblico) e curato, come esempio della ricchezza dei materiali in essi contenuti, l’edizione di alcune “notizie” degli anni Settanta e Ottanta del XVII secolo conservate nell’Archivio storico Odescalchi. Oltre ad alcune sonde sugli archivi e istituti di ricerca polacchi, il volume contiene infine anche contributi su alcuni archivi degli ex paesi dell’Est che segnalano alcuni materiali non banali, ma sono ben lontani dal risultare esaustivi. Forse anche in questo caso sarebbe stato preferibile dedicare alla contemporaneità un convegno apposito, restringendo lo spettro di questo volume all’età moderna (si sarebbe però perso il brillante studio di Pizzorusso e Sanfilippo dedicato all’importanza delle fonti ecclesiastiche romane per la storia dell’emigrazione dei polacchi negli Stati uniti), includendo magari anche interventi specifici dedicati ai ricchissimi archivi di Praga e Vienna (per non parlare poi degli altri archivi nobiliari conservati in Boemia, Moravia e Slesia).
L’impressione generale offerta dai due volumi è comunque quella di un impegno di grande qualità, piuttosto inconsueto per l’Italia, con l’obiettivo di reintegrare lo studio dell’Europa centro-orientale (e soprattutto della Polonia) nella nostra storiografia. Si tratta di uno sforzo sicuramente ammirevole che paga solo, a volte, la problematica definizione del settore stesso di studio. Fino a che punto infatti la Monarchia asburgica ne fa parte a tutti gli effetti? E i Balcani? Se da questi due volumi, che pure hanno il grande merito di spostare a ovest l’asse tradizionale dell’interesse degli storici dell’Europa orientale, sembrerebbe non molto, tuttavia altre iniziative editoriali già annunciate dagli stessi organizzatori lasciano invece prevedere sviluppi molto interessanti anche su questo versante.

J. Duindam, Vienna and Versailles. The Courts of Europe’s Dynastic Rivals, 1550-1780, Cambridge University Press, Cambridge 2003 [Vienna e Versailles (1550-1780). Le corti di due grandi dinastie rivali, traduzione di M. Monterisi, Donzelli editore, Roma 2004].
Non capita sovente che una casa editrice italiana pubblichi con tale tempismo libri, pure importanti, dedicati all’area centroeuropea: tanto più sorprendente è quindi constatare quanti importanti lavori sulla corte viennese siano stati pubblicati (soprattutto a opera di M. Hengerer, P. Maťa e Th. Winkelbauer) nel corso dell’anno intercorso tra l’edizione originale inglese e la traduzione italiana di Vienna and Versailles. The Courts of Europe’s Dynastic Rivals, 1550-1780. Attorno alla corte viennese e all’aristocrazia centroeuropea si sta infatti da anni concentrando una vera esplosione di studi, prodotto anche di un’intensa collaborazione internazionale e interdisciplinare, di cui Jeroen Duindam, professore di storia all’Universiteit Utrecht (http://www.let.uu.nl/~jeroen.duindam/personal/), rappresenta una delle figure principali. All’interno di questo intenso dibattito l’autore, sfruttando il clima di grande collaborazione che si respira a Vienna, ha potuto comunque citare nelle note molti lavori pubblicati solo successivamente: Duindam del resto si è ritagliato, per il rigore critico e la capacità di problematizzare questioni apparentemente scontate, un posto di primo piano già con il suo Myths of Power: Norbert Elias and the Early Modern European Court (Amsterdam 1995), le cui conclusioni sono state presentate in forma ridotta anche in italiano (“Norbert Elias e la corte d’età moderna”, Storica, 2000, 16, pp. 7-30). Pochi anni dopo l’interessante schizzo tracciato in un articolo da allora frequentemente citato (“The Court of the Austrian Habsburgs: Locus of a Composite Heritage”, Mitteilungen der Residenzenkommission der Akademie der Wissenschaften zu Göttingen, 1998, 2, pp. 24-58), Duindam ha ora dedicato un intero libro al confronto delle corti più fastose del tardo Seicento e del Settecento, Parigi e Vienna: tramontato il prestigio di Madrid, e passata la principale rivalità europea nelle mani del ramo viennese degli Asburgo, del resto, almeno “dal 1680 in avanti, Vienna e Versailles rappresentarono senza dubbio i due fulcri della vita di corte europea” (p. 27).
