La Congregazione italiana di Praga
a cura di A. Trezza Cabrales, Tychá Byzanc - Istituto Italiano di Cultura, Praga 2003
(Recensione di Guido Carrai)
eSamizdat 2004 (II) 3, pp. xxx-xxx
Scarica il Pdf di tutte le recensioni di questo numero
"Di Praga la qual mi par d’havere sopra le spalle". Prendo a prestito l’incipit di una lettera scritta da Praga nel 1610 come definizione icastica del rapporto tra gli italiani e Praga all’alba del XVII secolo. È per esorcizzare questa sensazione, la paura latente di questa grevità fisica e spirituale, che nel 1573 la comunità italiana della città decide di dare vita alla Congregazione della Beata Vergine Maria Assunta in cielo. La prima provvisoria Cappella degli italiani si costruisce tra il 1567 ed 1569. Nel 1590 poi l’edificio viene demolito per lasciare il posto alla nuova fabbrica a pianta ovale con terminazione absidale leggermente sporgente che si trova ancora oggi sulla via Karlova. In elevato l’impianto di base si riflette in un volume cilindrico principale e in un sistema di copertura a doppia cupola che corrisponde alle due parti della chiesa. La storiografia ceca l’attribuisce, senza alcuna prova, a un progetto diretto o a un influsso di Ottavio Mascarino. Al di là del difficile accertamento della paternità non vi è dubbio che nella Cappella si individui un esplicito richiamo a impianti tardocinquecenteschi di ambiente romano.
La Congregazione italiana di Praga viene approvata da Papa Gregorio XII nel novembre del 1580, e per uno strano caso l’anno successivo troviamo fra i predicatori “di passaggio” a Praga il nome di Antonio Possevino. Il gesuita mantovano - autore della Biblioteca Selecta, il testo che include tra gli altri due scritti in forma di dialogo con Ammannati (Ratio struendi) e Valeriano, ancora oggi considerato l’unico “trattato” di architettura della Compagnia – legge i suoi sermoni nella Cappella italiana, mentre a Roma è "consiliarus aedificorum" Giovanni Tristano e mentre egli stesso si trova in viaggio, come rappresentante del pontefice, per una delicatissima missione diplomatica a Mosca. Strana coincidenza, certo e ancor più strana se si pensa che Praga nel 1581 non è, per la Chiesa, un posto qualsiasi, ma la prima linea della Controriforma in Europa e che qui anche una piccola cappella può e deve essere, a un tempo, manifesto e trincea. Ed ecco la pianta ovale carica di simboli, la prima del genere in Europa centrale.
Questa pubblicazione ha il merito di raccogliere i dati e di ricostruire la storia di questo e dell’altro edificio di proprietà dello stato italiano nel cuore della città: l’Ospedale che si trova al termine della via Vlašska – letteralmente "italiana" che dalla piazza di Mala Strana sale verso il monastero di Strahov. Ma non si tratta solo di architettura. Quella che l'Istituto di cultura italiana si sforza di colmare, è una lacuna storiografica aperta da troppo tempo ormai, tanto da costituire quasi un “vulnus” nel corpo stesso dell’identità storica degli italiani di Boemia. Un compito difficile sin dalle premesse: per lo iato che si riscontra tra la quantità dei personaggi e delle discipline che la vicenda interessa e la scarsità dei documenti a disposizione.
