Glosse storiche e letterarie II
(Recensioni di Alessandro Catalano)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 330-334
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Milena di Praga. Lettere di Milena Jesenská 1912-1940, a cura di A. Wagnerová, edizione italiana a cura di C. Canal, Città Aperta Edizioni, Troina (En) 2002.
Strano destino quello di Milena Jesenská (1896-1944): una delle più originali protagoniste della vita culturale della Praga tra le due guerre è sempre stata recepita solo attraverso lo specchio deformante delle famose lettere che le ha inviato Franz Kafka. Al punto che Milena è stata spesso ridotta a figurina muta, di cui, attraverso quelle lettere autoreferenziali, penetra all’esterno soltanto qualche pallido riflesso, ovvero la dimensione in cui è nota ancora oggi: “Milena di Kafka”. Eppure l’intensa storia d’amore con Kafka è stata solo una parentesi, anche piuttosto breve, nella vita di Milena, che di vite ne ha vissute molte di più (“ho già vinto molte battaglie difficili nella vita, sarebbe materia per cinque pessimi film”), sempre cercando di convivere con quella frattura linguistica che tanto angosciava anche Kafka (“in tedesco sono una persona sobria, caustica e di buon umore, in ceco sono sentimentale e terribilmente sincera)”. Una volta perse le sue lettere a Kafka (“quasi in ogni riga sono la cosa più bella che mi sia toccata nella vita”), Milena è sempre stata recepita solo in funzione di quello che doveva diventare uno degli scrittori culto del Novecento, anche perché nelle pur belle biografie di M. Buber Neumann e J. Černá, Milena parla più attraverso le voci dell’amica di prigionia e della sconclusionata figlia che attraverso la propria. Dopo l’insuccesso editoriale di un’antologia di suoi articoli incredibilmente tradotta dal tedesco (Tutto è vita, Parma 1986), sono state ora tradotte in italiano, accompagnate da un’appassionata presentazione di Claudio Canal, tutte le lettere di Milena che la curatrice è riuscita a reperire. E improvvisamente Milena ha come ritrovato la sua vera voce, la sua statura di donna passionale e poco convenzionale, in costante contatto con i protagonisti dell’avanguardia ceca e tedesca (il poeta J. Seifert, il caricaturista A. Hoffmeister, il poeta O. Bezina, ma anche W. Haas, M. Brod). Improvvisamente l’immagine statica a cui l’aveva ridotta il monologo di Kafka svanisce e mai come nelle lettere si ha l’impressione che nella storia di Milena siano condensate tutte le fasi di un’epoca per Praga prima fortunata, ma poi estremamente tragica: la stagione dell’avanguardia, l’adesione entusiasta al comunismo, l’allontanamento dal movimento (“la gente dell’apparato comunista è il peggio che io abbia mai conosciuto”), l’ascesa del nazismo e il soggiorno e la morte nel campo di concentramento di Ravensbrück. E in tutte queste peripezie Milena è rimasta sempre se stessa, a partire dalle prime lettere che scrive a diciotto anni alla sua professoressa (“se uno sopporta la sporcizia sul corpo, la sopporta pure nell’anima”). Negli anni Venti Milena prende parte alla tempestosa fase dei caffè letterari praghesi, si sposa, ha una violenta ma tutto sommato breve relazione con Kafka, si trasforma in giornalista di grido sempre alla ricerca di una propria collocazione in un mondo troppo piccolo per lei (“tanto per la direzione è indifferente che io viva a Vienna o a Parigi. Ma io non so dove vivrò. So solo che non vivrò a Praga né a Vienna né a Berlino, sarò a Parigi, a Londra, a Roma o a Mosca”). Poi il nuovo amore per uno squattrinato architetto costruttivista, la nascita della figlia, la malattia che la porta quasi all’amputazione di una gamba (“Io sono terribilmente sola, voi siete tutti sani”) e un lavoro di cronista che non la soddisfa più (“sono articoli mediamente buoni come se ne trovano tanti nei giornali. Se non posso esserne fiera, non me ne vergogno neanche, tutto qui. Se avessi soldi, non scriverei neanche una parola”). Poi l’atmosfera pesante degli anni Trenta, la lotta per la sopravvivenza e il nuovo amore impossibile per l’intellettuale ebreo W. Schlamm (“non so precisamente come, so solo che ti amo tanto. Ma la premessa di questo amore era la sicurezza che tu non mi amassi. Ed è questo che tu non sai. Se io avessi pensato che tu avresti potuto amarmi sarei fuggita da te fino alla fine del mondo”). Poi è di nuovo lei ad animare con articoli pungenti una delle riviste più battagliere (Přítomnost) nel momento più difficile della Cecoslovacchia (“è una nazione squisita che non è politicamente adeguata”) e subito dopo la troviamo di nuovo in prima fila nella diffusione di periodici clandestini e nell’aiutare a fuggire all’estero le persone a rischio (parte tra gli altri anche il suo ultimo compagno, E. Klinger). Alla fine sarà lei a pagare in prima persona, quando, incautamente, manderà la figlia a ritirare le copie di una rivista clandestina in un appartamento già occupato dalla polizia. E proprio alla figlia dodicenne, al “mio migliore amico”, è destinata l’ultima lettera, una lettera piena di speranza e fiducia: “e se non avremo quella nostra vecchia stanza, non piangere ne avremo un’altra. Ci troveremo sempre qualche altra stanza e alla sera andremo a letto insieme e ce la conteremo e io ti racconterò tanto e tu mi racconterai tutto su te stessa, vero?”.

