R. Conquest
Raccolto di dolore. Collettivizzazione sovietica e carestia terroristica
presentazione di F. Argentieri, postfazione di E. Cinnella, Edizioni Liberal, Roma 2004
(Recensione di Emanuela Bulli)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 326-328
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Negli anni 1932-1933 l’Ucraina, il Kuban’, il Kazachstan furono colpiti da una durissima carestia che provocò in pochi mesi un numero considerevole di vittime, che viene oggi stimato tra i 4 e i 7 milioni. L’Ucraina e il sud dell’Unione Sovietica erano già state flagellate da un’analoga carestia all’inizio degli anni Venti e in quel caso la causa fu riconosciuta unanimemente nella guerra civile che stava imperversando in tutto il paese e nella conseguente scelta economico-politica di ricorrere a quello che è passato alla storia come “comunismo di guerra”. L’origine della carestia del 1932, invece, è da ricercare in alcune scelte fatte dall’apparato sovietico e in particolare da Stalin volte a incrementare la quantità di grano e prodotti agricoli a disposizione per l’industralizzazione del Paese. Ma andiamo con ordine.
Seguendo la cronologia dei fatti proposta da Robert Conquest, le origini della carestia ucraina (holodomor è in neologismo che viene usato per descrivere tale fenomeno: holod significa sia fame sia carestia; holodomor significa morte per fame) sono da ricercarsi contestualmente alla promulgazione della “dekulakizzazione” e della collettivizzazione forzata dell’Ucraina voluta fortemente da Stalin alla fine degli anni Venti. Per kulaki inizialmente si intendeva tutti coloro che si erano arricchiti durante il periodo della NEP (Nuova politica economica) e grazie alla loro maggiore disponibilità di denaro non si peritavano nel dare in prestito denaro a contadini più poveri. Questo tipo di attività andava contro le leggi del comunismo per cui veniva severamente punita. Successivamente, si cominciò a identificare il kulak con chi possedeva più terra o più animali e quindi, infine, con chi produceva grano soltanto per soddisfare le proprie necessità e non voleva entrare a far parte delle aziende agricole collettive (kolchozy). Tra la fine degli anni Venti e l’inizio degli anni Trenta fu combattuta una vera e propria guerra contro i kulaki o presunti tali. Essi venivano privati di tutte le proprietà e, nel migliore dei casi, deportati nel Nord della Russia in campi di lavoro o nelle steppe siberiane dove erano costretti perfino a costruirsi le baracche se volevano avere un luogo riparato dove passare l’inclemente inverno. A questo riguardo esistono vari documenti ufficiali che attestano la volontà sterminatrice di Stalin e dei suoi adepti nei confronti dei kulaki; esistono, altresì, altri documenti ufficiali, soprattutto da parte della destra di Bucharin, in cui si denuncia il fatto che non esisteva una definizione univoca di kulak.
Insieme alla “dekulakizzazione” fu portata avanti la collettivizzazione forzata dell’agricoltura, che in Ucraina fu assai maggiore rispetto alle altre parti dell’URSS. Il momento cruciale della collettivizzazione risale alle decisioni prese nel 1929 da Stalin e dal gruppo dei suoi più stretti collaboratori. La collettivizzazione dell’agricoltura era sentita come una priorità; le concessioni fatte all’inizio degli anni Venti ai contadini erano anch’esse un passo necessario, compiuto però tardi in quanto alla fine del decennio la politica stalinista si accentrò sull’industrializzazione del Paese e sulla socializzazione del campo agricolo. In un certo qual modo venne ricreata la stessa atmosfera di terrore del comunismo di guerra e si costrinsero in modo più o meno coercitivo i contadini a entrare a far parte delle aziende agricole collettive e mettere in comune tutti i propri averi. Tra il 1930 e il 1932 Conquest individua la fine del contadino libero. Il diritto al possesso di un pezzo di terra fu un incentivo a favore dei contadini ma fu anche, paradossalmente, un incentivo a rimanere a lavorare nei kolchozy in quanto esso veniva tolto a chiunque non avesse svolto un determinato numero di “giornate-lavoro” per il kolchoz. Nel 1930 si usarono strumenti coercitivi particolarmente drastici per “convincere” i restanti contadini indipendenti a entrare a fare parte dei kolchozy: furono imposte, infatti, grandi quote di consegna di grano e di altri prodotti agricoli, quote che superavano di gran lunga quelle richieste alle fattorie collettive. In questo periodo ebbe luogo anche la seconda ondata di “dekulakizzazione”, che colpì in particolare tutti quei contadini che si erano dimostrati contrari al kolchoz ma che non avevano certo niente in comune con i kulaki della prima “generazione”.
Nello stesso momento in cui Stalin diede inizio al processo di annientamento della classe contadina, ossia tra il 1929 e il 1930, rinnovò anche l’attacco all’Ucraina e alla sua cultura nazionale, attacco che era stato sospeso agli inizi degli anni Venti. L’attacco cominciò con un ciclo di processi contro personalità ucraine: si trattava soprattutto di studiosi, critici, linguisti, e così via. Essi erano accusati di far parte di organizzazioni contro il potere sovietico. Contemporaneamente ai processi vennero chiuse le accademie ucraine e tutti i luoghi di studio in cui si mantenevano vive le tradizioni culturali e soprattutto la lingua ucraina, come lingua distinta dal russo. Nel 1931 ci fu una seconda ondata di arresti eccellenti, tra i quali quello di Hruševskij, primo presidente dell’Ucraina indipendente del 1918, e alcuni suoi collaboratori accusato di aver fondato il Centro nazionale ucraino.