Muovendo da una serrata critica a certi presupposti dati per scontati da Norbert Elias in quei lavori che pure hanno avuto il grande merito di rendere nuovamente accettabile lo studio della corte e dello stile di vista dell’aristocrazia, l’autore è stato uno dei principali protagonisti del cambiamento che negli ultimi dieci-quindici anni ha portato a un modo nuovo di studiare il ruolo ricoperto dalla corte nell’età moderna: unendo a un’evidente predisposizione per la costruzione di modelli teorici a un’inconsueta frequentazione degli archivi parigini e viennesi, Duindam ha tracciato ora in Vienna e Versailles (1550-1780). Le corti di due grandi dinastie rivali un affresco imponente di tutto ciò che già Furetière alla fine del Seicento considerava costituire una corte (“la residenza del re o del principe regnante”, “il re e il suo consiglio, o i suoi ministri”, “i funzionari e il seguito di un principe”, p. 9).
Partendo dal presupposto che la visione “tradizionale” risulta troppo dipendente da fonti in qualche misura influenzate dalla “retorica artistica e letteraria fiorita intorno alla corte” (p. 437), come dimostrano ad esempio le memorie di Saint-Simon sulla corte di Luigi XIV, Duindam mette in dubbio tutta una serie di luoghi comuni sulla vita del cortigiano, a cominciare da quello del servizio stesso, che “non deve necessariamente essere associato ai concetti di decadimento e impotenza” (p. 29), ma può benissimo essere interpretato come una collaborazione conveniente sia per i sovrani che per i loro sudditi. Anche la portata della professionalizzazione dell’apparato burocratico, in cui è stato troppo spesso individuata la prima tappa di uno sviluppo civilizzatore, viene ripensata criticamente dall’autore, che la ritiene più un risultato dell’“ossessiva ricerca degli antecedenti dello Stato moderno” (p. 14) che una realtà di fatto. Per quanto riguarda la complessa questione della supposta modernità e/o arcaicità della vita di corte, Duindam muove dalla semplice, ma pure spesso trascurata, constatazione che in realtà, come un po’ dappertutto, anche “a corte, spirito innovativo e tradizionalismo hanno sempre convissuto” (p. 22).
Il volume, molto ricco di riferimenti bibliografici e archivistici, è diviso in equilibrati capitoli dedicati rispettivamente alle origini della corte, al suo funzionamento economico (attraverso l’analisi dei costi e dei redditi), alla vita di corte (grazie a un’analisi del calendario e del cerimoniale) e alla distribuzione del potere (studiandone le forme, la distribuzione in fazioni e il suo rapporto con le istituzioni della periferia). Tenendo a volte ben distinta l’analisi della corte francese da quella viennese, altre volte sovrapponendo i due piani, l’autore fornisce centinaia di esempi concreti che rendono particolarmente prezioso il testo, ma possono scoraggiare un lettore alle prime armi. L’attenzione di Duindam è orientata non soltanto verso i nobili, ma verso la corte nel senso più ampio del termine, cosa che gli permette di tratteggiare un quadro completo e non limitato ai noti intrighi contro i sovrani che sono stati ripetutamente analizzati in tante opere storiche, letterarie e cinematografiche.
Piuttosto sorprendentemente questo serrato confronto tra le corti delle due potenze rivali del Settecento mette in evidenza molte più affinità che differenze tra le strutture delle due corti, anche se Duindam non può non rimarcare diverse volte il differente livello del confronto, visto che la spesa generale della corte viennese non ammonta che al 15-30 percento di quella francese (p. 123). L’idea di una profonda diversità tra le due corti è quindi dipesa dallo sfasamento diacronico nel loro rispettivo sviluppo, dovuto alle gravi crisi religiose e politiche che i rispettivi sovrani hanno dovuto affrontare nel periodo preso in considerazione (pp. 170-179). Da ciò naturalmente sono derivate anche strategie differenti nell’attuazione dei meccanismi di integrazione ai vertice delle strutture statali: alla venalità delle cariche francesi corrispondono ad esempio i consistenti investimenti che un nobile centroeuropeo deve sostenere prima di conquistare un posto (spesso solo onorifico) a corte. Non è quindi un caso che più passaggi del libro, riferiti a una delle due corti, potrebbero senza grossi problemi essere usati anche per descrivere i processi in atto a centinaia di chilometri di distanza: “i danni causati dalle guerre religiose, che vide le élites nobiliari raccogliersi sempre più attorno alla corte del re, dando a uno sviluppo graduale l’apparenza di un cambiamento repentino” (p. 369).
