J.A. Komenský
Il labirinto del mondo e il paradiso del cuore
a cura di M. Fattori, traduzione di T. Kubíček, revisione di S. Richterová, Silvio Berlusconi Editore, Milano 2003
(Recensione di Alessandro Catalano)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 308-310
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Esce in Italia a poco meno di 400 anni dalla sua stesura, uno dei testi più interessanti e complessi del Seicento europeo, Il labirinto del mondo e il paradiso del cuore di Comenio, di solito noto al massimo come fondatore della pedagogia moderna. A differenza delle opere più famose, Labyrint světa a ráj srdce, scritto nel 1623 e pubblicato nel 1631 (poi, in forma ampliata, nel 1663), è infatti scritto in ceco, cosa che lo ha a lungo confinato all’interno del mondo ideologico e spirituale dell’Unione dei fratelli boemi, la chiesa evangelica di cui Comenio è stato l’ultimo vescovo. In un panorama culturale che ha eliminato per più di due secoli qualunque riferimento alla cultura non cattolica, il nome di Comenio è stato, a parte pochissime eccezioni, a lungo quasi del tutto rimosso dalla cultura ceca, fino alla rinascita nazionale ottocentesca. Per certi versi però è stato soltanto nel corso del Novecento che a Comenio è stato restituito il ruolo di principale figura intellettuale del Seicento ceco e negli ultimi anni la sua opera letteraria ha finalmente incontrato un certo interesse anche in Italia. Anche se il libro era ben noto da tempo a tutti coloro che hanno letto Praga magica di A.M. Ripellino, che ha fatto del pellegrino comeniano uno dei personaggi simbolo della sua visione di Praga.
Il Labirinto del mondo e il paradiso del cuore ovvero chiaro affresco di come nel mondo e in tutte le sue cose non si trovi altro che confusione e vertigini, vortici e fatica, obnubilamento e inganno, miseria e tristezza e infine tedio e disperazione: ma chi sta seduto nella casa del suo cuore e si isola con Dio, questi da solo arriva alla quiete vera e piena della mente e alla gioia, finora noto soltanto in modo molto frammentario (da ricordare comunque la notevole traduzione di alcuni capitoli proposta da Sergio Corduas molti anni fa), è stato ora pubblicato con una bella introduzione di Marta Fattori (pp. XXIII-LXXIV), in cui l’autrice ripercorre in modo preciso la storia del libro e mantiene un giudizio equilibrato su una lunga tradizione storiografica (soprattutto occidentale) che, a partire dagli interessanti ma a volte fuorvianti studi di F. Yates, ha sempre insistito in modo eccessivo sugli aspetti profetici e millenaristici del libro, arrivando addirittura a considerarlo un testo rosacrociano. Sull’onda della versione francese, presentata qualche anno fa da X. Galmiche, è iniziato invece un recupero del Labirinto come opera letteraria, interpretazione che, almeno in parte, anche la curatrice sembra far sua. Con il passare del tempo infatti il valore dell’opera come poema allegorico, tassello del grande progetto pansofico di Comenio, sembra suscitare sempre meno interesse rispetto alla lucidità e alla ferocia visiva dell’affresco pittorico del labirinto del mondo. Come potrebbero testimoniare anche molti del lettori della Divina commedia, anche in Comenio la ricerca della pace interiore e del regno divino risulta alla fine molto meno interessante del racconto delle follie del mondo reale.
Nella dedica latina al testo, indirizzata al celebre aristocratico moravo (e non polacco come erroneamente si dice nelle note, p. 272) Karel von Žerotín, Comenio stesso definisce il suo libro un drama, e, come testimoniano le successive parole indirizzate al lettore, erano le “cose vere” a fornire il materiale di quanto Comenio aveva “dipinto” (p. 11). La materia del racconto è piuttosto semplice: giunto nel mezzo della sua vita, “nell’età in cui la ragione umana comincia a cogliere la differenza tra il bene e il male”, il protagonista ritiene “necessario riflettere bene a quale gruppo unir[si] e in quali affari passare la vita” (p. 13). Uscito da se stesso e messosi in cammino riceve come guide Sattutto Dappertutto e Inganno, in un mondo dominato dalla regina Sapienza, che “alcuni di quelli che arzigogolano troppo la chiamano Vanità” (pp. 16-17). Ricevute le “redini dell’indiscrezione” e “gli occhiali dell’inganno”, fabbricati “dalla presunzione e dall’abitudine”, il pellegrino può finalmente iniziare a osservare il mondo. Tutto ciò per Comenio non è altro che caos, confusione e “maschera” (p. 28) e il disordine, l’inutilità e l’incostanza sono i tratti caratterizzanti di tutti i gruppi sociali che Comenio descrive con un’ironia crudele e spietata: “vidi altri il cui lavoro era produrre e moltiplicare strumenti di crudeltà, spade, pugnali, daghe, archibugi, ecc., tutto questo contro il genere umano. Con quale coscienza e con quale soddisfazione della mente la gente possa dedicarsi a tutte questa attività, io non lo so davvero. Ma so un’unica cosa, se dal loro lavoro dovesse venir escluso e spazzato via quello che in esso è inutile, superfluo ed empio, una buona parte dei mestieri degli uomini non ci sarebbe più” (p. 53).
