E. Švarc
San Pietroburgo e l’oscurità soave
traduzione di P. Galvagni, Edizioni del Leone, Venezia 2005
(Recensione di Alessandra Carbone)
eSamizdat 2005 (III) 2-3, pp. 533-534
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San Pietroburgo e l’oscurità soave è la prima raccolta di poesie tradotte in italiano di Elena Švarc, autrice russa già conosciuta all’estero, soprattutto in America, a partire dagli anni ‘80. I versi presenti in questo libro provengono da varie raccolte della stessa Švarc, e vanno dai primi anni ‘70 di Una carrozzella, dimenticata accanto a un negozio, fino al recente Quaderno romano, raccolta di versi italiani, composti dalla poetessa durante un lungo soggiorno in Italia nel 2001.
A un primo sguardo la San Pietroburgo del titolo della raccolta sembra essere una presenza sostanzialmente fittizia, poiché, dal nostro particolare punto di vista di lettori italiani, rimaniamo colpiti dall’incredibile quantità di riferimenti a città come Roma, Venezia, Bologna: ne “La vergine che cavalca Venezia, e io sulla sua spalla”, prima della descrizione visionaria di questa cavalcata nel fondo del mare, il lettore è rassicurato da un breve schizzo della magica città lagunare: “I magazzini ai bordi, le Alpi in lontananza / E mi sono immedesimata nella pioggia… / nei tuoi palazzi slavati dalla peregrinazione”. Dopodiché Venezia non è più Venezia, ma si trasforma in vari esseri marini, tutti più o meno verdi, iridescenti e squamosi: fedele al carattere proteiforme delle sue poesie, ove “tutto si trasforma in tutto” La Švarc trasfigura la città e ne fa, nell’ordine, un coccodrillo ammuffito, un cavallo marino – tritone bagnato –, un prezioso mollusco intagliato e un dragone dalle squame dorate che si tuffa nell’oscurità verde del mare. Per domare tale bestia superba c’è bisogno di una vergine purissima, la seconda protagonista di questa favola – o visione – in versi, che incarna la tensione mistica e religiosa che nelle opere di questa poetessa è costante fonte di ispirazione e di ricerca. La Vergine, su cui “hanno gettato tutti i peccati” deve compiere un sacrificio e dopo aver domato il suo multiforme destriero - la Venezia imbizzarrita - precipita nel fondo del mare. Lì i peccati sembrano fare effetto, lei si gonfia “come un vampiro nella bara”, e da giovane fanciulla “diviene vecchia all’improvviso”, e porta “il cimitero russo / sul palmo della mano”. Ad accompagnarla in questa singolare catabasi c’è la poetessa che come un “piccolo nodo”, raccolti tutti i suoi peccati per il viaggio, sta appesa sulla sua spalla: “forse ho fornicato, ho mentito, ho ucciso? / i peccati, come gabbiani, sono giunti da ogni dove / […] / sì, ho fatto tutto questo. Il fondo, divampando, mi vola incontro”. Che l’io poetico dell’autrice assomigli qui, appollaiato sulla spalla della vergine, e prima ancora, pioggia penetrante, alla scimmietta di cui parla l’Achmadulina nella sua “favola sulla pioggia”, è solo una coincidenza, o forse no: a una strana skazka assomiglia anche questa poesia, che ci regala un’incredibile quantità di immagini pittoresche, di strane metamorfosi visionarie così simili allo stile achmadulliniano.
Venezia ritorna in “La neve a Venezia”, dove la Švarc si stupisce della “esile mano” dell’inverno italiano, dove l’acqua rimane sempre e inesorabilmente acqua, poiché ingoia il ghiaccio che qui è caduco e sparuto, rispetto a quello massiccio della sua Venezia, San Pietroburgo.
Il viaggio ideale della Švarc attraverso alcuni importanti luoghi simbolici italiani passa da Bologna, dove l’autrice dedica versi vibranti alla Pietà di Nicolò dell’Arca, gruppo scultoreo della fine del XVI secolo, raffigurante un gruppo di personaggi sacri in adorazione del corpo di Gesù deposto. Qui il tono della poesia non è né visionario né giocoso, come spesso accade nei versi della Švarc, ma si sente tutta la tensione spirituale di un’autrice che ha fatto del desiderio di “consolare Dio” il nucleo intimo e più vero della sua opera, dai versi di “Lavinija” e del “David danzante” fino a quelli più recenti. I versi qui diventano solenni, a esprimere tutta la compassione per Maria, stordita dal dolore davanti al Figlio morto. E, per farlo, Švarc usa, non sappiamo quanto consapevolmente, parole care all’Achmatova di Requiem: Maria infatti “stringe le mani” in sofferente contemplazione, ed è una figura femminile dall’umanissimo dolore, mentre “ulula come una bestia ferita perché le hanno ucciso chi contava più della sua stessa vita. Qui Gerusalemme è come la Mosca degli anni’30, quando il muro del pianto erano le mura rosse del Cremlino, e le madri e le mogli erano ridotte a urlare davanti a enormi chiavistelli impassibili come le donne degli strel’cy.