Una delle parti più intriganti del libro è dedicata alla ricostruzione dei tempi della vita di corte, sia nel caso del ritmo dell’anno liturgico che degli svaghi (la caccia in primo luogo): la “giornata tipo” del sovrano offre infatti all’autore la possibilità di descrivere numerosi tratti di quell’“elaborata coreografia” dell’epoca che la nostra cultura ha ormai definitivamente relegato nella sfera del privato (l’alzarsi del sovrano, il vestirsi, il mangiare, e così via). Altrettanto preciso è lo studio dell’”ideale irrealizzato” del cerimoniale, di cui viene con cura sottolineata la forte “componente contestuale” (p. 257). Proprio nello studio dell’“ossessione per la forma”, che indubbiamente costituisce una delle più evidenti caratteristiche dell’epoca, possono essere peraltro individuati i pregi maggiori dell’approccio di Duindam, che dimostra sempre grande cautela nei confronti del tipo di fonti che abbiamo oggi a disposizione: “i registri riportano un’infinità di dettagli in merito alle varie cerimonie, ma il criterio con cui questi esempi venivano selezionati può essere stato determinato dalla necessità di prevenire o risolvere contenziosi di etichetta, tralasciando così tutta una varietà di situazioni e norme che non erano mai state messe in discussione. Ciò può giustificare le lunghe omissioni e l’irregolare distribuzione delle note sui registri” (p. 285). Particolarmente originale è l’analisi della reale posizione del sovrano e la funzione dei suoi enigmatici silenzi, così spesso rimarcati dagli osservatori (p. 311). Oltre al ruolo di “astuto manipolatore”, tramandato dalla storiografia, Duindam mette infatti in evidenza anche quanto complesso fosse muoversi all’interno della rete così fitta degli interessi dei suoi stessi “favoriti”: “c’è la tendenza a ripetere i pochi e dubbi esempi da cui si evincerebbe un’attiva manipolazione operata dal re Sole, dimenticandosi di citare tutti quegli esempi che mostrano invece disagio e passività. È mia opinione che la manipolazione del rituale domestico fosse, al meglio, un’azione non premeditata, e molto più spesso un atto difensivo e inefficace da parte di individui che si sentivano minacciati e angosciati” (p. 423).
In quest’articolata ricostruzione si può forse notare che leggermente sottostimata è non solo la presenza femminile (limitata alle consorti e vedove di re e imperatori, oltre che alle loro amanti), ma anche di tutti quei consiglieri di primo piano che pure hanno caratterizzato la ricerca storiografica fino a pochi anni fa: in accordo con una tendenza della storiografia recente anche in Vienna e Versailles sono infatti quasi del tutto assenti Richelieu, Mazzarino, Eggenberg e Wallenstein, tanto per citare i nomi più celebri. Se è stato sicuramente necessario mettere in discussione il “culto della personalità” della storiografia ottocentesca, sempre più di frequente la personalità individuale sembra, nella storiografia recente, sfaldarsi in un’immagine ideale del cortigiano/nobile che viene spesso, a priori, considerata più “tipica” di quella di chi ha ricoperto un ruolo politico, religioso o militare di primo piano. Analogamente sottostimati sono il ruolo ricoperto dalle corti come centri di cultura e la loro funzione letteraria, architettonica e musicale (pp. 394-400) e, nonostante i ripetuti accenni in vari punti del libro, i legami con il ramo spagnolo degli Asburgo (pure evidenti per buona parte del Seicento). Ancora tutto da mettere in luce è il senso della dilagante presenza di quel “cerimoniale spagnolo” che ha molto probabilmente ricoperto un ruolo fondamentale in quella maggiore “austerità” della corte viennese rispetto a quella francese che viene spesso sottolineata dall’autore (si vedano ad esempio pp. 248-249).
