Adieu Musen. Anthologie des Poetismus
a cura di L. Kundera e E. Schreiber, München 2004
(Recensione di Alessandro Catalano)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 295-297
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Grazie al sostegno della Robert Bosch Stiftung, negli ultimi cinque anni è cresciuta in Germania un’iniziativa che, nella congiuntura editoriale (e culturale) dell’Europa degli ultimi anni, può sembrare quasi un miraggio: nel 1999, con il dichiarato obiettivo di contribuire a una maggiore comprensione tra cechi e tedeschi, sono infatti apparsi nelle librerie i primi volumi della ormai ben affermata Tschechische Bibliothek (http://www.tschechische-bibliothek.de/). Diretta da Peter Demetz, Jiří Gruša, Peter Kosta, Eckhard Thiele e Hans Dietrich Zimmermann, la collana si ripromette di presentare entro il 2007 al pubblico tedesco, in 33 volumi di piccolo formato fatti apposta per “trovare posto nelle tasche dei cappotti”, “il meglio” della cultura ceca. Divisa nelle sezioni “Prosa”, “Dichtung” e “Philosophie”, la collana è stata inaugurata dai volumi di Jaroslav Hašek Der Urschwejk. Und anderes aus dem alten Europa und dem neuen Rußland e Jaroslav Durych Gottes Regenbogen. Roman. Negli anni successivi sono apparsi non solo testi di Milada Součková, Karel Čapek, Jiří Weil, Vladislav Vančura, Karel Hynek Mácha, Karel Poláček, Karel Havlíček, Ivan Olbracht, Bohumil Hrabal, Jan Čep, Zikmund Winter, Josef Jedlička, Eva Kantůrková, Johann Ámos Comenius, Egon Hostovský, ma anche l‘antologia di testi teatrali Gartenfest (con opere di Havel, Klíma, Kohout, Topol, Uhde), i Gespräche mit Masaryk di Čapek, una scelta della corrispondenza dei grandi compositori cechi (Smetana, Dvořák, Janáček) e due volumi dedicati ai filosofi cechi dalle origini a oggi (si veda, per l’elenco completo dei titoli, http://www.tschechische-bibliothek.de/titel.htm).
L’anno scorso all’interno di quest’ambizioso progetto è stata pubblicata anche un’interessante antologia del poetismo ceco che rappresenta probabilmente il primo tentativo di presentare in forma organica all’estero la produzione poetica della prima fase dell’avanguardia ceca. Curata con grande finezza da L. Kundera e E. Schreiber, Adieu Musen (il titolo è tratto da una poesia di Halas) presenta in modo completo, sia sul piano poetico che teorico, la stagione poetista, che, come notano i curatori dell’introduzione, ha fortemente pagato, dopo il 1989, il suo impegno politico (al punto che la stessa parola “avaguardia” viene oggi spesso, da certa critica ceca, posta tra virgolette, p. 13). Introdotta dalla poesia Appello agli amici di Nezval (eSamizdat 2004/2, pp. 149-150), la raccolta presenta diacronicamente lo sviluppo dell’avanguardia, a partire dal momento in cui, in seno al Devětsil, lo slogan del poetismo sostituisce quello della poesia proletaria. Sottolineando giustamente come, nel contesto ceco, il poetismo abbia anche supplito alla totale assenza di forme di autentico dadaismo, i curatori sfruttano le parole del critico Bedřich Václavek per ribadire come tutta la letteratura ceca precedente, compresa la poesia proletaria, avesse sempre voluto essere „etica, pedagogica e costruttiva“. La „gioia per il gioco“ del poetismo, recuperando invece alcuni aspetti del dadaismo (più tedesco che francese), mette in modo quelle „forze“ creative che, secondo il celebre critico F.X. Šalda (1928), avrebbero costituito la vera eredità del poetismo dopo la sua scomparsa.
La prospettiva cronologica permette ai curatori (grazie anche all’intelligente utilizzo di due „intermezzi“ sul dadismo e sulle „piccole forme“che ritraggono episodi comuni di vita quotidiana) di ricostruire il progressivo sviluppo del movimento. Mentre nelle brevi introduzioni a ogni anno vengono sottolineate le nascite (e scomparse) delle principali riviste, le pubblicazioni delle opere più significative, i giudizi dei critici, la fortuna delle mostre più rappresentative e delle opere teatrali più rappresentate, i testi tradotti spaziano dalle dichiarazioni programmatiche (sia sotto forma di manifesti che come introduzioni ad alcune opere storiche dell’avanguardia) ai testi poetici veri e propri. Nelle 300 pagine del volume si intersecano quindi le voci dei critici (Karel Teige e Václavek) a quelle dei romanzieri e dei teatranti (Vladislav Vančura, Karel Konrád, Voskovec & Werich), anche se a dominare sono naturalmente i poeti: Artuš Černík, Jiří Wolker, Jaroslav Seifert, Konstantin Biebl, Josef Hora, Jiří Mahen, František Halas, E.F. Burian, Adolf Hoffmeister, Josef Šíma, Vladimír Holan, Vilém Závada, Oldřich Mikulášek. Pienamente convincente è il giusto spazio dedicato agli anni centrali del movimento (1924-1925), compresi i necessari accenni all’infatuazione di molti esponenti dell’avanguardia per il cinema e la tipografia. Un gran merito dell’antologia è il riconoscimento dell’opera di Vítězslav Nezval (il poeta più presente nella raccolta) come episodio chiave dello sviluppo della pratica poetica dell’avanguardia ceca. Se molto interessanti sono gli accenni ai „compagni di strada“ slovacchi (Laco Novomeský, Pavel Bunčák e Rudolf Fabry), qualche perplessità può destare, oltre alla frequente „amputazione“ dei testi e alla fastidiosissima impaginazione delle poesie troppo lunghe come se si trattasse di prose, la scelta di estendere l’antologia fino al 1938 (comprensibile però alla luce dell’importante ruolo letterario svolto nel dopoguerra da uno dei curatori), rintracciando echi poetistici anche in singole poesie di Josef Frič e Oldřich Wenzl (e allora perché non nel Manifesto del neopoetismo di Hrabal e Marysko?). Per quanto sia possibile ridurre un’avanguardia così versatile anche in campi extraletterari come quella ceca a un volume di poche centinaia di pagine, il quadro complessivo offerto da Adieu Musen risulta completo e stimolante. Tanto da provocare la legittima domanda come mai iniziative di questa portata siano più semplici da realizzare (almeno a livello ideologico) all’estero piuttosto che nella Repubblica ceca. Del resto anche al dato di fatto che in tempi recenti i migliori studi su due figure di primo piano della letteratura del Novecento ceca (Hrabal e Holan) siano nati come introduzioni ad antologie delle loro opere in Italia e in Germania (per merito di Pelán e Opelík) deve pur significare qualcosa. Sembrerebbe quasi che quella diffidenza ideologica nei confronti dell‘analisi monografica e di certi periodi „politicamente sospetti“ che ha dominato il panorama culturale degli anni Novanta inizi a mostrare in modo molto evidente tutti i suoi limiti.

 
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