Da Bologna a Roma, in cui si racconta del fianco rotondo e violetto del Pantheon, circondato da banchetti di “mulatti” (sic!), e dell’indifferenza di Roma “per tutto ciò che Roma non è”. Segue una poesia sull’atmosfera inquietante del giardino di villa Medici, sorto in corrispondenza delle mura Aureliane, là dove i Goti infransero le difese di Roma, dando inizio all’eccidio. Di chi è lo spirito che anima di scricchiolii (i famosi zvuki i stuki…) questo posto? “Ferdinando, Attila, Gogol’ [...] chiunque fosse questo spirito tenace / un’inezia infestante o un principe / l’ultima notte s’è congedato”.
In realtà questi versi solo in apparenza sono “italiani”, ed è vero che, per citare Paolo Ruffilli, curatore dell’edizione di questo libro, “c’è tutta la santa madre Russia” in queste poesie: la vergine che cavalca Venezia porta sul palmo di mano il cimitero russo dell’isola di S. Michele, e spesso le atmosfere di Venezia ricordano San Pietroburgo; nei versi bolognesi abbiamo visto come affiori il ricordo di Mosca, e persino nel “Quaderno Romano”, ne “Il giardino di villa Medici”, troviamo una “statua di dea romana / simile a una colcosiana”.
Nelle altre poesie S. Pietroburgo va e viene, sfondo intermittente per peregrinazioni e suggestioni dell’anima: intuiamo che la “carrozzella dimenticata accanto a un negozio” si trova sulla Prospettiva Nevskij, poiché in quale altro posto, “la madre sprofondata nel luccichio di un negozio”, un bimbo appena nato può scomparire nell’aria? “Dissolversi nella notte / come un pezzetto di zucchero?”. Sempre a Pietroburgo, quella visionaria di Gogol’, Dostoevskij, Belyj, ritorna il motivo dell’occultismo, caro alla poesia di Švarc: esso compare infatti già nella “Ballata sulla seduta spiritica con l’ombra di Aleksandr Puškin” e poi nella “conversazione con Cagliostro”. Qui si tratta invece di una “conversazione” con l’abate Avvakum, che personaggi pittoreschi interrogano sulla sorte dei propri cari. Ed è sul Litejnyj Prospekt dei vecchi palazzi signorili modern style che ci immaginiamo la kommunal’ka di “La Pietroburgo spagnola”, piccolo poema sulla tragicomica convivenza di tre vecchietti, un musulmano sufita, un ebreo e un cristiano ortodosso, uniti, tra mille battibecchi, dalla “buona Vera”, cioè dalla Fede. A essi si aggiungerà un bambino muto di nome Buddha, cosicché nel poemetto viene raggiunta la piena “ispanicità” di Pietroburgo, così come la intende la Švarc: come si legge nel breve preambolo al poemetto, infatti, la Spagna fu l’unico luogo in cui a lungo, nel medioevo, convissero pacificamente tre religioni diversissime eppure molto simili: l’islam, il cristianesimo e il giudaismo; ora è a Pietroburgo che possiamo trovare insieme chiese ortodosse e moschee, sinagoghe e persino un tempio buddista. La kommunal’ka di Vera è un microcosmo fecondo e autosufficiente ai tempi della seconda guerra mondiale, in cui si prega, si fa penitenza e si plasma… il Golem! Lo Homunculus è qui un tesserino fedele che al momento opportuno corre sul tetto del palazzo per deviare le bombe e gettarle nel mare, cosicché i terribili bombardamenti, fosse per le preghiere, o per il più pragmatico accorgimento dell’ebreo David, nemmeno sfiorano mai la casa dei tre vecchietti. Ma dopo la guerra la vita è dura, e “Vera / si ammala”. Quando si spegne definitivamente Jusuf, David e Vlasij la accompagnano al cimitero di Smolenskoe; qui, al calar del sole, non ci sono né diavoli né spiritelli malvagi, ma volgari ladri e assassini, che “li accerchiarono lesti e compatti / e li fanno fuori / col tirapugni, il cappio e il coltello”. Fine efferata e così poco poetica per delle anime tanto attaccate alla fede; ma questo è il destino dei martiri, che così “non si separarono da Vera anche sulla terra”.
