Glosse storiche e letterarie IV
(Recensioni di Alessandro Catalano)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 565-571
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J. Zabrana, Toute une vie, Edition établie, annotée et présentée par P. Ourednik, traduit du tchèque par M. Canavaggio et P. Ourednik, Éditions Allia, Paris 2005.
Lo stalinismo ha segnato profondamente tutta la società ceca, ma per alcuni, soprattutto se dotati di una “memoria formidabile” (p.15), ha rappresentato un punto di non ritorno. Anche nel corso della Primavera di Praga, quando in giro non si vedevano che persone felici, c’era anche chi attorno a sé non vedeva che una macabra danza di morti (p. 20). Per una parte di quella generazione poche parole lapidarie potrebbero essere il motto non solo di questi libro, ma di tutta un’epoca: “la pace, per me, è impossibile. Non dopo quest’esperienza” (p. 12).
Pochi libri hanno offerto una visione così chiara della tristezza culturale e sociale degli anni dello stalinismo, e poi di nuovo della “normalizzazione” (il ritorno a una vita “normale” dopo la repressione forzata della Primavera di Praga), come il diario di uno dei traduttori cechi più conosciuti, Jan Zábrana (1931-1984). Quest’impietoso e rabbioso affresco di una vita marchiata fin dalla gioventù dalla condanna della madre (e poi anche del padre) a lunghi anni di prigione (nel corso dei processi politici dell’inizio degli anni Cinquanta) è da qualche settimana, in forma drasticamente ridotta, a disposizione del lettore francese. E apparentemente potrebbe sembrare strana l’operazione di tradurre in un’altra lingua la decima parte di un diario di più di mille pagine (J. Zábrana: Celý život. Výbor z deníků 1948-1984, Praha 20012), per di più così fortemente legato alla situazione culturale ceca. Però poi ci si ricorda che c’era un tempo in cui esistevano ancora editori italiani (Adelphi ed Einaudi) che, anche se in un’epoca ormai remota, queste operazioni le facevano...
L’intelligente montaggio dei testi, realizzato dallo scrittore Patrik Ouředník, funziona perfettamente anche in francese. Il curatore ha concentrato l’attenzione sul periodo della normalizzazione, ma anche in questa forma il testo lascia intuire come l’universo di Zábrana, come afferma lui stesso, abbia in realtà dolorosamente continuato a gravitare attorno agli anni Cinquanta (p. 52). In un mondo di atroce squallore, fatto di quelle delazioni e atteggiamenti “mafiosi”, che hanno contribuito a trasformare gli uomini in “bruti non pensanti” (p. 27), Zábrana cerca, con la forza della ragione, di combattere l’oblio che circonda tutti i crimini compiuti (la letteratura è del resto “la memoria dell’umanità”, p. 49) e di allontanare da sé la sgradevole sensazione di essere diventati in prima persona “complici” (p. 32) di quei crimini, ora eufemisticamente definiti “errori”.
La propria morte Zábrana la colloca nel profondo degli anni Cinquanta (p. 114): da allora il suo mondo si è pietrificato ed è stato schiacciato dall’abitudine e dal quieto lasciar vivere ricercato anche dai propri “compagni di strada”, perché in fondo è vero che dopo vent’anni “anche la merda diventa leggendaria” (p. 121). La consapevolezza di aver vissuto uno dei tanti “destini non-riciclabili” (p. 138) che hanno caratterizzato la recente storia ceca, si riflette anche sul piano professionale, quando tutte le ambizioni letterarie hanno ceduto il passo alla ricerca di un angolo in cui sopravvivere (“tutti sono finiti a fare i traduttori, io per primo”, p. 138), circondati dall’onnipresente letteratura sovietica, che per Zábrana altro non è che “una grossa, un’enorme merda” (p. 83) e da un mondo editoriale che ricorda da vicino un lugubre “ballo di iene” (p. 75). Chiuso in questo mondo atroce (“io sono un prigioniero che non ha lasciato la sua prigione dopo l’apertura delle porte”, p. 151), Zábrana non può che urlare la sua rabbia sulle pagine del suo diario, che diventa così una sorta di “autoterapia”, di “diagnosi” del proprio stato intellettuale (p. 143).