Il contrasto tra ciò che andrebbe visto e la capacità di osservare invece cosa c’è al di là delle maschere comincia a provocare problemi al protagonista, accusato sempre più spesso di “filosofare”, “filosofeggiare” e “arzigogolare” in modo troppo astratto: “ci diventa di continuo malinconico, detesta tutto e smania per una qualche altra, straordinaria cosa” (p. 179). Osservare i sei “stati” del matrimonio, degli artigiani, dei dotti, delle autorità, dei soldati e dei cavalieri diventa quindi una specie di supplizio infernale, vicino nelle tinte a quelle di certi quadri di Bosch. Il percorso si volge sempre lungo il doppio piano di ciò che il viaggiatore osserva e condanna e ciò che lui stesso, convinto infine dalle guide, vive in prima persona. I riferimenti alla propria biografia (evidentissimi nell’infatuazione per i Rosacroce, nel momento dell’ingresso tra i religiosi o nel celebre racconto del proprio naufragio, pp. 55-63) e al proprio vano peregrinare per il mondo diventano talvolta chiarissimi, come a proposito della perdita della moglie e di due figli: ”mi irretirono cosicché io finii, come per scherzo sulla bilancia, e da lì in catene e in breve mi trovai legato a un tiro a quattro; in seguito... me ne aggiunsero ancora molti altri tanto da farmi ansimare e boccheggiare, per trascinarmeli dietro. Improvvisamente si scatenò una bufera con lampi, tuoni, grandine, e fu tutto un fuggi fuggi generale intorno a me, salvo quelli ai quali ero legato e con i quali anch’io corsi a rifugiarmi in disparte in un angolo, ma con le frecce la Morte me li abbatté tutti e tre” (pp. 47-48). Particolarmente feroce è la critica dei dotti e dei religiosi, visti come animali impazziti alla ricerca di cose insensate o, nel caso dei vescovi, di beni materiali: “se uno moriva la cura dell’ufficio doveva passare a un altro, potei osservare un gran movimento, tutto un intrigare, un cercare raccomandazioni, uno sgomitare per entrare nella lista per la successione, prima che il posto si raffreddasse. Chi aveva il compito di decidere sulla successione, raccoglieva le raccomandazioni sia da parte degli interessati, sia preparate da altri per loro; e fra loro erano diversissime. Uno si presentava come parente consanguineo; un secondo in quanto parente da parte della moglie; un terzo, da molto tempo al servizio degli anziani, si aspettava una ricompensa; un quarto ci contava perché gliel’avevano promesso; un quinto si aspettava di essere nominato a un’alta carica, in quanto nato da nobili genitori; un sesto fingeva di essere raccomandato da un altro posto; un settimo offriva di nascosto regali; un ottavo, dotato di profonde, alte e vaste qualità, cercava un posto dove poterle mettere in luce; e non so che cosa altro” (p. 122).
Anche nel “Forte della Fortuna” il viaggiatore non avrà miglior sorte, visto che, come spiega alle sue sempre più attonite guide, anche lì “noi unicamente sogniamo, ci sforziamo di afferrare l’ombra, ovunque la verità ci sfugge” (p. 175). Tra i vari criminali che la fortuna assiste non manca qui nemmeno Ignazio da Loyola, che si vanta di “aver fondato una nuova compagnia di incendiari e assassini con la quale si doveva epurare l’umanità” (p. 169). Anche la Sapienza che dovrebbe governare il mondo si rivela, quando Salomone le strappa il velo dal volto una specie di mostro: “ed ecco il suo volto apparve pallido e gonfio, con un leggero rosso sulle guance, ma per via del cerone (come provavano alcune scrostature); si potevano notare anche le mani coperte di scabbia e il corpo tutto sgraziato, e si avvertì un fiato pestilenziale” (p. 200). Adulato e corrotto anche Salomone non restano che pochissimi a opporsi, soprattutto quando, e qui evidente è l’allusione alla guerra dei Trent’anni, durissima si fa la repressione: “per questo alcuni venivano, davanti ai miei occhi, subito gettati nelle fiamme, altri buttati in acqua, altri impiccati, scannati, inchiodati sulla croce, lacerati con le tenaglie, segati, trafitti, squarciati, arrostiti sulla graticola” (p 207). La fuga dal mondo, che provoca la scomparsa delle guide, si conclude con la voce del signore che lo invita a tornare “alla casa del tuo cuore” (p. 210).
