Maria Todorova
Immaginando i Balcani
Argo, Lecce, 2002
(Recensione di Giacomo Brucciani)
eSamizdat 2004 (II) 1, pp. 206-207
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Il bel libro della storica bulgara Maria Todorova (l'edizione originale è del 1997) è senza dubbio un contributo importante alla ricerca sui Balcani, cosa che è testimoniata anche dalla meritata fortuna del saggio, tradotto nelle principali lingue europee e in quelle dell'area europea sud-orientale.
La suddivisione tematica dei capitoli permette al lettore, esperto e non, di seguire un filo conduttore che ha inizio a partire dallo studio del nome stesso di "Balcani". Già nell'introduzione, però, la Todorova avverte il lettore della natura del percorso che intende seguire. Collocare i Balcani all'interno della discussione intellettuale sull'orientalismo (è qui esplicito il riferimento al saggio di Said), attraverso la storia, la filosofia e la letteratura, permette di comprendere come a lungo l'occidente abbia considerato il sud-est europeo un'entità altra da sé, come se facesse parte di un mondo oscuro (quello orientale). In questo contesto intellettuale di percezione (anche sociologica) dell'altro, nasce in seno all'orientalismo il feticcio epistemologico del "balcanismo". Feticcio, appunto, poiché serve all'occidente civile, per esorcizzare le proprie paure, relegandole e trasferendole nei Balcani. Dopo aver analizzato il nome "Balcani" e studiato la sua origine sin dall'antichità (l'Hemus latino), si passa allo studio dell'autopercezione dei popoli balcanici che si sono sempre visti attraverso la dicotomia cristianità-ortodossia e in relazione all'importante elemento musulmano. Così facendo, la Todorova arriva gradualmente al nucleo della problematica affrontata. Le fonti con le quali si cerca di capire la nascita del balcanismo e la sua cristallizzazione nel pensiero europeo, sono rappresentate dai resoconti di viaggio di numerose personalità del mondo politico, letterario, accademico, che dal Cinquecento si sono recati nei Balcani con diversi intenti. Si notano tra questi i viaggiatori e i diplomatici delle corti europee in missione nell'Impero Ottomano. Se nel Cinque-Seicento si attraversava la Turchia europea, senza prestare molta attenzione alle diversità culturali delle popolazioni soggette alla Porta, il momento di svolta può essere rintracciato nel XVIII secolo, il secolo dell'Illuminismo. La svolta intellettuale nasce intorno al concetto di civilizzazione, al quale è legata una lunga tradizione storiografica connessa all'immagine del turco dispotico e alla lotta contro l'infedele. La battaglia di Lepanto del 1571 e il fallito assedio di Vienna del 1683 furono episodi così rovinosi per la Porta, che fecero credere a più riprese all'Occidente di potersi sbarazzare del problema turco. Come mette in evidenza Wolff nel suo interessante saggio sull'invenzione dell'Europa orientale, gli abitanti della Turchia in Europa erano per gli occidentali qualcosa di indefinito. I resoconti di viaggio parlavano solamente dell'aspetto fisico e dei problemi abitativi di queste popolazioni, senza la benché minima volontà di indagarne la storia "etnica". Quindi ciò che dei Balcani era conosciuto, era la loro composizione non uniforme e totalmente oscurata dall'elemento turco. Queste popolazioni, considerate primitive, servirono da ago della bilancia per legittimare l'alto grado di civilizzazione raggiunto dall'Europa occidentale. Come spesso avviene nella cultura occidentale, la nostra civilizzazione diventa quindi la civilizzazione, non essere come noi significa quindi non esistere. Seguendo quest'impostazione filosofica, che si svilupperà per tutto l'Ottocento, e raggiungerà risultati estremi nel Novecento, si comprende meglio come i Balcani siano divenuti il Volksmuseum d'Europa. I Balcani come luogo di "fuga dalla civiltà", "un reame esotico e fantastico, dimora di leggende di fate e altre meraviglie", diventano quindi l'altro. Loro sono oggi quello che noi eravamo in passato; un museo degli stadi dello sviluppo civile. Questa opposizione nata dalla scoperta dell'altro all'interno di se stessi porta a sradicare l'essenza storica del sud-est europeo, e a porlo in una posizione di minorità. Ovviamente a condizionare la nascita di questa opposizione è stato fin troppo spesso usato il confronto con l'elemento islamico. Una valutazione storica analitica, comunque, non può prescindere dall'identità più o meno coesa che l'Impero Bizantino prima, e quello Ottomano poi, dettero alla regione. L'altra immagine dei Balcani, quella di un ponte o di un crocevia (e quindi di una terra di mezzo), contribuì a togliere importanza alla regione. Nell'Ottocento a questi stereotipi si aggiunse la politica espansionistica della Russia zarista, in difesa dei propri fratelli slavi. Quindi i Balcani assumono il significato di avamposto della politica assolutista della Russia, luogo di un possibile rinvigorimento dell'ortodossia. L'altro punto di svolta che Maria Todorova rende evidente per l'immagine costruita dei Balcani è il Novecento o meglio, due suoi momenti specifici. Lo scoppio delle guerre balcaniche consentì agli intellettuali del tempo di considerare definitivamente questa regione come luogo selvaggio, dimora di popolazioni barbare e anarchiche. Ma il grande crimine, il "marchio indelebile" in epoca contemporanea dei Balcani avvenne con l'assassinio dell'Arciduca Ferdinando a Sarajevo a opera di Gavrilo Princip. Quest'episodio, se connesso all'handicap dell'eterogeneità etnica della regione, offre il terreno adatto per comprendere perché negli anni venti e trenta si sia così sviluppata l'immagine negativa dei Balcani, legata a concetti dal significato fin troppo chiaro (instabilità politica, arretratezza economica e perfino razzismo). Qualcuno parla addirittura di "origini balcaniche" a proposito del nazismo. Maria Todorova ci invita alla fine del libro a riflettere più a fondo sui Balcani, attraverso lo studio di alcuni esponenti dell'intelligencija accademica della seconda metà del Novecento. Nell'affannosa ricerca di un'Europa centrale, che si innesta all'interno della questione sull'Europa orientale, i Balcani sono stati spesso ingombranti e difficilmente collocabili. Ortodossia, cristianità, slavi e islam sono aspetti che, convivendo all'interno della medesima regione, hanno creato non pochi problemi ai classificatori accademici.
Dopo aver letto il libro della Todorova, non resta che augurarci, come fa la stessa storica bulgara, che l'Europa sia in futuro capace di guardare ai Balcani come guarda a se stessa. Leggere gli avvenimenti balcanici con le lenti della politica, della sociologia e dell'economia, come l'Occidente fa per se stesso. Questa regione che ha acquisito indirettamente una propria essenza marginale e artificiale, non è l'altro. È divenuta l'altro grazie a ciò che nel corso dei decenni i cosiddetti esperti e osservatori stranieri, contravvenendo alle leggi dell'essotopia bachtiniana, hanno voluto trasmettere, dal loro tipo di interesse per il sud-est europeo. In questo senso si comprende che l'identità balcanica studiata non inerisce alla sua essenza, ma è in gran parte dipesa da decisioni classificatorie esterne. Maria Todorova ha finalmente offerto, a partire dalla dedica iniziale, una visione finalmente equilibrata dei Balcani: "ai miei genitori, dai quali ho imparato ad amare i Balcani senza provare necessariamente orgoglio o vergogna per essi".

 
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