La collettivizzazione rientrava in questo quadro: secondo Stalin i contadini costituivano la base del nazionalismo ucraino e per questo dovevano essere eliminati. Nell’estate del 1930 durante una riunione del Comitato centrale ucraino venne detto da un suo alto esponente: “il contadino sta adottando una nova tattica: si rifiuta di mietere il raccolto. Fa marcire il grano per strangolare il governo sovietico con la mortifera mano della carestia. Ma il nemico fa male i propri conti, saremo noi a mostrar loro che cosa è la carestia. Il vostro compito è di porre fine al sabotaggio kulako del raccolto. Dovete portarlo fino all’ultimo granello e spedirlo immediatamente ai centri di ammasso. I contadini non stanno lavorando, e fanno affidamento sul grano già raccolto in precedenza che hanno nascosto in buche sottoterra. Dobbiamo costringerli a tirar fuori quel grano” (p. 256).
Con questa frase viene decretato l’inizio delle requisizioni di grano in tutti i villaggi dell’Ucraina. Il grano e gli altri prodotti cerealicoli veniva cercato casa per casa da bande di attivisti armati di bastoni con punte di ferro con i quali veniva sondato il pavimento in cerca del grano nascosto. Chi veniva trovato in possesso anche di un misero pugno di grano veniva considerato nemico del popolo sovietico e condannato, nella migliore delle ipotesi, ai lavori forzati. Molti venivano fucilati immediatamente. Veniva requisito anche il grano che serviva alla semina dell’anno successivo e quello utilizzato per nutrire gli animali, cosicché piano piano anche i cavalli e le mucche dei contadini cominciarono a morire o non erano più in grado di lavorare i campi. In questo modo il mondo agricolo ucraino fu paralizzato, i campi non venivano più lavorati, non si raccoglieva più il grano perché i contadini, afflitti dalla fame e dalle malattie, non avevano più le forze necessarie per andare nei campi. Il grano ammassato era protetto con turni di guardia armata 24 ore su 24: non si permetteva ai contadini affamati di avvicinarsi e coloro che fossero stati trovati nell’atto di rubare grano sarebbero stati fucilati. I contadini cominciarono a riversarsi nelle città in cerca di un po’ di cibo, coloro che erano più forti tentavano di oltrepassare il confine con la Russia, al di là del quale c’era il pane e non si moriva per la carestia. Le città venivano invase soprattutto dai bezprisornye, i bambini senza-tetto, che venivano mandati via dai villaggi dagli stessi genitori morenti, nella speranza che in città ci fosse da mangiare. La maggior parte dei bambini moriva per le strade, senza alcun conforto. Addirittura ai medici fu fatto divieto di aiutare coloro che stavano morendo di fame con la giustificazione che essi erano kulaki e quindi nemici del popolo.
Migliaia sono le testimonianze che riporta anche Conquest sugli anni della carestia in Ucraina. Sono pagine strazianti, racconti leggendo i quali non si può non rimanere sconcertati. Durante i due anni di carestia nera milioni furono le vittime: Conquest si azzarda a fare una stima in base a documenti che nel 1986 quando il libro uscì non erano sicuri. Adesso, dopo studi recenti, si calcola che le vittime non siano state meno di 4 milioni. Ma il balletto delle cifre, che sembra tanto interessare Ettore Cinnella nella postfazione del libro, non è che un arido esercizio intellettuale. Il dato di fatto è che milioni di persone sono morte per la decisione di Stalin di combattere la resistenza nazionale ucraina. Senza giri di parole, si può oggi affermare che si trattò di vero e proprio genocidio.
L’Ucraina così devastata dalla fame faticò molto a riprendersi e già eravamo all’alba della grande ondata di terrore e che stavolta imperversò per tutta l’Unione sovietica allo scopo di eliminare qualsiasi elemento che si opponesse alla politica staliniana. I quadri dirigenti del partito ucraino furono tutti liquidati e sostituiti da persone fidate vicino a Stalin. In questo modo si tentò di mettere a tacere la nazionalità ucraina che, però, non era del tutto morta. Sopravviveva tra gli emigrati all’estero, nell’Ucraina occidentale e non tardò a farsi sentire quando il sistema sovietico iniziò a vacillare e si poteva intravedere all’orizzonte la possibilità di costituire di nuovo un’Ucraina indipendente.
Raccolto di dolore è stato pubblicato nel 1986. All’epoca non era possibile fare ricerche di archivio per cui tutto ciò che Conquest ha scritto è basato su documentazione non ufficiale, su raccolte di testimonianze di sopravvissuti, sulle corrispondenze delle varie ambasciate presenti in Ucraina. Adesso possiamo dire che quanto Conquest in qualche maniera ipotizzava soltanto ha avuto un riscontro nei documenti ufficiali di archivio. Considerato il periodo in cui è stato pubblicato, possiamo dire che è un lavoro di eccezionale importanza in quanto ha dato l’avvio a numerosi altri studi riguardanti il Holodomor e la collettivizzazione anche da parte di storici russi. È un libro interessante da leggere soprattutto se si vuole avere un panorama abbastanza vasto della politica agraria di Stalin tra gli anni Venti e gli anni Trenta.

 
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