E quest’“opera sospesa” di Zábrana resterà probabilmente a lungo una delle testimonianze più lucide di quella serie di tragici “errori” che ci si è abituati a chiamare ipocritamente “le conseguenze degli anni del culto della personalità”.

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J. Wolker, La ballata degli occhi del fochista, traduzione di V. Dadone, La pulce - edizioni di passione, Senago (Mi) 2004;
La ballata del bambino non nato, traduzione di V. Dadone, La pulce - edizioni di passione, Senago (Mi) 2004.
Di tutt’altro tenore sono due curiose pubblicazioni, uscite nel 2004. A volte alcune iniziative editoriali non sono importanti tanto perché traghettano vero il lettore italiano opere letterarie di altri paesi mai tradotte o interpretazioni originali di testi già noti, ma anche perché ripropongono autori che in qualche modo delle traduzioni le avevano già avute, ma che i cambiamenti di orizzonti editoriali e ideologici avevano poi (e questo vale spesso anche per le culture di partenza), fatti nuovamente dimenticare.
La simpatica idea di presentare, in libretti dalla ricercata veste tipografica e con il testo originale a fronte, le ballate di Jiří Wolker (1900-1924), è di una piccola casa editrice della provincia di Milano (http://www.edizionidipassione.it/homepage.htm). Sono così tornate ora accessibili a quei pochi lettori che avranno la pazienza di ordinarle due delle più significative ballate di questo importante poeta ceco morto di tubercolosi a soli ventiquattro anni.
Wolker è sempre stato un autore sfortunato, prima trasformato in macchetta kitsch pseudosentimentale (l’avanguardia non a caso avrebbe lanciato lo slogan “Abbasso Wolker”) e poi ingessato, negli anni del realismo socialista, nella stretta marsina del fondatore della poesia “proletaria”. Si tratta invece di un poeta spesso non banale, che ha rielaborato in modo originale le tendenze poetiche dibattute all’inizio degli anni Venti e ha segnato profondamente lo sviluppo della poesia ceca successiva. E Wolker dà il meglio di sé proprio nelle ballate, dove canta, con una visionarietà tutt’altro che banale, anche se a volte ingenua, i destini degli “umiliati e offesi” della sua epoca. A breve è prevista anche la pubblicazione di una terza ballata (La ballata della donna, di dio e dell’uomo).

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La cultura latina, italiana, francese nell’Europa centro-orientale, a cura di G. Platania, Sette città, Viterbo 2004.
Le pubblicazioni del Centro Studi sull’età dei Sobieski e della Polonia Moderna, diretto da G. Platania, continuano a soprendere per la frequenza e la qualità dei volumi pubblicati: ancora prima che potesse essere pubblicata la presente recensione è stato infatti pubblicato un nuovo (il decimo) volume della collana CESPoM (http://www.settecitta.it/catalogo/schede/collane/cespom.html), L’Europa di Giovanni Sobieski. Cultura, politica, mercatura e società (Viterbo 2005), integralmente dedicato ai “rapporti politici, economici e culturali tra l’Europa continentale e la Polonia di Giovanni Sobieski” (p. 9). Varrà la pena segnalare in quest’occasione almeno l’interessante intervento di Matteo Sanfilippo “Alcune note sul concetto di assolutismo nella storiografia europea” (pp. 475- 503), che ripropone in Italia un tema estremamente dibattuto dalla storiografia recente (soprattutto tedesca) e che, se pubblicato in altra sede, avrebbe probabilmente suscitato maggiori discussioni.
Il volume La cultura latina, italiana, francese nell’Europa centro-orientale, il nono della collana, è il risultato di un colloquio internazionale tenutosi a Viterbo nell’autunno del 2003 ed è dedicato a un tema affascinante ma tutt’ora sottovalutato dalla ricerca: la diffusione delle culture romanze nell’aria europea centro-orientale. Escludendo un intervento dedicato al mito della Sicilia in due artisti novecenteschi, di cui si stenta a capire la funzione in questo contesto, il fulcro degli articoli pubblicati ruota attorno all’età moderna, cioè ai secoli nei quali il fenomeno ha assunto dimensioni di massa.
