V. Todorov
Etnos, nacija, nacionalizăm. Aspekti na teorijata i praktikata
Paradigma, Sofia 2000
(Recensione di Giacomo Brucciani)
eSamizdat 2004 (II) 2, pp. 324-326
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Quand’è che possiamo ritenere che una comunità etnica o culturale sia diventata una nazione? Da quale momento storico possiamo sostenere che una nazione si è consolidata? E soprattutto, quand’è che nasce una nazione? Queste domande, che sono alla base della ricerca storica e antropologica sulla nazione, sono analizzate con invidiabile chiarezza espositiva e originalità metodologica dallo storico bulgaro Vărban Todorov nel suo interessante saggio. Il testo di Todorov è un contributo assai importante alla discussione, poiché permette di confrontarsi con un punto di vista bulgaro. E Bulgaria significa, per lo meno geograficamente, Balcani, una regione europea tuttora in primo piano proprio per il problema del nazionalismo. Un’indagine seria, che si propone di esaminare concetti quali etnia, nazione, nazionalismo, deve innanzi tutto riconsiderare i numerosi contributi che sono stati apportati al tema e avere ben presenti anche alcune importanti implicazioni linguistiche. La prima è quella relativa alle connotazioni politiche e culturali che la parola nazione assume nei diversi contesti linguistici. In inglese, come anche in francese, the Nation e la nation, implicano l’indipendenza e la sovranità statali, legate ai diritti di cittadinanza. In tedesco, come nelle lingue slave, die Nation, nacija, si riferiscono in linea di massima all’unità culturale e linguistica dei gruppi sociali. La prima conclusione alla quale si giunge è che il termine nazione non è un termine statico e immutabile. In taluni casi, com’è riscontrabile con le dovute cautele nella regione balcanica, è la nazione, in quanto forma sociale di raggruppamento degli uomini in società, a trovare le sue ragioni nella convinzione di un destino affine e di un passato immaginario (o reale) che diventa attuale per un progetto futuro. Sul concetto di nazione gli studiosi provenienti da distinte discipline accademiche, si sono divisi in modernisti e primordialisti. Proprio queste problematiche iniziali, legate all’aspetto filologico e a quello metodologico, sono l’oggetto principale della prima parte del saggio di Todorov. L’autore si propone dapprima di ricostruire con chiarezza la mappa dei contributi apportati al tema della nazione, del nazionalismo e dell’etnia da studiosi europei e statunitensi: all’interno di questa prima direttrice di ricerca trapela la manifesta intenzione di far conoscere al lettore bulgaro studi che sono stati solo in minima parte tradotti in Bulgaria. Uno dei primi aspetti affrontati dallo storico bulgaro è proprio quello legato alle due correnti di pensiero citate: i cosiddetti modernisti sostengono che la nazione è un fenomeno moderno, un prodotto degli sviluppi del capitalismo, della burocrazia, nato nella seconda metà del XVIII secolo dalla rivoluzione francese (le formulazioni più interessanti della posizione modernista sono quelle proposte da Ernest Gellner e Benidict Anderson); i primordialisti sostengono, invece, che le nazioni e le comunità etniche sono le unità naturali della storia umana, basate su legami linguistici, religiosi, territoriali e razziali (i rappresentanti più rilevanti di questa tendenza citati da Todorov sono John Armstrong e Antony D. Smith, anche se lo stesso Todorov ci tiene a precisare che Smith ha compiuto un’opera di rivisitazione delle due correnti di pensiero alla ricerca di punti di contatto).
Prendendo le mosse da questo dibattito, Todorov, nella seconda parte del saggio, affronta criticamente la questione dei modelli occidentale e orientale sullo sviluppo dell’idea di nazione. La ripartizione occidente-oriente, che dà avvio a due tipi di modelli nazionali in Europa, è giustamente ripresa dagli studi di Friedrich Meineke e Hans Kohn. Seguendo questi contributi e analizzandone gli sviluppi, sino alle tesi espresse da John Armstrong e Peter Sugar, si giunge alla seguente conclusione. Esiste un modello di nazione occidentale che ha avuto inizio con la rivoluzione francese e il susseguente stato laico. Si tratta di un tipo di nazione razionale e democratico, che è schematizzabile con la formula stato – nazione. Per contro esiste un modello di nazione orientale nato nel contesto di imperi multinazionali e manifestatosi primariamente come movimento culturale. Questo secondo tipo è considerato etnico, arcaico, prodotto da intellettuali di società nelle quali difficilmente si è raggiunto un grado di modernizzazione politico-economica sviluppato; ed è schematizzabile con la formula nazione – stato. La Bulgaria quindi fa parte di quella regione europea dove è stato individuato l’evil nationalism, per usare le parole di Eugene Kamenka.