L. Kundera, Erinnerungen an Städten/Stätten wo ich niemals war, Edition Thanhäuser, Ottensheim an der Donau 2004.
Come nuovo volume di un’agile e intelligente casa editrice austriaca è stato pubblicato all’inizio dell’anno (in tedesco) un ciclo poetico degli anni Ottanta di uno degli ultimi artisti cechi che ricordano la breve stagione di spensieratezza neoavanguardistica al termine della seconda guerra mondiale: Ludvík Kundera (1920). Imparentato anche con il ben più celebre Milan, Kundera è figura poliedrica (e piuttosto stravagante) anche all’interno del bizzarro panorama culturale ceco: poeta, narratore, traduttore, drammaturgo e pittore, sempre legato alla sua nativa Brno, è stato uno degli artefici della Skupina RA [Gruppo RA], raggruppamento surrealista nato nel corso della guerra e scioltosi subito dopo, poi scrittore di professione a partire dagli anni Cinquanta. Com’è evidente anche nei versi di questa raccolta, Kundera conserva chiare reminescenze surrealiste, ampliate da una passione per l’esotismo (non c’è infatti lirica del ciclo dove non si ricordi Via Appia, la Corsica, New York, Roma, Lisbona). La pubblicazione, interessante forma ibrida in cui solo alcune delle poesie vengono presentate con il testo a fronte, fa parte del coraggioso programma editoriale della piccola casa editrice Thanhäuser (www.thanhaeuser.at) che, unica nel panorama editoriale austriaco, pubblica, in edizioni piuttosto costose, raccolte poetiche provenienti dall’Europa centro-orientale: tra gli autori slavi già pubblicati troviamo il poeta ceco P. Borkovec, l’antologia di poesia soraba di R. Domašcyna, la scrittrice croata T. Gromača, lo scrittore sloveno D. Jančar, il poeta sorabo J. Khěžka, la poetessa slovena T. Kramberger, l’artista ceco L. Novák, i poeti slovacchi J. Ondruš e P. Repka e, anch’esso fresco di stampa, il poeta sloveno S. Kosovel. Piccole tirature per lettori curiosi che rappresentano però per molti autori la prima possibilità di incontrare il lettore straniero. Iniziativa elitaria quanto si vuole, ma di cui in Italia si sente fortemente la mancanza.