Il volume è introdotto da un’introduzione di Jean Bérenger alla “latinità” e alle riforme religiose in Ungheria, incentrata sulle lotte religiose cinquecentesche e sulle figure principali del clero cattolico, che un ruolo così importante ha avuto nella fondazione della cultura barocca ungherese in lingua latina. All’affascinante tema della lingua latina in Ungheria, vera a propria “lingua franca” dell’età moderna, ha dedicato il suo intelligente intervento, emblematicamente intitolato “In Hungary even the small children all speak Latin... The spoken Latin in early modern Hungary – myths and reality” (pp. 327-345), anche István György Tóth, uno dei maggiori conoscitori dei rapporti tra l’Italia e l’Ungheria in età moderna, purtroppo prematuramente scomparso poco dopo la pubblicazione di questo volume.
Se Raffaele Caldarelli nel suo intervento ha offerto una veloce ricapitolazione dei problemi legati all’uso del polacco e del latino nel XV e XVI secolo, più originale è stato il tentativo di Olivier Chaline di interpretare le trasformazioni topografiche delle città dell’Europa centrale (“L’italianisation du paysage en Europe centrale à l’époque baroque. Aspects religieux”, pp. 51-70). Anche se esistono altri lavori (soprattutto in ceco) che sarebbero potuti essere utilizzati per dare maggiore precisione al testo, Chaline ha messo in evidenza con sufficiente chiarezza la progressiva affermazione di un modello di chiesa di ispirazione italiana, la diffusione di quelle repliche di “monti sacri” e di “case sante”, costruite sul modello di quella di Loreto, che hanno avuto un ruolo così importante nella trasformazione del paesaggio delle città e delle campagne dell’Europa centrale, avvicinandolo a quello di impronta “romana”.
Alla vicenda di Bona Sforza e alle complesse vicende finanziarie legate al pagamento della sua rendita ha dedicato il suo interessante intervento Francesca di Caprio, mentre Stefano Pifferi ha offerto una panoramica sulla presenza della “cricca italiana” nella Polonia del XVI e XVII secolo, e Maria Letizia Sileoni ha studiato le lettere italiane e latine inviate da Giovanni III Sobieski a Carlo Barberini, cardinale protettore del regno di Polonia. All’interno del principale campo d’indagine del volume, tradizionalmente ricoperto dalla Polonia, si è mosso anche l’intervento di Gaetano Platania, che, su una serie di esempi studiati in dettaglio e tornando a occuparsi di alcune delle sue figure preferite, ha affrontato il complesso problema dell’itinera studiorum degli studenti polacchi tra Bologna e Roma tra Cinquecento e Seicento (pp. 159-212).
Qualche perplessità suscita il pur erudito e affascinante tentativo di Giovanni Pizzorusso e Matteo Sanfilippo di utilizzare la categoria storiografica dell’emigrazione come chiave per studiare la presenza degli italiani all‘estero (“Prime approssimazioni per lo studio dell’emigrazione italiana nell’Europa centro-orientale, secc. XVI-XVII”, pp. 259-297). Se un notevole lavoro di ricerca bibliografica ha indubbiamente permesso agli autori di ricostruire in modo molto più accurato rispetto ad altri tentativi simili l’entità e l’importanza della presenza italiana all’estero (come mercanti, militari, segretari, diplomatici, religiosi, medici, artisti e letterati), le perplessità restano legate alla necessità dell’applicazione di categorie interpretative così piene di implicazioni come ad esempio quella di “migrazioni europee” al caso degli italiani dell’età moderna. L’articolo costituisce comunque un’eccellente base di partenza e una buona rassegna bibliografica per chiunque intenderà in futuro avvicinarsi a un argomento che sembra finalmente sul punto di poter divenire popolare.
Se ben riuscito è il tentativo di Rita Mazzei di richiamare l’attenzione sull’importanza della scrittura degli uomini d’affari e del loro ruolo come “tramiti di riferimenti culturali” (p. 122), banali e scontate sono le costatazioni di J.M. Thiriet, già autore di diversi articoli sull’argomento, sulla diffusione dell’Italiano a Vienna (pp. 319-326). Renato Risaliti è invece tornato opportunamente ad affrontare la questione della diffusione della cultura italiana in Russia nel XVII e XVIII secolo, richiamando l’attenzione sull’importanza e la diffusione dei “fogli volanti”, sulla traduzione (spesso tramite il polacco) di opere letterarie italiane e sulla fortuna di singoli artisti italiani, giungendo alla conclusione che “la cultura italiana in Russia nel corso del Settecento conquista in alcuni campi una netta prevalenza, in altri compete con la cultura francese o tedesca per il primo posto. In Russia accade quello che era già accaduto nei secoli precedenti in tanti altri paesi europei: la presenza massiccia di tanti intellettuali italiani che non trovando una prospettiva di sviluppo nelle loro aspettative nella loro patria cercano fortuna in Russia” (p. 257).
Il fatto che manchino studi analoghi dedicati alla parte centrale dell’Europa (e in particolare alla Boemia), dove il fenomeno era stato particolarmente vistoso nel Seicento, rappresenta forse l’unico difetto di La cultura latina, italiana, francese nell’Europa centro-orientale (mi permetto di rimandare a questo proposito a A. Catalano, “Moltissimi sono i verseggiatori, pochi i poeti. La cultura italiana nell’Europa centrale del XVII e XVIII secolo”, eSamizdat, 2004, 2, pp. 35-50), ma il volume ha comunque il grande merito di richiamare l’attenzione degli studiosi italiani su un fenomeno di cui spesso si parla, ma che resta ancora ben poco conosciuto. Da questo punto di vista piuttosto isolato è rimasto l’intervento di Jitka Radimská, che ha riproposto una rapida analisi dei fondi francesi d’epoca barocca conservati nelle biblioteche ceche (pp. 215-233), tema al quale ha già dedicato interessanti studi sul periodico ceco Opera romanica (varrà in questo contesto la pena di segnalare il terzo volume della rivista, pubblicato a České Budějovice nel 2002, integralmente dedicato a un tema affine a quello del volume curato da Platania, La literatura española de los siglos XVI-XVIII en las bibliotecas de Chequia, Moravia y Eslovaquia).
Nonostante il valore simbolico del convegno di Viterbo, non si può comunque non costatare che la strada per comprendere fino a che punto la cultura e la letteratura italiana (ma anche quella latina e francese) abbiamo imposto gusti e forme particolari a buona parte d’Europa nel corso di tutta l’età moderna sia ancora molto lunga da percorrere.

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I Gonzaga e l’Impero. Itinerari dello spettacolo. Con una selezione di materiali dall’Archivio informatico Herla (1560-1630), a cura di U. Artioli e C. Grazioli, con la collaborazione di S. Brunetti e L. Mari, Casa Editrice Le lettere, Firenze 2005.
L’ambizioso progetto dell’archivio informatico Herla, creato per raccogliere “la documentazione gonzaghesca italiana ed europea in materia di spettacolo” (si veda il sito http://www.capitalespettacolo.it/default.asp), ha portato, come primo risultato “cartaceo”, alla pubblicazione di un’importante volume che tocca in modo significativo anche l’Europa centro-orientale. Il volume I Gonzaga e l’Impero, oltre a presentare al pubblico un’imponente serie di materiali d’archivio rintracciati negli ultimi anni dai collaboratori del progetto, offre importanti contributi a specifici problemi dell’affascinante storia degli scambi culturali tra la corte mantovana e le corti tedesche in un periodo cruciale dell’età moderna, quando più volte la politica matrimoniale imperiale si è rivolta verso l’Italia (per un’introduzione alla questione si veda S. Mamone, “Il camino d’Alemagna”, pp. XIII-XXI).
Riallacciandosi idealmente ai preziosi volumi Comici dell’Arte. Corrispondenze, a cura di S. Ferrone (I-II, Firenze 1993) e Le collezioni Gonzaga. Il carteggio tra la Corte Cesarea e Mantova (1559-1636), a cura di E. Venturini (Cinisello Balsamo 2002), e alle importanti pubblicazioni recenti di O.G. Schindler, il presente volume analizza in dettaglio alcuni momenti nevralgici di una storia secolare di contatti ininterrotti. Se, nella seconda parte del volume, i testi introduttivi hanno il significato di riepilogare per “snodi tematici” il significato dei documenti pubblicati (a un’introduzione al tema, seguono di norma alcuni testi pubblicati in esteso e i regesti di altri documenti reperibili nell’archivio, pp. 293-518), gli articoli che costituiscono le prime trecento pagine del volume rappresentano importanti rivisitazioni di episodi in parte già noti, ma ora analizzati in dettaglio sulla base dell’esauriente analisi archivistica sulla quale sono fondati.