Negli ultimi anni, sostiene ancora Todorov, si è affermata la moda di riconsiderare la storia bulgara sull’onda degli studi di storici modernisti come Bernar Lori, influenzato dalle tesi di Anderson. Criticando questa tendenza Todorov attesta che il sentimento di appartenenza nazionale bulgaro si era già consolidato, raggiungendo un carattere di massa, nell’epoca medievale durante i regni di Boris I e Simeone il Grande. Con la conquista turca della Bulgaria, lo stato bulgaro che aveva favorito la cristianizzazione e la produzione letterario-artistica, scompare. Sebbene privati di qualsiasi canale di autodeterminazione e privati di una elite nazionale, i bulgari non perderanno mai completamente la loro bulgaricità intesa come fattore linguistico e confessionale. Questa bulgaricità riuscirà a sopravvivere anche all’influenza confessionale dei greci fanarioti, che alla fine del Settecento, renderanno più capillare il loro controllo confessionale e linguistico sul millet ortodosso grazie anche alla soppressione del patriarcato serbo di Peć e quello bulgaro di Ohrida.
Poste queste premesse, Todorov si accinge ad analizzare lo sviluppo della coscienza nazionale nella storia bulgara ottocentesca. A questo scopo utilizza la ripartizione storico-metodologica formulata da Miroslav Hroch e da Eric Hobsbawm. La prima fase, come è noto, vede la nascita di una élite portatrice di una nuova coscienza: nel caso bulgaro questa fase coincide con la fine del Settecento e i primi venti anni dell’Ottocento, con la comparsa di storie del popolo bulgaro, delle prime opere stampate e delle prime scuole laiche. La seconda fase è caratterizzata dalla diffusione e dall’influenza dell’élite nazionale: dagli anni Venti dell’Ottocento sino alla guerra di Crimea si assiste infatti alla diffusione delle scuole laiche bulgare e all’inizio della lotta per l’indipendenza della chiesa bulgara. La terza fase, infine, inizia negli anni Settanta dell’Ottocento e trova la sua conclusione dopo la liberazione del 1878. In questo periodo si ha finalmente l’instaurazione di una chiesa bulgara indipendente (1870) e la diffusione del sentimento nazionale a gruppi sempre più ampi di popolazione. La diffusione delle scuole bulgare e delle opere scritte in neo-bulgaro favoriscono lo sviluppo e il perfezionamento della lingua. Questi due fattori, secondo Todorov, sono l’esempio palese dell’impossibilità di racchiudere in schemi predefiniti il caso bulgaro. Gli storici modernisti del nazionalismo sostengono che in assenza di uno stato nazionale che favorisca lo sviluppo della lingua nazionale, non può definirsi completata la costruzione di una coscienza nazionale. Per Todorov invece questa tesi è smentita dal fatto che la formazione e la compiutezza di una lingua letteraria bulgara è già stata raggiunta prima della formazione dello stato. Questa è una delle tesi più interessanti esposte da Todorov che rivisita un’ampia fetta della storiografia bulgara sull’argomento e non solo. Un altro aspetto della nazionalità studiato da Todorov, è legato alla funzione della chiesa ortodossa durante il periodo ottomano e soprattutto all’interpretazione che ne dà lo storico greco Kitromilides. Quest’ultimo infatti contesta il rapporto tra Ortodossia e movimenti nazionali sostenendo che la chiesa ortodossa ha salvaguardato le distinzioni tra cristiani e musulmani, ma che questa distinzione era solo religiosa e non nazionale. Per Kitromilides, il Patriarcato di Costantinopoli ha contribuito a creare una mentalità pan-balcanica di tipo ecumenico, mentre il nazionalismo si è sviluppato solamente con la costituzione degli stati nazionali. Lo storico bulgaro, contestando questa tesi, illustra come nei monasteri si siano tenuti vivi i linguaggi e la memoria storica dei popoli balcanici, eredità che poi è stata ripresa e politicizzata dai successivi movimenti nazionali.
In definitiva Vărban Todorov, esaminando una serie di problematiche relative alla nazione, manifesta la chiara l’intenzione di non voler fornire un semplice compendio divulgativo per sopperire a una lacuna editoriale. Rivisitando gli scritti degli ultimi sessant’anni sul nazionalismo, arriva a formulare alcune tesi interessanti che sicuramente non passeranno inosservate, soprattutto tra gli storici balcanisti. L’analisi comparata tra il modello statunitense e quello (ormai dissolto) sovietico, accompagnata da alcune interessanti considerazioni sulla situazione politica balcanica, connessa con l’allargamento a est dell’Unione Europea, porta Todorov a sperare di poter assistere, alla fine del processo, alla nascita di una Federazione o Confederazione Europea, senza che questo debba necessariamente portare alla scomparsa delle singole identità nazionali.

 
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