In questa seconda (e più breve) parte del libro sono i riferimenti alle sacre scritture a prendere il posto delle note autobiografiche che accompagnavano quanto il pellegrino osservava nella parte precedente. Il passaggio alla dimensione del cuore segna il ritorno in se stesso, alla luce del quale Comenio rivaluta tutti i mestieri e le situazioni così ferocemente ironizzate nella parte precedente, e si conclude con un’apologia del viaggio interiore e della chiesa semplice dei buoni cristiani. Al caos e alla confusione del labirinto del mondo subentra l’ordine e il silenzio del paradiso del cuore. La struttura a piani paralleli viene così conservata, anche se perde molto in concretezza: “vidi bagliore, luminosità, splendore, gloria indicibili, udii suono e frastuono indescrivibili” (p. 266). La descrizione perde quindi quella grande concretezza visiva che Comenio aveva dimostrato nell’elenco dei crimini e delle vanità dei peccatori e il tono si fa ora didascalico e a tratti l’allegoria non basta a contenere certe immagini forzate: “fra essi [i buoni cristiani] si aggirava anche la morte; ma non come nel mondo, brutta nel corpo, nuda, repellente, bensì piacevolmente avvolta nel sudario di Cristo, che egli aveva abbandonato nel sepolcro. Avvicinandosi ora a questo ora a quello, gli annunciava che era giunta l’ora di abbandonare il mondo. Ahi, quale gioia e quale letizia in chi riceveva tale notizia! E affinché giungesse al più presto, affrontavano ogni dolore, la spada, il fuoco, le tenaglie e ogni altra cosa. Allora ognuno si addormentava in pace, silenzio e letizia” (pp. 264-265).
Forse non c’è nulla di male che il capolavoro di Comenio venga per la prima volta pubblicato in un’edizione di semilusso, seguita dal testo originale ceco, “realizzata per conto di Publitalia ‘80 e coordinata da Marcello dell’Utri”. Nella Biblioteca dell’utopia sponsorizzata da Silvio Berlusconi erano del resto finiti prima di lui Erasmo da Rotterdam, Machiavelli, Campanella, Marx ed Engels e Giordano Bruno, cioè buona parte del patrimonio culturale a cui molti di noi ancora oggi amano rifarsi. Forse non c’è nemmeno nulla di male che la prefazione non firmata tuoni contro la confusione del mondo contemporaneo, “tempo in cui tutti gli inconvenienti del mondo antico sono presenti camuffati e addolciti a volte con l’ipocrisia”. Forse non c’è nulla di strano nemmeno nella constatazione successiva che “il più grande viaggio nella vita è quello che dobbiamo intraprendere per arrivare al nostro cuore, dentro di noi. Non è facile e nemmeno agevole. Per poterlo realizzare dobbiamo aver conosciuto il mondo ed esserne stati bersaglio; aver capito le mille maschere di quel mistero chiamato male, capace di diluirsi ovunque e con chiunque; aver riflettuto sulla vanità delle cose e sul loro valore” (pp. VI-VII). Forse non ha nemmeno senso chiedersi cosa siano oggi le maschere e l’ipocrisia. Certo fa un certo effetto leggere poi nel testo le parole di Comenio: “vidi inoltre come molti camminassero su scarpe altissime, alcuni addirittura si fabbricavano trampoli o coturni (per sollevarsi al di sopra degli altri e poterli guardare dall’alto) e in questa guisa andavano a passeggio” (p. 34). Al limite resta solo un perché, a cui prima o poi bisognerà dare una risposta: perché oggi in Italia, nonostante lo sforzo profuso negli anni scorsi dalla curatrice, è diventato impossibile trovare una casa editrice dal solido passato culturale disposta a pubblicare uno dei classici della cultura europea?

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli