E. Švarc
Vidimaja storona žizni
Limbus Press, Sankt-Peterburg 2003
(Recensione di Alessandra Carbone)
eSamizdat 2005 (III) 1, pp. 272-274
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Elena Švarc fa parte degli esponenti maggiori dell’underground letterario russo degli anni ’70 e ’80 e si riallaccia consapevolmente alla tradizione poetica leningradese, legata al simbolismo, e all’esperienza letteraria di autrici quali Achmatova e Cvetaeva, attestandosi dunque su un fronte assai più tradizionalista rispetto al concettualismo postmodernista moscovita. La sua poesia è da sempre compenetrata da una fede profonda, da una forte tensione mistico-erotica che suggella il suo ardente, ma non per questo meno contraddittorio, rapporto con Dio. Vidimaja storona žizni [Il lato visibile della vita] è il suo primo volume in prosa, e si situa a metà fra autobiografia e filosofia dell’arte, ripercorrendo attraverso quattro parti distinte (autobiografica, narrativa, saggistica e un’ultima, dedicata ai suoi aforismi) un percorso di vita dove arte e vissuto si compenetrano e si integrano: “dalla vita quotidiana la Švarc non trae lezioni di vita, ma versi, e in questo libro in prosa ella non è niente di meno che una poetessa”. Così Natal’ja Ivanova in un recente saggio dedicato al libro (“Poslednee pokryvalo Salomej” [L’ultimo velo di Salomè], Družba Narodov, 2004, 9).
La parte autobiografica è costituita da vari aneddoti narrati in modo frammentario e in prima persona: i capricci di ragazzina ribelle e gli episodi cruciali della vita sono sempre messi sullo stesso piano dall’autrice, come a volere allo stesso tempo elevare ogni aspetto, anche apparentemente banale dell’esistenza (l’importanza di torte e gelati, la scuola, le amicizie), e al contrario sminuire con ironia le “pietre miliari” di essa; accanto a episodi riguardanti l’infanzia della scrittrice troviamo, ad esempio, l’incontro-scontro con Anna Achmatova, alla cui presenza la Švarc viene ammessa come all’udienza di una regina. L’aspetto fiero e ieratico della poetessa è contrapposto alla figuretta snella e un po’insofferente dell’autrice quindicenne, che si presenta dall’Achmatova con un componimento… sulla Cvetaeva! Il dettaglio coloristico dell’impermeabile azzurro in stile orientale, indossato dalla giovane Švarc in tale occasione, sposta l’attenzione del lettore dalla poetessa anziana (la “regina”) alla ragazzina (la “principessa giapponese”, secondo l’indulgente autodefinizione della Švarc, p. 30), come a voler sottolineare che chi vinse la singolar tenzone fu quest’ultima. Nei bozzetti autobiografici la Švarc ostenta in modo compiaciuto e provocatorio il proprio carattere indipendente e un po’ snob. Caratteristica a tale proposito è la contrapposizione fra i recital tenuti nelle due capitali: a Mosca “non capivano molto i versi, mentre a Pietroburgo la poesia era più viva e multiforme”.
La seconda parte del libro è aperta dalla sezione narrativa “Garmoničeskaja disgarmonija” [Disarmonia armonica], comprendente 7 racconti di varia lunghezza, alcuni dei quali già editi, che rivelano anche in prosa il filo conduttore della poetica della Švarc: una visione mistica, e allo stesso tempo ironica della vita, dove scienziati pazzi e formule magico-alchimistiche hanno le stesse probabilità di esistere di una torta “Napoleon.