Mettendo giustamente in dubbio che la contrapposizione, pure così rimarcata a partire dalla fine del Settecento, dei concetti di “servizio” e “merito” avesse realmente caratterizzato l’epoca precedente (p. 12), uno dei maggiori pregi dell’opera di Duindam è quello di riportare alla sua reale complessità il rapporto tra la corte e quel mondo nobiliare che si è trovato, nel corso dell’età moderna, sempre più attratto nella sua orbita: “questo labirinto di interrelazioni e reciproche influenze non può essere ridotto alla semplicistica spiegazione di esempio e imitazione” (p. 406). Questo “mosaico multiforme di tensioni e alternative ricorrenti” (p. 412) trova nella descrizione offerta da Duindam una nuova plasticità, mettendo in crisi, anche attraverso un’intelligente analisi dei rapporti (soprattutto di carattere economico) con la periferia, l’immagine di autorità assoluta spesso attribuita a Versailles e Vienna. Il centro di gravità del volume, che spazia comunque in un periodo molto più ampio, si situa attorno all’anno 1700 (i sovrani che incontriamo più frequentemente sono infatti Leopoldo I e Luigi XIV), anche per un’evidente maggiore presenza e “leggibilità” dei fondi archivistici. La ricostruzione offerta è caratterizzata in ogni pagina da un ammirevole sforzo di utilizzare solo entro certi limiti ben delimitati quella memorialistica che ha ricoperto un ruolo così importante nel definire il “mito” delle due corti, sostituendola con materiali d’archivio più affidabili. La critica maggiore di Duindam (e l’apporto più importante alle ricerche future) resta comunque concentrata contro l’idea che esistesse già all’epoca una sorta di premoderna “separazione delle competenze” al di fuori della corte, nel chiaro intento di “restituire alla corte la posizione di fulcro principale di questo processo” (p. 426). In questo modo alla corte viene definitivamente restituito quel ruolo di “centro simbolico” attorno al quale si sono radunate le élite, più per un processo di “integrazione” che di “addomesticamento” (p. 436), come invece ha voluto spesso vedere una storiografia più interessata a condannare quest’epoca che a studiarla realmente.

P. Maťa, Svět české aristokracie (1500-1700), Nakladatelství Lidové noviny, Praha 2004.
La nostra cultura ha oggi pochissimo in comune con il comportamento apparentemente assurdo di uno dei nobili che nel 1621, dopo la sconfitta dell’“infame ribellione”, stava per salire sul patibolo organizzato dagli Asburgo sulla piazza della Città vecchia di Praga: quando tocca a lui, infatti, l’incriminato non esita a protestare vibratamente perché nella vita aveva sempre avuto la precedenza rispetto al nobile che era stato giustiziato prima di lui. Sarebbe davvero difficile trovare un esempio più calzante del complesso sistema di funzionamento delle gerarchie e del cerimoniale che governavano la vita dell’aristocrazia nel corso dell’età moderna. Con quest’aneddoto inizia il notevole libro di uno degli storici cechi più promettenti della nuova generazione, Petr Maťa, che per la prima volta nella storiografia ceca fa un tentativo serio e approfondito di superare la barriera simbolica del 1620, davanti alla quale si era arrestata tutta la storiografia di matrice nazionalista di derivazione ottocentesca e che, anche in molti lavori pubblicati di recente, si è sempre rivelata uno scoglio insuperabile. La generazione degli aristocratici che ha dominato la politica boema dopo la battaglia della Montagna bianca è stata infatti sempre vista in chiave molto negativa e quella di Maťa è la prima vera riformulazione delle domande basilari della ricerca storica alla luce di una visione più coerente con i materiali sepolti negli archivi.
L’autore, già noto per i suoi brillanti studi precedenti (sia detto en passant che data l’età la sua bibliografia è davvero stupefacente), pubblica qui una prima riformulazione generale dei risultati delle sue ricerche: alla luce di un approccio metodologico moderno e fortemente influenzato dal vivace dibattito che, a partire dalle teorie di Elias, ha caratterizzato in tutt’Europa negli ultimi vent’anni lo studio dello stile di vista dell’aristocrazia, riaffronta il tema in modo molto originale, problematizzando numerosi cliché della storiografia precedente. Nel contesto ceco la nobiltà è infatti la classe sociale che più di ogni altra ha pagato le conseguenze del suo carattere transnazionale e delle feroci critiche a cui è stata sottoposta a partire dall’Ottocento. Questo studio lascia pensare che sia finalmente arrivato il momento in cui possiamo guardare con maggiore serenità al passato: partendo da un presupposto di questo tipo è infatti molto più semplice riconoscere, come segnala Maťa nel suo libro, che la battaglia della Montagna bianca non ha fatto che accelerare una serie di tendenze strutturali più generali (l’integrazione all’interno dello spazio della monarchia asburgica ad esempio) già evidenti nei settant’anni precedenti.