Mentre all’interno della Cappella e dell’Ospedale nasce e mantiene il suo “fusto” un sodalizio religioso ispirato alle congregazioni mariane sorte nei collegi dei gesuiti di tutto il “continente riconquistato all’eresia”, tutt’intorno si va formando una “grande famiglia artificiale” che vive e propaga lo stesso comune sentire della propria italianità in forma più laica. Questo accade sin da subito: nell’esercizio quotidiano sui banchi dei mercanti per le strade della città o nel lavoro di mano e di ingegno dei nostri scalpellini nelle fabbriche che ne celebrano la grandezza. Sono loro che innalzano le mura dell’Ospedale, loro che nutrono le bocche dei diseredati che vi riparano dalla peste. Ed è proprio qui, sotto gli orti di Strahov, in questo limbo tra terra e cielo dove ci si prepara alla buona morte rifuggendo le visioni orrifiche della Prigione eterna dell’inferno che si costituisce il primo centro di irradiazione della cultura italiana a Praga. Un nucleo di “italianità” che si caratterizza, come pure sottolinea Kofroňová, proprio per la varietà delle sue componenti; dove la romanità è solo uno dei colori di un caleidoscopio che va ben oltre l’universo della religione e la visione del mondo imposta dai gesuiti (poco felice a mio giudizio e spero imputabile alla traduzione la scelta della locuzione “fredda monumentalità di provenienza romana”).
Eppure questa storia che ci appartiene e che ha inizio nella Praga rudolfina, dove l’odore acre degli esperimenti alchemici prevale su quello dell’incenso e che si sviluppa nel Seicento, un secolo ricco per antonomasia di contrasti, luci e ombre, rimane, così come la propongono queste pagine, una storia monocroma che talora pare volersi ridurre alla cronaca della rivincita spirituale di San Carlo Borromeo su San Giovanni Nepomuceno. Dalla Congregazione all’Istituto di cultura passando attraverso l’orfanotrofio quella che si profila è una teoria di santi in lotta ora con l’eresia ora con la miseria ora nella strenua resistenza al “regime socialista”.
Ma dov’è finito il popolo dei poeti, degli artisti, degli eroi, dei pensatori, degli scienziati, e dei “trasmigratori” di romana memoria? Al di là dello sforzo apprezzabile che trova la sua migliore espressione nell’attenta analisi e l’intelligenza delle ipotesi dei saggi di Nevimová e Royt, e nonostante l’apporto di alcune novità che pure emergono dal censimento dei documenti dell’archivio, rimasti inspiegabilmente e troppo a lungo inaccessibili, permane la sensazione che manchi una “visione in controluce”.
Questo vale, e lo diciamo non senza rammarico, per la storia dell’architettura dove ci si limita a tratteggiare i contorni di un’architettura italiana fatta per gli italiani senza un riferimento al ruolo essenziale dei nostri artisti come propagatori di uno stile, di contaminatori di tutto il linguaggio formale dell’arte boema: da Giovanni Antonio Brocco ad Anselmo Lurago, i più vicini alla Congregazione, fino agli italiani di terza e quarta generazione quelli che riscattarono i padri muratori affermandosi come architetti. Troppi santi e pochi Santini insomma. Neppure un riferimento al nostro apporto all’evoluzione del teatro, della musica, della letteratura, quasi niente riguardo al cammino della scienza, silenzio assoluto sulla filosofia.
Una grande storia dimenticata a vantaggio di un rosario di episodi minori spesso neanche pertinenti, che culmina nell’epilogo. Anche qui, l’intento encomiabile di unire in una continuità ideale Congregazione Italiana e Istituto di cultura finisce per essere inficiato oltre che dalla solita reticenza “clericale” e fin troppo politicamente corretta (tra l’altro la reticenza che si riscontra nella ricostruzione della vicende dell’Istituto durante il fascismo, oltre ad apparire inquietante riesce assolutamente incomprensibile nel momento in cui si restaura e si rilegge criticamente perfino l’architettura nazista della nostra ambasciata di Berlino) anche da una serie di imperdonabili sviste (in particolare sugli albori dell’italianistica in Cecoslovacchia) e dimenticanze che non rendono onore al merito dell’attività dell’Istituto e al ruolo dei molti intellettuali che vi si sono avvicendati, trasformando così una pubblicazione attesa in una occasione perduta.

 
© eSamizdat 2003-2016, Alessandro Catalano e Simone Guagnelli