Dopo un articolo sui rapporti tra Mantova e l’impero dovuto alla penna di S. Bertelli (pp. 1-27) e a una serie di interventi interessanti non direttamente legati all’area centro-europea, il volume presenta una rielaborazione in italiano (con nuovi fonti documentarie) delle fortunate ricerche compiute negli ultimi anni da O.G. Schindler negli archivi viennesi (“Viaggi teatrali tra l’Inquisizione e il Sacco. Comici dell’arte di Mantova alle corti degli Asburgo d’Austria”, pp. 107-160). L’articolo, che presenta tutte le caratteristiche di una piccola monografia sull’argomento ed è auspicabile che in futuro possa diventare un vero e proprio libro, rappresenterà ancora a lungo il testo classico di riferimento per ogni studioso italiano che voglia occuparsi della diffusione della commedia dell’arte nei territori di lingua tedesca a nord delle Alpi. Sfruttando una mole notevole di nuovi materiali, che vanno dalla corrispondenza dei membri della casa reale fino ai libri dei conti (in parte già utilizzati in precedenti interventi pubblicati in tedesco, ma continuamente arricchiti da nuovi ritrovamenti), Schindler tratteggia un quadro imponente di quei rapporti teatrali tra Mantova e le residenze imperiali, che si sarebbero irrimediabilmente interrotti solo con il famigerato sacco di Mantova del 1630. Dettagliatissima è, in particolare, la ricostruzione delle rappresentazioni tenutesi in occasione della doppia incoronaziona di Praga del 1627, alla quale ha preso parte la celebre compagnia dei Comici fedeli guidata da Giovan Battista Andreini. A quest’episodio, cruciale per la storia dello spettacolo in area centroeuropea, dedica il suo intervento anche Guido Carrai, che continua ad aggiungere tasselli preziosi alla biografia di uno dei più originali talenti italiani al servizio degli Asburgo (“Giovanni Pieroni: uno scenografo fiorentino per l’incoronazione praghese di Eleonora Gonzaga”, pp. 161-174).
Simone Bardazzi ricostruisce la storia del viaggio in Germania di Ferdinando II e Giovan Carlo de’ Medici nel 1628, noto grazie al famoso opuscolo pubblicato da Margherita Costa e alla fitta corrispondenza che lo ha accompagnato (pp. 175-193). Data la ricchezza dei materiali conservati negli archivi si auspica comunque una pubblicazione più consistente di materiali che, oltre a permettere una ricostruzione molto dettagliata degli “intrattenimenti” ai quali i due principi sono stati spettatori, com’è stato fatto in questa sede, consenta di valutare anche le osservatori dei viaggiatori italiani su un’area devastata dalla guerra e per molti aspetti “estranea”.
Nell’intervento successivo Giovanni Pasetti si occupa dell’iconografia della commedia dell’arte, mettendo a confronto le testimonianza mantovane con i celebri affreschi conservati nel castello bavarese di Trausnitz a Landshut (“Maschere dipinte: appunti in merito agli episodi di Mantova e Trausnitz”, pp. 195-218). Dopo il testo di Herbert Seifert, noto per il suo monumentale e tuttora insostituibile Die Oper am Wiener Kaiserhof im 17. Jahrhundert (Tutzing 1985), che in questa sede presenta una veloce ricapitolazione dei rapporti musicali tra i Gonzaga e le corti austriache (pp. 219-229), il volume è chiuso dalla precisa ricostruzione delle mode dell’epoca in fatto di “ricreatione” presentata da P. Besutti, che aggiunge moltissimi dettagli a un mosaico che ancora qualche anno fa era molto nebuloso e ora si va facendo sempre più chiaro (“‘Cose all’italiana’ e alla tedesca ‘in materia di ricreatione’: la circolazione di strumenti, strumentisti e balli fra Mantova e i territori dell’Impero romano germanico (1500-1630)”, pp. 239-272).