B. Rossi, Montecuccoli. Un cittadino dell’Europa del Seicento, Edizioni Digi Graf, Pontecchio Marconi (Bo) 2002.
Nonostante a prima vista il volume possa ricordare un vecchio sussidiario delle scuole medie, la monografia che Berardo Rossi ha dedicato a una figura ingiustamente trascurata del Seicento italiano, Raimondo Montecuccoli, può essere citata come un solido risultato di quella storiografia regionale che ha una notevole importanza nell’analisi storiografica del passato italiano. Pur senza presentare scoperte documentarie di sorta, Rossi (in precedenza autore di una monografia su Mariele Ventre, “l’indimenticabile maestra dello Zecchino d’oro”, anche lei nata nel Frignano) ha ricostruito in modo preciso, accompagnandole con un ricchissimo apparato iconografico, le ingarbugliate vicende personali di uno dei più famosi condottieri del Seicento. A partire dalla sua infanzia trascorsa nel castello di Montecuccolo, attraverso la sua carriera militare al servizio degli Asburgo, il ritorno in Italia e la partecipazione alla guerra di Castro, le missioni presso Cristina di Svezia, per finire con il ritorno alla testa degli eserciti degli Asburgo, culminato nella celebre vittoria sul turco di San Gottardo, Montecuccoli emerge alla fine del racconto di Rossi come una figura a tutto tondo e come uno dei pochi fortunati tra gli italiani che nel Seicento sono andati a cercare fortuna all’estero. L’importanza della presenza italiana nell’Europa centro-orientale è un tema che certo ancora merita studi ben più approfonditi, ma fin da ora si può ritenere del tutto insoddisfacente lo stato degli studi sull’argomento e, da questo punto di vista, il lavoro di Rossi si presenta come un primo passo verso la riscoperta almeno delle figure più importanti. Pur senza manifestare particolari intenzioni interpretative, la monografia si inserisce in quella tradizione di ricostruzioni abbastanza tradizionali della vita e dell’opera del protagonista. E se piuttosto ingiustificate appaiono certe esagerazioni “nazionalistiche” di Rossi, pure frequenti in certi ambienti italiani, che tendono a esagerarne il ruolo politico costruendo il mito di Montecuccoli come “numero due dell’impero”, del tutto appropriato appare lo spazio dato nel volume all’opera letteraria di Montecuccoli. Anche se con la pubblicazione dei tre volumi delle Opere di Montecuccoli (Ufficio storico dello Stato maggiore dell’Esercito, Roma 1988-2000) un passo deciso è stato fatto in direzione del recupero del suo consistente lascito letterario, resta tuttora manoscritta gran parte della sua opera poetica, che un ruolo non certo piccolo ha svolto alla corte degli Asburgo nell’affermazione della lirica italiana. Per concludere si può tranquillamente affermare che, sfruttando la sua buona conoscenza della bibliografia montecuccoliana, Rossi ha finalmente reso disponibile al lettore italiano una solida monografia, mancante dai tempi dei grandi lavori di Campori (1876) e Sandonnini (1913). Forse è davvero iniziato il definitivo recupero di una figura che già Foscolo nel 1807 aveva cercato a gran voce di “riabilitare”: “spetta agli scrittori di rivendicare i diritti letterari della loro patria, ed io tento di sdebitarmi di questo ufficio pubblicando nella lor vera lezione gli Aforismi e i Commentarj del maggiore e del più dotto fra capitani nati in Italia dopo il risorgimento dalla barbarie”.

R. Bireley, The Jesuits and the Thirty Years War. Kings, Courts, and Confessors, Cambridge University Press, Cambridge 2003.
Il mito della cospirazione di piccoli gruppi potenti ha attraversato varie fasi (i gesuiti, i massoni, gli ebrei) e piuttosto sorprendentemente a volte sopravvive ancora oggi. Il quadro tradizionale della presenza occulta dei gesuiti dietro alle decisioni politiche prese dai sovrani nell’epoca d’antico regime si è rivelato duro a morire e le vicende della Società di Gesù, culminata nello scioglimento dell’ordine, hanno attratto non solo gli storici, ma anche i giornalisti e gli scrittori. Paradossalmente, invece, la ricerca storica degli ultimi anni ha manifestato una scarsa attitudine a occuparsi di un tema pure così attraente e sottovalutato. Anche il rapporto