Altrettanto paradossale e profonda si rivela anche la vena critico-letteraria di Švarc, che nella terza parte ci racconta la grande letteratura da un punto di vista radicalmente soggettivistico, sempre filtrato dalla sua personale esperienza poetica e fede religiosa: questi sono infatti i leitmotiv che, fin dalle opere giovanili Lavinija e Tancujuščij David [David danzante], si impongono come le due grandi categorie che racchiudono l’universo. In quest’ottica l’autrice studia i poeti che ha amato di più, esercitando su di essi le sue personalissime tecniche di analisi letteraria; infatti la Švarc literaturoved [studiosa di letteratura] agisce in base a un principio da lei stessa definito “intuitivo-meccanicistico”: l’interprete intuisce nell’opera dell’autore un “elemento” ricorrente (“stichija: dall’acqua al fuoco fino al mozzicone di sigaretta”, p. 243), scia dell’ispirazione poetica e della sua anima, e poi meccanicamente lo va a rintracciare in ogni sua espressione artistica. La Švarc postula un “legame nascosto tra il poeta e il suo elemento” (p. 72) indipendente dalla volontà del poeta, che, in un certo senso, ne definisce il destino, poiché egli viene scelto dalla stichija come “medium” di poesia, e non viceversa. Un esempio è il binomio Majakovskij – “sfera volante”: occhio / testa calva / sole / luna / pallottola: Majakovskij “cadde fra noi, sul globo terrestre, e con l’aiuto di un piccolo corpo sferico è volato via di nuovo” (p. 244).
Quest’ultimo concetto, la “caduta sulla terra”, ci ricollega a un altro tema affrontato nel libro, quello della natura del poeta in generale, che, “occhio strappato a Dio”, oltre a esserGli legato nella missione di strumento d’arte, (la Švarc lo chiama “vuoto in attesa”, p. 236) è anche custode della “musica verbale”. Rito atavico ma non indistruttibile, essa è al contrario assai vulnerabile di fronte alle insidie della modernità: nel capitolo successivo, “Tabak i Poezija” [Tabacco e poesia], una riflessione a proposito dell’odierna fobia salutista per l’abitudine “dannosa ma cara” al fumo diviene spunto per una più ampia meditazione sul destino della poesia, caduta nel “macello del vers libre”, a causa delle nuove tendenze letterarie del XX secolo in Europa e in America, e privata della componente musicale e ritmica. È proprio quest’ultima invece, a detta della Švarc, l’essenza della poesia come unione di pensiero e musica: poesia, dunque, come istinto primordiale, le cui prime manifestazioni si perdono nella notte dei tempi, e come rituale salvifico, capace di mettere in contatto l’uomo con il proprio inconscio. “c’è un qualcosa che unisce fumo e poesia” (p. 251): entrambe sono infatti irrazionali e gratificanti abitudini prive di risvolti utilitari da cui pare che misteriosi agenti ultraterreni, ultrarazionali e ultrasalutisti vogliano a tutti i costi salvarci. “Vorrà dire”, conclude la Švarc, “che noi siamo l’ultima generazione in grado di fumare una sigaretta al vento e di salvarsi dall’orrore della vita con l’armonia” (p. 253). La musicalità prediletta da Švarc si situa a metà strada tra armonia e dodecafonia. Musicalità frammentata, sofferta, ma sempre presente: nella sezione “Poetika živogo” [Poetica del vivente] essa risulta adattabile a ogni sfumatura di pensiero, a ogni nuovo concetto presente nel verso. I concetti, le sfumature, persino le “cose” (intese come “oggetti”) sono presenti nella poesia della Švarc fino alla saturazione e alla ridondanza: essa, ci viene detto nel capitoletto “Tri osobennosti moich stichov” [Tre particolarità delle mie poesie], come una “isbuška della Tajga” deve contenere tutto il necessario per il viandante-lettore.
E proprio il lettore - “viandante incantato” è il vero protagonista di questo libro, che come un opus alchemico lo guida attraverso alcuni dei momenti più significativi, vuoi sul piano del vissuto, vuoi su quello simbolico, della vita umana (il vissuto dell’autrice è infatti inteso come paradigma esistenziale) e lo introduce infine (questo il ruolo di un’opera dalla prosa così asciutta e veloce) alla poesia della Švarc attraverso l’autobiografia, la narrativa e la critica letteraria. L’ultimo capitolo è quello degli aforismi, sorta di motti o piccole riflessioni a metà fra prosa e il tanto odiato vers libre (vedi il laconico “cerchiatura: il quadrato è un cerchio con le alucce”, p. 299) per lasciarci il desiderio di riscoprire la poesia vera e propria, sia quella dei grandi del passato, che quella di Elena Švarc e dei suoi innumerevoli doppi.

 
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