I Gonzaga e l’Impero rappresenta indubbiamente un momento essenziale nella ricerca dei rapporti culturali tra Mantova e l’area centroeuropea e dimostra in modo emblematico come ci siano casi in cui investimenti apparentamente poco “monetizzabili” a breve termine, possano trasformarsi in campo culturale in importanti occasioni di ricostruire, almeno in parte, quella cultura europea che ha fatto la storia del nostro continente e rischia oggi, sotto il peso degli slogan liberisti degli ultimi decenni, di scomparire definitivamente dalla nostra identità.

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Gli archivi della Santa Sede e il mondo asburgico nella prima età moderna, a cura di M. Sanfilippo, A. Koller e G. Pizzorusso, Sette città, Viterbo 2004.
Con il presente volume si può dire che i due “centri” che nell’ultimo decennio hanno lavorato in modo più sistematico su fonti vaticane e indicato nuove prospettive di ricerca per la storiografia dell’età moderna, da un lato gli editori delle nunziature (si pensi soprattutto al pionieristico e tuttora essenziale volume Kurie und Politik. Stand und Perspektiven der Nuntiaturberichtforschung, a cura di A. Koller, Tübingen 1998) e dall’altro il gruppo di ricerca che gravita attorno all’università di Viterbo (si pensi almeno a L’Europa centro-orientale e gli archivi tra età moderna e contemporanea, a cura di G. Platania, Viterbo 2003), abbiano cominciato a collaborare in modo ancora più stretto. E il primo risultato di questa collaborazione, Gli archivi della Santa Sede e il mondo asburgico nella prima età moderna, risponde a una richiesta da lungo tempo sollevata dai ricercatori: l’assenza di un solido testo di riferimento a proposito del rapporto della curia con gli Asburgo di Spagna e (soprattutto) d’Austria.
Dopo un periodo di stasi, a partire dalla fine degli anni Novanta lo studio delle relazioni dei nunzi sta vivendo una nuova fase di fioritura, probabilmente proprio perché ci si è definitivamente resi conto che non esiste (nemmeno nei ricchi archivi veneziani) un’altrettanto ramificata rete diplomatica in grado di trasmettere con tale precisione, per usare le parole dei curatori del volume, “ogni singola vibrazione di quell’asimmetrica ragnatela che allora costituiva il concerto europeo” (p. 8). Nonostante la mancanza di un saggio specifico sui Paesi bassi, di un’analisi paragonabile a quella dedicata agli Asburgo di Spagna per il ramo austriaco della famiglia (che gli interventi dedicati a problemi e/o situazioni concrete sostituiscono solo in parte) e la mancata pubblicazione dell’intervento di M.C. Giannini sullo stato di Milano e sul vicereame napoletano, Gli archivi della Santa Sede e il mondo asburgico nella prima età moderna rappresenta indubbiamente il tentativo più completo e riuscito di ricostruire il complesso di problemi, allenze e tensioni che legavano Roma e gli Asburgo in età moderna.
Il volume è aperto da uno studio (“Gli Asburgo di Spagna e la Santa Sede”, pp. 19-58) di Silvano Giordano, recentemente editore dei tre volumi delle Istruzioni generali di Paolo V ai diplomatici pontifici 1605-1621 (Tübingen 2003), che ricostruisce con precisione i rapporti tra la corte romana e quella spagnola tra Cinquecento e Seicento, fornendo un quadro completo della complessa struttura dei fondi vaticani riguardanti la Spagna nel periodo in esame e segnalando i punti di attrito a proposito delle “materie miste”, oggetto di estenuanti contese tra potere papale e potere reale, per poi fornire, infine, una ricca bibliografia che agevolerà non poco il primo orientamento di ogni futuro ricercatore. Affine a quello di Giordano, è la ricognizione di Nicoletta Bazzano sulla Legazia apostolica di Sicilia, che sottolinea ripetutamente come lo “stato” in età moderna sia in realtà una “somma complessa di instanze autonome” e come è proprio nell’ambito degli scontri sulle materie miste che le tensioni tra potere secolare ed ecclesiastico hanno rappresentato quell’importante “laboratorio della politica” che ha poi portato alla formazione degli stati moderni (pp. 59-72). Particolarmente accurato, anche grazie allo studio dei fondi dell’archivio della Congregazione de Propaganda fide, è lo studio di Matteo Sanfilippo e Giovanni Pizzorusso su uno dei temi più cari della loro ricerca, le colonie asburgiche oltreoceano (“L’America iberica e Roma fra Cinque e Seicento: notizie, documenti, informatori”, pp. 73-118).