tra i confessori attivi nelle varie corti europee, la rivalità tra i vari ordini religiosi e i contatti tra i religiosi attivi nelle corti europee e la centrale romana non sono temi che abbiano incontrato il favore degli studiosi. Lo storico gesuita Bireley, forte delle sue precedenti monografie sul confessore bavarese Contzen e su quello imperiale Lamormaini, ha affrontato ora l’argomento in grande stile, mettendo a confronto l’azione dei confessori gesuiti nel corso della guerra dei Trent’anni presso le corti di Vienna, Monaco, Parigi e Madrid. Basandosi sulle lettere spedite dai generali romani (Vitelleschi e Caraffa), conservate quasi integralmente nell’archivio romano dell’ordine (molto meno frequente è invece la conservazione delle lettere ricevute dal generale), Bireley ha tratteggiato un affresco imponente dei rapporti tra i più noti gesuiti europei e Roma. Vista dalla centrale del generale romano, la politica gesuita (“often similar to but by no means identical to the papacy’s”, p. IX) si mescola, in una vivace narrazione, con le lotte politiche dei consiglieri delle varie corti, a loro volta divisi tra guerrafondai oltranzisti e politici moderati. Alla fine dell’analisi emerge una situazione molto meno monolitica di quanto si potesse credere all’inizio, sia perché i confessori erano portatori di concezioni politiche molte diverse l’una dalle altre, sia perché molto diversa era la posizione dei singoli gesuiti in Germania (particolarmente salda presso l’imperatore, l’elettore di Baviera e gli arcivescovi elettori di Magonza e Colonia) e in Francia e Spagna. L’influenza politica dei confessori di Ferdinando II e Massimiliano di Baviera è stata molto forte almeno fino al 1635, giungendo spesso a superare la stessa concezione del generale romano, poi una significativa svolta è data dalla firma della Pace di Praga, dopo la quale “the influence of the Jesuits at court declined substantially, as did the ecclesial role in general” (p. 268). Se del tutto convincente appare la ricostruzione generale di Bireley, nella perentorietà con cui si nega sia il sostegno politico dei gesuiti alla guerra che l’esistenza di una concezione “gesuita” del rapporto tra politica e religione, sembra manifestarsi più del dovuto l’appartenenza ideologica dello storico della Loyola University di Chicago. Se l’idea della grande cospirazione è del tutto fuori luogo, il tentativo di realizzare una propria visione politica, a tratti anche in concorrenza con quella sostenuta dal papa, esce dalla lettura del libro al limite ancor più confermato. Al di là di questa cornice ideologica, almeno per quanto riguarda la ricostruzione dei fatti, la monografia di Bireley rappresenta in ogni caso una pietra miliare nella ricerca, alla quale tutti i ricercatori, volenti o nolenti, dovranno in futuro rifarsi.

Barocco in Italia, Barocco in Boemia. Uomini, idee e forme d’arte a confronto, a cura di S. Graciotti e J. Křesálková, Il calamo, Roma 2003.
Baroko v Itálii - baroko v Čechách. Setkávání osobností, idejí a uměleckých forem, uspořádali V. Herold a J. Pánek, Filosofia, Praha 2003.
Alla fine dell’anno scorso sono state pubblicate quasi contemporaneamente le versioni italiana e ceca degli atti di una conferenza, la prima nel suo genere, tenutasi a Praga nel 1999 e dedicata ai rapporti ceco-italiani nel periodo barocco. Piuttosto sorprendentemente infatti proprio questo periodo era rimasto a lungo escluso dal ricco programma della Fondazione Cini, che nei decenni scorsi aveva ripetutamente rivolto la sua attenzione verso la Polonia e gli slavi del sud, trascurando invece (ma qui un ruolo importante lo hanno giocato i tradizionalmente scarsi rapporti dei colleghi cechi con le istituzioni italiane) proprio la Boemia, una delle zone dove persino maggiori erano stati i contatti con il mondo italiano. Una prima inversione di tendenza si era avuta con il precedente volume Italia e Boemia nella cornice del Rinascimento europeo e piace immaginare che il lavoro che sta dietro la realizzazione di quest’importante Barocco in Italia, Barocco in Boemia rappresenti solo il secondo tassello di quella che dovrebbe diventare una riscoperta di più lunga durata.