L’esperimento forse più originale dell’intera raccolta è però quello del “Vangelo aereo”, che la stessa autrice definisce come una “buona novella” tracciata “da quattro creature dell’aria, chi col pungiglione, chi con l’ala”. Il vangelo secondo l’ape, secondo il cedro, secondo un angelo, e secondo l’aria.
L’ape è una creatura libera e briosa della “mesta Giudea”, attirata dai profumi sontuosi dei fiori, che un giorno sente un profumo dolcissimo, paradisiaco, “come in un giardino di rose dopo la tempesta”, il profumo di Gesù. (altrove si dice che “l’odore di Dio/somiglia all’acre odore della corrente elettrica”). L’ape lo trova e vuole pungerlo: vokrug ja stala vit’sja, ishcha, kuda by vpit’sja” [cominciai a girargli accanto / cercando dove pungerlo], ove lo stesso articolarsi di suoni e ritmo riproduce il ronzare allegro di un’apetta golosa.
L’ape è la Švarc, che trova un modo semplice e immediato per esprimere il desiderio tutto fisico di “nutrirsi di Dio”, di sentirlo. Ma non è così facile toccare la vita eterna: “la via a essa passa per la sorda notte”. Se hai la fortuna di stare vicino a Dio mentre muore, puoi pungerlo dritto al cuore, e stare con lui in paradiso.
Il cedro è l’albero da cui viene ricavata la croce di Cristo. La grafica della poesia qui è verticale. Il ritmo è secco come il legno, le parole feriscono come i colpi d’ascia che abbatterono il povero cedro: “Gli appesero Dio, vivo”. Il cedro soffriva, cercava di stringersi, di spremere la sua ultima linfa per dargli un po’ di conforto. Esso assomiglia molto all’albero della vita che troviamo spesso nei mosaici bizantini: il rigoglioso albero verde vicino al quale scorre l’acqua nel Paradiso Terrestre, è il cedro che risorse, anche lui, grazie al sacrificio divino.
Segue l’episodio dell’angelo: di solito gli angeli della Švarc sono creature bellissime e vivaci come bambini, come l’ape. Questo volava allegro fra Creta e Cipro quando d’improvviso giunse un’ombra. Lo sappiamo tutti: è la famosa, terribile notte delle tre del pomeriggio, è la notte della morte di Dio in cui la terra si squarcia, le tenebre penetrano ovunque, e l’aria si riempie di demoni. Nessuno però, prima dell’angelo cipriota, ci aveva ancora rivelato che “nel mare urlò il sale”.
È qui che il climax giunge al suo massimo, perché poi il “vangelo secondo l’aria” coglie l’ultimo respiro di Gesù e lo restituisce al mondo, alle sue creature, agli uomini: “il suo respiro si mescolò all’aria / il vento lo disseminò per il mondo / scoprirai che nei polmoni è entrata almeno una piccolezza / quando d’improvviso il corpo, per nulla sarà preso dal tremore”. L’aria sa che “Dio è nell’uomo” e conclude così la sua buona novella.
Il misticismo prepotente, ma a volte anche ironico e sdrammatizzato di questa poetessa, si alterna in questa raccolta a favole visionarie e a immagini e situazioni apparentemente familiari e innocue, in realtà cariche spesso di mille significati nascosti: in effetti “Sciopero degli elettricisti” non parla di una delle tante manifestazioni romane alle quali siamo abituati, e “Discussione nel parco” non è solo una poesia su una scaramuccia fra amici, ma cela presenze superiori per le quali “l’aria è come carta assorbente / qualcosa vuole trasparire / dal luccichio, dal tremolio”. Così, da particolari prosaici, rassicuranti (le “fettine secche di formaggio… la bottiglia di birra forte) può sbucare tutto un mondo fantastico, fatto di fede, fantasia e piccole superstizioni, un mondo dove, per citare ancora Ruffilli, “anche i gesti quotidiani più consueti si trasformano in momenti di intensa drammaticità”.

 
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