Elisabeth Garms-Cornides sposta l’orizzonte verso il ramo austriaco degli Asburgo e dedica il suo originale contributo a un tema apparentemente secondario, ma in realtà estremamente interessante: quello della mancata incoronazione degli imperatori da parte del papa (“Assenza e non presenza. Gli Asburgo a Roma tra Cinque e Seicento”, pp. 119-145). I cinque viaggi dei membri della casa d’Austria (1586, 1592, 1598, 1604 e 1625/1626), che si sono sintomaticamente svolti tutti “in incognito” o comunque in modo “non ufficiale” (“per maggior sanità della borsa”, commentavano gli avvisi del duca di Urbino), gettano una luce interessante sia sugli affari di carattere dinastico pendenti tra Roma e Vienna che sull’evoluzione del cerimoniale romano. Alexander Koller, con la consueta attenzione e capacità interpetativa, ha poi dedicato un importante contributo alla conoscenza delle relazioni tra Roma e la corte imperiale agli inizi del regno di Rodolfo II (pp. 147-171), sottolineando come, in molteplici aspetti della vita religiosa dell’epoca, ci si fosse allontanati, “in un gioco combinato tra il nuovo imperatore e i nunzi”, dall’accomodante politica religiosa di Massimiliano II.
Se Olivier Chaline ha ricostruito con precisione, in un intervento che però non apporta molti dati fattuali nuovi, lo stato piuttosto frustrante delle nostre conoscenze riguardo ai rapporti tra curia romana e Boemia da Rodolfo II alla guerra dei Trent’anni (pp. 173-184), Alexander Koller, nel suo secondo articolo, ha analizzato un problema molto interessante, come quello della complessa situazione della religione cattolica in Lusazia (“‘Alcune poche reliquie de’ cattolici’. Roma e la Lusazia durante il regime asburgico (1526-1635)”, pp. 185-217). István György Tóth ha, dal canto suo, affrontato velocemente la questione del significato degli archivi della Santa sede per la storia ungherese (pp. 219-225).
Gaetano Platania ha invece studiato, con la consueta competenza, il complesso evolversi delle relazioni tra Roma e Vienna nel complesso periodo a cavallo tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta del Seicento, quando la minaccia turca ha portato l’ultimo assalto all’Europa cattolica (“Asburgo d’Austria, Santa sede e area danubiano-balcanica nelle carte del nunzio francesco Buonvisi”, pp. 227-293). Il volume si chiude poi con l’analisi di Stefano Pifferi degli anni precedenti e successivi alla pace di Carlowitz, che chiude un’epoca nelle relazioni tra Roma e Vienna (“Carlowitz, gli Asburgo e la Santa Sede nella nunziatura di Andrea Santacroce”, pp. 295-319) e con la ricostruzione di Francesca di Caprio dell’affannata ricerca di fondi straordinari da parte della curia di fronte al pericolo turco del 1683 ( “Gli Asburgo, il pericolo turco e i ‘sussidi’ per la lega austro-polacca (1683) attraverso le carte vaticane”, pp. 321-340).
Anche se, all’interno di un volume così variegato, è naturalmente difficile riuscire a coprire tutti gli aspetti di un problema così complesso come quello dei legami tra la Santa sede e gli Asburgo, è evidente che i curatori di Gli archivi della Santa Sede e il mondo asburgico nella prima età moderna sono riuscito a organizzare un seminario (Acquapendente 2002) che ha permesso di mettere in luce molti aspetti poco noti e di presentare un primo affresco di quest’epoca così intrigante nei rapporti tra Roma, Madrid e Vienna. Del resto, se manca un’edizione (soprattutto per quanto riguarda Vienna) anche solo parziale delle relazioni dei nunzi dell’età moderna, non ci si può, per il momento, riproporre altro che “svolgere il tema proposto se non per accenni” (p. 11). Il volume curato da Sanfilippo, Koller e Pizzorusso va in realtà molto oltre quest‘obiettivo e offre anche un’immagine sufficientemente chiara della direzione che dovrebbero intraprendere in futuro le ricerche su questo tema.



 
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