Alle due “relazioni introduttive”, dedicate da Sante Graciotti (con grande sensibilità e originalità) al ruolo svolto da Venezia nel progetto ideale di riforma di Comenio e da Jaroslav Pánek alla struttura della monarchia asburgica, seguono cinque sezioni molto ricche dedicate rispettivamente alla storia politica e culturale, alla filosofia, alla musica e al teatro, alla lingua e alla letteratura e, infine, all’arte. Se in alcuni interventi, soprattutto di studiosi cechi, si nota ancora un soffermarsi su questioni tradizionali della ricerca ceca sul barocco (la mentalità barocca, la cultura barocca, la tragedia della montagna bianca), a discapito di un approfondimento delle fonti archivistiche, in altri contributi di autori cechi (penso all’acuto studio “Correlazioni economiche e sociali della cultura barocca in Boemia” di Eduard Maur) e in diversi studi di colleghi italiani, molto più forte è stata la presentazione, quanto mai necessaria per un’area così poco studiata, di nuovi materiali d’archivio (si veda tra i vari esempi possibili l’interessante analisi di parte dei materiali contenuti nell’archivio della congregazione per la propaganda della fede proposta da Domenico Caccamo, “La propaganda fide, la chiesa boema e la tolleranza ad tempus di Valeriano Magni”) o per la riscoperta dell’opera di personaggi quasi dimenticati dalla storiografia (penso al pionieristico “Giulio Solimano e Praga” di Jitka Křesálková). Nel corso del convegno il dibattito più acceso era seguito all’intervento di Jiří Pelán, dedicato allo spinoso problema del manirismo (“Sulla questione del marinismo nella poesia barocca ceca”), al quale si era opposto con una certa irruenza uno dei maggiori conoscitori dell’opera di Marino, Giovanni Pozzi (a sua volta autore del pregevole intervento “Il libro in Caramuel”). Casi specifici di concreti contatti culturali sono stati analizzati da Alena Wildová Tosi, che ha offerto una panoramica esauriente sulle radici ispiratrici della rielaborazione ceca dell’opera del gesuita italiano G.B. Manni La prigione eterna dell’inferno, e da Martin Valášek, che ha ricapitolato i dati a nostra disposizioni sull’enigmatico Václav Jandit, autore di una delle prime grammatiche del ceco dedicata a Gian Gastone dei Medici. Carattere più generale hanno avuto molti degli interventi riservati a teatro, musica e arti figurative, che hanno però, soprattutto per quanto riguarda l’apporto dei colleghi cechi, il grande merito di rendere accessibili anche al lettore italiano alcune scoperte recenti (si vedano almeno il bell’intervento di Milan Togner “I disegni di Agostino Ciampelli da una collezione morava e la decorazione della cappella di S. Andrea nella chiesa romana del Gesù” e il puntuale “L’influenza romana nell’architettura sacra praghese del Seicento e Jean Baptiste Mathey” del maggior esperto dell’argomento, Mojmír Horyna).
Alla luce dei risultati non del tutto felice si è rivelato il criterio di non limitare la scelta dei testi al solo Seicento, riservando a un’occasione successiva una quanto mai necessaria indagine dei rapporti ceco-italiani del Settecento: i pochi interventi dedicati al “secondo tempo” del barocco sono infatti rimasti per lo più avulsi dal contesto. Se di un paio di interventi di studiosi italiani risulta molto difficile cogliere il rapporto con la realtà boema e il senso della loro presenza in questa sede (peraltro anche uno degli interventi più applauditi del convegno, “L’Atalanta fugiens di Michael Maier” di Paolo Pinamonti, sarebbe stato concettualmente più appropriato nel volume precedente), ancor più sorprendente è il testo semi-letterario di Marzio Pieri, peraltro non presente al convegno, “Hyp(n)ocondrie. L’impossibile incontro fra il vuoto allegorico e la lettera vuota di Praga”, sorta di parodia (ma molto in negativo) dello stile di Ripellino, pieno di giudizi campati in aria e di bizzarri accostamenti pseudoculturali (si veda un esempio tra i tanti possibili: “antibarocchi furono ugualmente – formidabile mostro trifàuce – Benedetto Croce, Josef Stalin e Adolf Hitler”).
Indubbiamente, soprattutto nel contesto italiano, Barocco in Italia, Barocco in Boemia si presenta come un importantissimo contributo allo stato delle nostre conoscenze su un periodo e sulle relazioni culturali ceco-italiane, rimaste vittima, dall’Ottocento sino a pochi decenni fa, di un clima culturale sfavorevole. E con un pizzico di quella sempre necessaria speranza utopica c’è da augurarsi con il curatore che “il patrimonio di intese, di idee, di passione intellettuale accumulato in questi anni non si disperda, ma seguiti a dare ancora i suoi frutti in un futuro a cui, accanto e a supporto della progettualità ‘economica’, solo la memoria – patrona dei nostri incontri e custode del nostri valori – potrà assicurare una dimensione pienamente, o meglio ancora, alla lettera, radicalmente umana”.



 
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