Uno dei maggiori pregi dell’autore è l’attenzione alla precisione terminologica (si vedano la chiara differenziazione tra aristocrazia e nobiltà o il riconoscimento dello scarso valore interpretativo di categorie storiche problematiche, prima fra tutte quella di “nobiltà straniera”) e la tendenza ad analizzare i fenomeni in base alla mentalità dell’epoca e non a quanto gli storici successivi hanno proiettato su un’epoca ormai ideologicamente troppo lontana da quelle successive (si veda l’acuta analisi linguistica che lo ha portato a scoprire l’assenza nel ceco del Seicento di una parola per indicare la “famiglia” nel senso odierno, o le pionieristiche analisi dell’uso dei termini “amici” e “onore”). Quasi rivoluzionaria è poi, almeno nel contesto ceco, la scelta, che deriva peraltro da un attento studio delle fonti, di valutare i beni posseduti come criterio decisivo ai fini dell’appartenenza nazionale, e non quindi proiettando, come pure comunemente viene fatto, un inesistente principio nazionale o linguistico su un’epoca che non conosceva ancora suddivisioni “nazionaliste” in questa forma. Giustamente Mat’a ritiene per di più il concetto stesso di “aristocrazia ceca” una nostra costruzione o, ancora più precisamente, qualcosa che esiste ancora nel XVI secolo, ma che perde rapidamente senso nella nuova costellazione politica e sociale del XVII secolo, nel corso del quale si è formata quella società aristocratica dell’Europa centrale, variegata linguisticamente ed economicamente, che ancor oggi viene a volte evocata con nostalgia. L’analisi delle strategie sociali messe in atto dagli aristocratici viene qui condotta sulla base di quattro grandi categorie (origini nobili, beni materiali, carriera e interazioni sociali) che corrispondono, secondo lo schema di Pierre Bourdieu, a quattro tipi di “capitale” diverso (che riguardano il proprio “titolo”, la propria situazione “economica”, le prospettive di “carriera” e di appartenenza a un “network”) che ogni aristocratico di successo deve essere in grado di “attivare”. Quello descritto da Mat’a è un mondo in cui essenziale è il ruolo ricoperto dai segni e dai simboli, che sottolineano in ogni occasione (pubblica e privata) le differenze sociali e che sono stati poi ripetutamente criticate sulla base del “razionalismo” delle epoche successive. Particolarmente significativa è l’analisi dell’autore delle strategie finanziarie di una fascia sociale che è sempre stata accusata di aver sperperato enormi ricchezze: le spese di rappresentanza non sono invece altro che “un tipo preciso di investimento” (p. 228), che non è possibile diminuire per “fare economia”, come invece prescriverà la successiva morale borghese. Originale e probabilmente giusta è l’ipotesi di Mat’a che anche le varie forme di apparizioni soprannaturali, che si sono diffuse in età moderna tra i nobili (si veda ad esempio il celebre caso della “donna bianca”), facciano parte di quel complesso sistema di segni che ribadiva l’unicità della propria casata. Nonostante l’indubbio interesse di questa ipotesi, si rischia però così di perdere di vista altre forme di presentazione del proprio blasone (si pensi ad esempio all’accumulo di opere d’arte), che sicuramente avrebbero meritato una trattazione più diffusa. La visione diacronica scelta (1500-1700) ha permesso invece all’autore di sottolineare come la questione confessionale, pure sempre rimarcata dagli storici, abbia sempre rappresentato soltanto uno dei problemi (anche se in certi momenti storici il più importante) che ogni nobile ha dovuto affrontare nella sua vita. L’analisi delle tendenze di lunga durata ha infatti permesso di individuare un altro momento chiave nella formazione dell’aristocrazia come fascia sociale dominante: contrariamente a quanto ritiene parte della storiografia, le cifre dimostrano infatti chiaramente che la grande concentrazione dei beni (evidente a tutti i viaggiatori “occidentali”) è avvenuta in Boemia in due tappe confessionalmente molto diverse (la rivoluzione hussita e le confische seguite alla sconfitta della Montagna bianca).
Una delle parti migliori del libro è dedicata, grazie a una notevole conoscenza di quei materiali d’archivio che hanno permesso di mettere a confronto destini diversi, all’educazione del futuro aristocratico e alla costruzione della sua carriera. Tutti i figli dei nobili si trovavano infatti di fronte alla prospettiva di seguire uno dei cinque modelli di carriera che spettavano al suo rango: nelle istituzioni statali, a corte, nell’esercito, nelle strutture diplomatiche e nella chiesa. L'autore, che pure dedica spazio maggiore alla corte, alle istituzioni boeme e alla chiesa, segue i destini individuali di un numero enorme di nobili nelle loro peripezie successive. Per quanto riguarda l’ultimo, ma importante, modello, va detto che (in area centroeuropea) Mat’a è stato forse il primo storico ad affrontare in modo così dettagliato la complessa questione delle carriere ecclesiastiche. E in chiave più generale, anche se continua a mancare uno studio prosopografico soddisfacente del ruolo dell’aristocrazia dei singoli paesi nella monarchia asburgica, le prime indagini compiute dall’autore a proposito della nobiltà della Slesia e della Moravia, permettono in ogni caso di identificare in modo molto chiaro il cambiamento d’orizzonte avvenuto dopo la firma della pace di Westfalia. Nella seconda metà del XVII secolo infatti non saranno più le istituzioni provinciali ad attirare gli aristocratici, ma le strutture centrali della monarchia. E forse non è un caso che uno studio così dettagliato dell’integrazione della nobiltà “austriaca”, che diventerà poi celebre nei secoli successivi, venga presentato da uno studioso ancora molto giovane che ha avuto occasione di studiare non soltanto negli archivi cechi e tedeschi, ma anche in quelli italiani.
Il rischio principale dell’approccio dell’autore è naturalmente quello di attribuire un peso eccessivo alle “strategie” a scapito dell’individualità dei concreti protagonisti: se la conoscenza dei materiali manoscritti preserva nella maggior parte dei casi l’autore da questo errore di prospettiva, questo emerge lì dove le proprie ricerche d’archivio hanno portato l’autore verso altre direzioni, come dimostra lo scarso spazio dedicato alla personalità tutto sommato più nota (e forse anche più interessante) della nobiltà ceca del Seicento, il generalissimo Wallenstein. Per di più sono probabilmente molti i nobili dell’epoca, come peraltro molti di noi, che rifiuterebbero decisamente di vedere la propria vita paragonata a una partita a scacchi (p. 21). Quando invece il giudizio è fondato su una personale conoscenza d’archivio delle vicende del nobile di cui si parla, l’individualità dei protagonisti emerge in modo molto plastico, come ad esempio quando l’ultimo esponente di una delle più ricche famiglie boeme rifiuta di abbandonare il suo abito clericale per salvare le sorti della casa. Come potrebbero dimostrare anche molti altri episodi analoghi, non è infatti sempre possibile racchiudere i complessi meccanismi mentali individuali in categorie astratte di tipo “economico”.
Ma, al di là di queste annotazioni veniali, Svět české aristokracie è una miniera di storie individuali, raccolte con cura negli archivi di tutt’Europa e raccontate, con uno stile brillante e avvincente, nelle mille pagine che compongono il volume. Accompagnato da un eccellente apparato iconografico e composto da note precisissime (circa 300 pagine) che a volte potrebbero essere tranquillamente sviluppate in articoli autonomi, il volume rappresenta quanto di meglio ha prodotto negli ultimi anni la pur dinamica storiografia ceca. Viene così spazzata via la stantia immagine tradizionale della nobiltà ceca, senza per questo cadere nelle tante trappole politiche, nazionali, etiche e morali che il tema presentava. L’indubbio successo editoriale del libro nei primi mesi dopo la pubblicazione lascia peraltro ritenere che i tempi fossero maturi per un ripensamento profondo di una fase del passato ceco troppo a lungo rimosso. Mat’a ha saputo tradurre quest’esigenza in un testo dall’elevato valore scientifico, tracciando un quadro che può rivelarsi sorprendente per più di una persona, ma che permette di comprendere come la tanto criticata aristocrazia ceca abbia potuto sopravvivere quasi indenne (unico segmento sociale del XVII secolo) a tutte le trasformazioni sociali, fino al XX secolo.



 
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